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DECISIONE 25 Settembre Set 2014 1425 25 settembre 2014

Stato-mafia, Napolitano deve testimoniare

Trattativa, il presidente sarà sentito al Quirinale. «Non ho nessuna difficoltà».

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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Giorgio Napolitano dev'essere sentito come testimone al processo sulla trattativa Stato-mafia. Lo ha deciso la Corte d'assise di Palermo: la deposizione, chiesta dai pm, era già stata ammessa, ma dopo la lettera inviata ai giudici dal Colle, alcuni legali ne avevano chiesto la revoca.
Dal canto suo, il presidente ha dichiato di prendere «atto dell'odierna ordinanza», aggiungendo: «Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza - secondo modalità da definire - sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso».
UDIENZA A PORTE CHIUSE. In assenza di una norma specifica sulla deposizione del capo dello Stato, la Corte applicherà l'articolo 502 del Codice di procedura penale che prevede l'esame a domicilio del teste che non può comparire in udienza. Alla testimonianza, di cui ancora non è stata fissata la data, non parteciperanno né il pubblico né gli imputati, ma solo i legali e la procura.
Dunque, non c'è bisogno di alcun videocollegamento con i capimafia sotto processo: Totò Riina, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà.
LA LETTERA DI NAPOLITANO. Il 31 ottobre scorso, Napolitano aveva inviato una lettera alla corte di Palermo in cui ribadiva la sua disponibilità a testimoniare a Palermo, ma spiegava di non avere nulla da riferire sui temi del processo. Dopo quella lettera, l'Avvocatura dello Stato e i legali dell'ex senatore Marcello Dell'Utri avevano chiesto ai giudici di revocare la testimonianza del presidente della Repubblica. Il 25 settembre, la Corte ha preso la decisione definitiva.

I pm vogliono chiarimenti sui «timori» di D'Ambrosio

Il pm Nino Di Matteo.

I pubblici ministeri vogliono sentire Napolitano sulla lettera che gli venne inviata dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio nel giugno 2012.
Dopo le polemiche per le telefonate al Quirinale di Nicola Mancino, intercettato nell'ambito dell'inchiesta, D'Ambrosio aveva espresso il timore «di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo fra il 1989 e il 1993». In quegli anni D'Ambrosio (morto nel luglio 2012) era stato in servizio all'Alto commissariaro per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia.
DE MITA TESTIMONE. Il 25 settembre, in aula, è stata la volta dell'ex segretario Dc Ciriaco De Mita, sentito principalmente sull'avvicendamento tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino alla guida del Viminale. Staffetta voluta, secondo i pm, per contrastare l'impegno antimafia di Scotti. De Mita, spesso entrato in contrasto col pm Nino Di Matteo durante la deposizione, ha detto che «Scotti voleva rimanere agli Interni, ma non motivò mai questa sua preferenza con l'intenzione di perseguire una strategia di lotta alla mafia. Poi accettò l'incarico di ministro degli Esteri». E sulla decisione dell'ex ministro di dimettersi da dalla guida degli Esteri e scegliere la carica di parlamentare, quando il partito impose ai suoi l'opzione tra i due incarichi, il teste ha risposto: «A Scotti interessava conservare l'immunità».

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