SCHEDA 23 Settembre Set 2014 1445 23 settembre 2014

Bruno e il caso Ittierre

Il senatore candidato Fi alla Consulta avrebbe ricevuto 2,5 mln di consulenze.

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La notizia trapelata sulla stampa, secondo cui il vicepresidente di Forza Italia al Senato e candidato per la Corte Costituzionale Donato Bruno sarebbe indagato dalla procura di Isernia in merito alla vicenda del fallimento della società Ittierre, colosso dell’abbigliamento entrato in crisi nel 2009, non sembra aver scosso più di tanto il partito di Silvio Berlusconi.
FORZA ITALIA PER BRUNO. Il nome azzurro per la Consulta è sempre lo stesso, il suo, come confermato martedì 23 settembre dal capogruppo di Fi al Senato, Paolo Romani. Il tramonto della candidatura di Bruno - che ha ribadito di non aver al momento «ricevuto alcun avviso di garanzia», ma che «qualora ci fosse un provvedimento di rinvio a giudizio» non avrebbe «nessuna remora a prendere le opportune decisioni» - potrebbe essere solo una quesitone di tempo. Sarebbe difficile infatti sostenerne l'opportunità, se la vicenda Ittierre trovasse piena conferma.

La crisi di Ittierre e i consulenti nominati da Scajola

La Ittierre di Isernia, colosso italiano del settore tessile che controllava marchi come Ferrè e Romeo Gigli, è entrata in crisi nel 2009. Il 12 febbraio di quell'anno l'allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, nominò tre commissari straordinari, incaricati di curare gli interessi della società: Roberto Spada, Andrea Ciccoli e Stanislao Chimenti. Quest'ultimo grande amico e vicino di studio di Donato Bruno.
Spulciando nei registri i tre scoprono che dalle casse dell'azienda guidata dall'ad Tonino Perna - oggi imputato per bancarotta - mancano 44 milioni di euro. Così, su autorizzazione di Scajola, si costituiscono parte civile.
Ma a metterli nei guai sono le super consulenze affidate, secondo l'accusa, agli «amici». A partire dai primi mesi del 2009, infatti, mentre i dipendenti della Ittierre navigavano in cattive acque (al momento 600 di loro sono in cassa integrazione), risulta che i tre commissari abbiano speso, tra le altre voci, «ben 8 milioni di euro in consulenze e collaborazioni». Due e mezzo dei quali sarebbero finiti proprio nelle casse dello studio del senatore Bruno. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, Bruno sarebbe così «indagato per concorso in interesse privato del curatore negli atti del fallimento» dell'azienda.
Stessa sorte sarebbe toccata ai tre commissari. Il sospetto è che queste consulenze siano state affidate a conoscenti. Da qui l’ipotesi di reato, prevista dall’articolo 228 del codice fallimentare.

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