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ANALISI 22 Settembre Set 2014 1026 22 settembre 2014

Grandi Rischi, perché la ricostruzione statunitense è sbagliata

La «rassicurazione disastrosa» non è un vezzo del pm. Ma il fulcro del processo.

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Questa volta a occuparsi del terremoto che sconvolse L’Aquila e della sentenza che coinvolse importanti scienziati è un giornalista americano, David Wolman, che firma The Aftershocks per Matter, piattaforma di approfondimento giornalistico-scientifico. L’obiettivo di chi scrive è ricostruire quello che è ormai noto come il «processo alla scienza», veicolando l’idea che si tratti di un processo farsa dove alcuni scienziati sarebbero stati condannati «per aver mal comunicato».
In realtà questa è una storia di accondiscendenza al potere politico: il Capo ordina di rassicurare, gli “alti in grado” eseguono e gli esperti tacciono-avallano. La competenze comunicative c’entrano poco, mentre sono il focus della tesi di Wolman, accolta acriticamente oltreoceano da molta stampa al punto da guadagnarsi spazio tra le “storie della settimana” del prestigioso The New Yorker.
Incominciamo con l’analizzare, punto per punto, il resoconto di Wolman.

La «rassicurazione disastrosa»? Non è un vezzo del pm

Guido Bertolaso, capo della Protezione civile ai tempi del sisma de L'Aquila.

In questo processo le conoscenze scientifiche (cui Wolman dedica ampio spazio) sono marginali e penalmente ininfluenti. E ciò risponde alla domanda che apre il testo: «Has the country criminalized the science?» No. Paradossalmente, la scienza è la grande assente. Tutto il processo ruota attorno alla verifica del «nesso causale» che lega il messaggio di rassicurazione (uscito dalla riunione della Commissione Grandi Rischi) e un cambiamento di abitudini che, in 29 casi, si è rivelato fatale. Messaggio determinato, stando agli atti, dalla «cattiva condotta» degli scienziati.
IL FULCRO DEL PROCESSO. Scrive Wolman: «La causa di Picuti (il pm, ndr) contro gli scienziati ha costruito un modello: i residenti si sono trattenuti dalle loro consolidate abitudini di scappare di casa durante le scosse a causa di un messaggio eccessivamente rassicurante… della illustre Commissione». E chiude: «Fu una “rassicurazione disastrosa”, come piace metterla a Picuti». Tono ambiguo.
La «rassicurazione disastrosa», citata di passaggio e una volta soltanto, non è un vezzo personale del procuratore, ma - carte alla mano - il cuore del processo. Si tratta della consulenza elaborata per l’accusa dall’antropologo Antonello Ciccozzi, quella con cui le difese dovranno confrontarsi (anche) in appello: se c’è una scienza che è andata sotto processo, è quella sociale. Inoltre Wolman, incastrato sul binario di lettura del processo al processo, non coglie una delle domande che pone la tragedia aquilana, al di là dell’esito processuale: perché quasi un’intera città si sentì rassicurata?
L'INTERVENTO DI BERTOLASO. Le persone a L’Aquila sono provate da migliaia di scosse di terremoto e la paura e la tensione vengono esasperate da un ricercatore un po' naif - Giampolo Giuliani - che va dicendo di poter predire i terremoti. Corretto. Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso decide così di intervenire. Wolman non coglie che la volontà di Bertolaso di fare «un’operazione mediatica» (per «tranquillizzare») è la chiave di lettura di tutta la questione aquilana, marginalizzando. Lo scrive anche il giudice nelle motivazioni: «Per “scelta mediatica”, il Dipartimento nazionale della Protezione civile affidò il compito informativo direttamente ai membri della Commissione Grandi Rischi che se ne assunsero consapevolmente e volontariamente l’onere».
UN'OPERAZIONE MEDIATICA. L’intercettazione chiave risale al 30 marzio 2009, quando Bertolaso viene intercettato mentre parla con un dirigente locale della protezione civile, Daniela Stati: «Ti chiamerà De Bernardinis, al quale ho detto di fare una riunione lì all'Aquila domani (…) in modo da placare preoccupazioni, etc.». «Io non vengo, ma vengono (…) i luminari del terremoto d’Italia. (…) a me non frega niente, (…) è più un’operazione mediatica, hai capito? (..) Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale (…) meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male. Hai capito?». «Poi fatelo sapere che ci sarà questa riunione (…) perché vogliamo tranquillizzare la gente. (…)».
Il 31 marzo, prima della riunione, De Bernardinis rilascia un’intervista: «La comunità scientifica mi continua a confermare che la situazione è favorevole perché c'è uno scarico di energia continuo».

«Più scosse ci sono, meglio è»: la disinformazione scientifica

La sede della prefettura dell'Aquila, diroccata dopo il terremoto.

«Più scosse ci sono, meglio è, significa che sta rilasciando energia»: è con le parole del cosiddetto “mantra dello scarico” che gli aquilani convinceranno i propri cari a rimanere a casa al crescere delle scosse. L’ordine è di Bertolaso, a rilasciare l’intervista è il suo vice De Bernadinis. Wolman coglie l’effetto devastante dell’intervista, ma sposta altrove il focus: «L’intervistato (De Bernardinis, ndr) fu registrato prima della riunione, ma mandato in onda dopo dando così la falsa impressione che si trattasse di un riassunto (…). Fu un'affermazione sbagliata. Tutti i sismologi convengono che non c'è correlazione - positiva o negativa - tra la distribuzione nel tempo di scosse piccole e grandi».
LA BUFALA DELLO 'SCARICO'. Un punto importante, soprattutto perché ci sono cose che il giornalista non conosce, o tace. Il 31 marzo, durante la riunione, Barberi informa i membri della Cgr: «Ho sentito il capo della Protezione Civile dichiarare alla stampa, anche se non è un geofisico, che quando ci sono frequenze sismiche frequenti si scarica energia e ci sono più probabilità che la scossa non avvenga». Se era un tale «incorrect statement», come lo chiama Wolman, perché nessuno alzò la mano? Gli atti raccontano le reazioni degli scienziati a quella che molti, successivamente, definiranno una «bestialità scientifica». Mauro Dolce, Enzo Boschi e Giulio Selvaggi «non ricordano». «Claudio Eva - scrive il giudice - ritenendo poco opportuno esprimersi in termini critici su un’affermazione del capo della Protezione Civile preferì ‘aggirare in qualche modo la frase’ con un ‘eufemismo per cercare di dire e non dire’». Per De Bernardinis la domanda fu posta «più o meno ironicamente» mentre Franco Barberi commentò: «Un riferimento anche un po’ ironico”. Dopo l’”ironia” di Barberi calò il silenzio e si cambiò argomento.
NESSUNA SMENTITA. L’esito della riunione è ben riassunto dalle parole di congedo di Daniela Stati, presente assieme ad altri funzionari e politici locali: «Grazie per queste vostre affermazioni che mi permettono di andare a rassicurare la popolazione attraverso i media che incontreremo in conferenza stampa».
Non solo, il “mantra dello scarico d’energia” girò sui media (locali e nazionali) per giorni: tivù, giornali, Internet. Eppure nessuno scrisse una sola riga di smentita, di precisazione o di presa di distanza. Del resto, quando il pm chiese a Bertolaso dove avesse tirato fuori l’idea dello scarico, Bertolaso rispose: «Non è che io stavo facendo con questo discorso del rilascio di energia un’affermazione che mi ero inventato io, (…) Era un’affermazione che io avrò fatto (…) decine e decine di volte. Non c’è stato, dottor Picuti, mai un solo scienziato (…) che mi abbia mai detto: “Ma che cosa stai dicendo?”». Insomma, se Bertolaso non “inventa nulla”, e se gli scienziati non direbbero mai una cosa del genere, chi ha messo in giro l’idea dello scarico?
IL SECONDO VERBALE HA UN ALTRO TONO. Il 31 marzo, dopo la riunione, si tengono una conferenza stampa e altre interviste, il tono è sempre rassicurativo. Scrive Wolman: «Gli scienziati che hanno preso parte alla conferenza stampa dopo la riunione del 2009 insistono sul fatto che non hanno mai dato alcun messaggio di rassicurazione. Eppure una delle parti più strane, se non addirittura sospetta, di tutta la saga è che la registrazione audio della conferenza stampa è scomparsa, anche se le riprese video sono disponibili». Errato. Le indagini giornalistiche hanno ritrovato una frase dal chiaro tono rassicurante, ben udibile al minuto 11.55. Dopo la riunione, a L’Aquila non si parla d’altro che della teoria dello scarico, che molti faranno propria confidando nelle massime cariche scientifiche dello Stato. Il 6 aprile arriva la “scossa che fa male”. Avvenuta la tragedia, si redige in fretta e furia un secondo verbale da cui scompaiono le frasi dal tono rassicurativo/deterministico/predittivo. Questo al giornalista non sembra né «strange» né «suspicious».
L'EQUIVOCO SULLA COMMISSIONE. Scrive Wolman: «Erano abituati (gli scienziati, ndr) a riunioni a porte chiuse, e il mandato della commissione era di consigliare il Dipartimento della Protezione Civile, non il pubblico». Falso. Sgombriamo il campo da questo grave e frequente equivoco. Secondo la legge che regolamenta il mandato della Commissione la sua attività non si concretizza nel porgere «informazioni e notizie», bensì nel fornire «precise indicazioni normative per il comportamento»; non ha una valenza «intellettuale», ma «operativa»; non è descrittiva, ma prescrittiva. Ogni segmento istituzionale ha obblighi di legge per quel che riguarda l’informazione, e in teoria la catena è questa: la Commissione informa la Protezione Civile, che sceglie le dovute forme, modi e contenuti del messaggio da diffondere della popolazione. Ma all’Aquila il “filtro” salta per volere della Protezione Civile e per acquiescenza degli scienziati, così il messaggio arriva direttamente alla popolazione, fatto che ha «amplificato l’efficacia ‘rassicurante’», conclude il giudice.

Perché si parla di processo alla scienza

I lavori di restauro del palazzo della Prefettura dell'Aquila in uno scatto del 2012.

Scrive Wolman: «L’amministratore delegato dell’American Association for the Advancement of Science scrisse al presidente italiano (Giorgio Napolitano, ndr) ricordandogli che un’autentica montagna di ricerche, molte delle quali condotte da italiani, mostrano che i terremoti non sono prevedibili».
In primo luogo, nel 2012 Edwin Cartlidge firma un reportage che mostra la retromarcia (tardiva) di Alan Lesher, Ceo di Aaas: «È emerso un quadro più complesso (…), l’accusa non era di non aver previsto i terremoti, bensì una valutazione negligente del rischio (…)». Ma facciamo un passo indietro.
L'INGV SCRIVE A NAPOLITANO. Quando arrivano gli avvisi di garanzia per «negligenza e informazione fuorviante» (primo giugno 2010) i «dirigenti dell’Ingv», così si firmano, scrivono una “lettera aperta” al presidente Napolitano (18 giugno 2010). Firme prestigiose: Massimo Cocco, Daniela Pantosti, Alberto Michelin, Alessandro Amato, Warner Marzocchi, Ingrid Hunstad, Massimiliano Stucchi. La lettera viene inviata ai colleghi di tutto il mondo, e in meno di 72 ore la firmeranno oltre 4 mila ricercatori. Purtroppo quel documento riporta accuse di cui nei documenti originali non c'è traccia. Testualmente, nella lettera è stato scritto: «Questa iniziativa è stata intrapresa a seguito del recente invio degli avvisi di garanzia per l’accusa di omicidio colposo ai componenti della Cgr, (…) per non aver promulgato uno stato di allarme (…)». «Stato di allarme?». Negli avvisi di garanzia non c’è una sola parola di tutto questo.
IL REATO DI MANCATO ALLARME. Eppure è nel reato di “mancato allarme” che si oggettivizza la narrazione del “Processo a Galileo”, con l’adesione acritica di molta stampa, a partire da quella specializzata (Nature, 22 Giugno 2010). Non tutti ci credono, tuttavia. Alcuni scienziati, che ritengono assurde le accuse, fanno il lavoro dei giornalisti: si procurano i documenti originali. E una volta che hanno verificato che la lettera è fuorviante iniziano un contro-giro di email tra colleghi che si concretizza in una contro-lettera a Napolitano favorevole alla sentenza, nel senso che mette a tema l’autonomia della scienza dalla politica. Ma sulla stampa, non trovano spazio.
LA CENSURA DEL DISSENSO. Più tardi, gli stessi scienziati firmeranno un’altra lettera (assieme a esperti delle scienze sociali, giuristi, giornalisti, etc.), indirizzata a Science, in replica a una lettera di Enzo Boschi pubblicata sull’organo di stampa dell’Aaas.
A firmarla, personalità del mondo scientifico che rivendicano, per il ruolo di scienziato, onestà intellettuale, etica pubblica, presa in carico della comunità. Come Gianni Tognoni, presidente del Tribunale permanente dei popoli, Angelo Stefanini, direttore del Centro di salute internazionale dell’Università di Bologna, o Marcello Buiatti, genetista di fama internazionale. La rivista decide però decide di non pubblicare, senza motivare. La storia viene raccontata solo da Lettera43.it.

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