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CONFLITTO 25 Settembre Set 2014 1350 25 settembre 2014

Guerra all'Is, l'impegno dell'Italia

Dalle armi all'addestramento. Così partecipiamo alla coalizione anti-jihad.

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Ufficialmente l'Italia s'è schierata nella colazione internazionale anti-Stato islamico (Is). Ma se alcuni, come Usa e Francia, hanno già iniziato i raid in Iraq e Siria contro le postazioni dell'Is, il nostro Paese s'è limitato a dare all'alleanza un sostegno più contenuto. Fatto di fornitura di armi ai curdi - considerati l'ultimo baluardo sul terreno all'ascesa dei miliziani neri - supporto logistico ai cacciabombardieri, addestramento delle truppe locali per fermare i jihadisti e possibile utilizzo delle basi.
RENZI ALL'ONU CONTRO L'IS. «Roma continuerà il proprio impegno contro il terrorismo dell'Is», è il messaggio che il premier Matteo Renzi vuol lanciare all'Assemblea generale dell'Onu a New York giovedì 25 settembre, a margine di un discorso sui cambiamenti climatici del Pianeta.
Ma il leader del Partito democratico vuol pure precisare che il ruolo italiano nella coalizione «avverrà nel rispetto dei principi della Carta dell'Onu e delle procedure previste dal parlamento». Insomma, facciamo la nostra parte, ma con le nostre regole.
Ecco, nello specifico, l'impegno di Roma nella coalizione anti-Is.

1. Fornitura di armi ai curdi: artiglieria vecchia e insufficiente

Un fucile d'assalto kalashnikov (©GettyImages).

Sin da quando il presidente Usa Barack Obama ha deciso i raid in Iraq a supporto dei curdi nella zona di Sinjar a metà agosto, l'Italia ha comunicato di voler supportare i Peshmerga, oltre che con aiuti umanitari, con l'invio di armi. Seguendo l'esempio di Washington che per fermare l'Is ha accelerato la consegna di «ulteriore artiglieria» ai curdi, Roma ha messo a disposizione dei guerriglieri le armi sequestrate nel 1994 a una nave diretta nei Balcani.
L'attrezzatura, stoccata a Santo Stefano in Sardegna, è composta, secondo quanto ha spiegato in un’audizione alle commissioni parlamentari il ministro della Difesa Roberta Pinotti di «200 mitragliatori, 2 mila lanciagranate e 950 mila cariche di munizioni». Che tradotto in soldoni significa armamenti per 1,9 milioni di euro.
OMBRE SULL'INVIO. Se il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha precisato che le armi sono in parte già state consegnate, l'Unione sarda ha svelato che il materiale si trova ancora a La Maddalena: deve ancora essere portato sul Continente e qui caricato su un'altra nave per poi essere spedito nel Nord dell'Iraq. E serve un mese per concludere l'operazione.
Inoltre, qualcuno ha criticato la scelta di inviare in Medio Oriente armi che, per stessa ammissione di Pinotti, arrivano dalle «riserve sovietiche confiscate durante le guerre balcaniche degli Anni 90», perché considerate obsolete (in realtà per i Peshmerga è la soluzione ideale, visto che nei loro equipaggiamenti c'è soprattutto materiale di fabbricazione dell'ex Urss). Ma di certo gli armementi sono insufficienti per far fronte all'avanzata dell'Is.

2. Rifornimento in volo e trasporto di materiale di altri Paesi

Un C130 usato anche per il rifornimento in volo.

Ma l'Italia non s'è limitata a fornire armi ai curdi. Per dare il suo supporto alla coalizione anti-Isis, Roma è pronta, come ha spiegato a inizio settembre Pinotti, a offrire aerei da rifornimento in volo.
«L’Italia è uno dei pochi Paesi che è in grado di fornire questi mezzi ed è intenzionata a renderli disponibili una volta che si sia raggiunta un’intesa fra Stati Uniti ed Europa», ha spiegato la titolare della Difesa.
Secondo Il Fatto Quotidiano, si tratta di schierare l’autocisterna Boeing KC-767A del 14esimo Stormo di Pratica di Mare e l’aerocisterna Hercules KC-130J dalla 46esima brigata aerea di Pisa-San Giusto.
ESCLUSI I RAID. Inoltre, sempre secondo quanto ha dichiarato Pinotti, Roma è pronta a «trasportare armi provenienti da altri Paesi».
Tuttavia, come ha precisato Mogherini, dal 1 novembre ufficialmente nuova Alto rappresentante della politica estera dell'Unione europea, l'Italia esclude di partecipare a raid come quelli compiuti da Usa e Francia. Anzi, la futura Lady Pesc ha parlato di «soluzione politica» al Consiglio di sicurezza dell'Onu per risolvere la crisi in Iraq e Siria.

3. Addestramento dei militari locali: l'esempio del caso libico

Una seduta dell'Onu al Palazzo di vetro di New York (©Ansa).

L'offerta italiana alla coalizione anti-Is, poi, prevede l'addestramento di truppe locali in Iraq. A spiegarlo è stata la stessa Mogherini, proprio precisando la partecipazione di Roma in termini militari al contrasto dei jihadisti.
In pratica, l'Italia ripropone quanto già testato in Libia: 270 militari locali sono stati addestrati per circa sei mesi nel nostro Paese e sono poi tornati a Tripoli (il piano era stato deciso nel corso del G8 Compact del 2013).
In Italia hanno seguito un ciclo addestrativo che ha insegnato loro come operare in termini di controllo e sicurezza del territorio. E per le nostre forze armate s'è trattato del «germe della ricostruzione delle forze armate libiche».
SOSTEGNO DELLA POLIZIA. I soldati del Paese africano hanno svolto l'addestramento presso l'80esimo Reggimento di Cassino e l'Ottavo Reggimento Bersaglieri di Persano, seguendo pure lezioni di Diritto umanitario.
Inoltre, Roma ha in programma corsi per la polizia - pure a Tripoli e non solo nel nostro Paese - per addestrare fino a 2 mila unità. Un progetto che può essere replicato in Iraq per offrire maggiore stabilità allo Stato alla ricerca di equilibrio dopo la caduta di Saddam Hussein.

4. Basi per attività logistiche, ma non per i bombardieri di Francia e Usa

Un cacciabombardiere pronto al decollo (©Ansa).

Il prossimo passo che potrebbe essere chiesto all'Italia dagli alleati che si oppongono all'Is è quello di mettere a disposizione le basi.
«Servirebbero come retroterra logistico, molto importante soprattutto per gli alleati europei», hanno spiegato gli analisti al quotidiano La Repubblica. Anche se è da escludere che dai nostri aeroporti possano decollare aerei con missioni di bombardamento, perché la coalizione può sfruttare «installazioni più vicine» a Siria e Iraq, come quelle messe a disposizione dalla Giordania, Israele, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti.
UTILIZZO DEI DRONI. S'è poi parlato anche dell'utilizzo dei droni Predator che sono già stati schierati per ricognizioni e sorveglianza in Afghanistan. Ma molti velivoli senza pilota sono stati inviati nel Corno d'Africa e altri sono impegnati nell'operazione Mare Nostrum (che dal 1 novembre sarà sostituita da Triton, messa in piedi da Frontex).

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