Raid Siria 140927210703
MEDIO ORIENTE 27 Settembre Set 2014 2105 27 settembre 2014

Isis, raid senza sosta della coalizione: Turchia e Iran pronti a combattere

Erdogan ipotizza intervento di terra. Teheran: «Se l'Is si avvicina colpiremo».

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Continuano i bombardamenti della coalizione internazionale contro lo Stato islamico.

I raid aerei contro i jiahdisti in Iraq e in Siria vanno avanti senza sosta, mentre la coalizione internazionale contro lo Stato islamico sembra consolidarsi sempre più. Dopo il sì del Regno Unito, che ha accettato di partecipare ai bombardamenti, è arrivata infatti la proposta della Turchia, che ha evocato persino un intervento di terra. E alla campagna anti-Isis sta partecipando anche l'Iran, seppure in maniera non ufficiale. Teheran si è detta pronta a intervenire se le milizie dello Stato islamico dovessero avvicinarsi alla sua frontiera.
LE PROTESTE DELLA RUSSIA. Con l'appoggio dei Paesi arabi, che negli ultimi giorni hanno affiancato gli Usa nei raid, il fronte ha assunto una compattezza più solida. Ma alcune difficoltà restano. Dalla tribuna dell'Assemblea generale dell'Onu, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sferrato un duro attacco agli Stati Uniti, che bombardando in Siria avrebbero «apertamente dichiarato il loro diritto di usare la forza unilateralmente, ovunque nel mondo, per difendere i propri interessi». Parole che però rimangono quasi isolate nell'ambito della comunità internazionale, in grandissima parte schieratasi contro la minaccia comune dell'estremismo islamico.
I CACCIA HANNO COLPITO RAQQA, HOMS E ALEPPO. Tra venerdì 26 e sabato 27 settembre, come confermato dal Pentagono, i caccia Usa e quelli di Giordania, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti hanno bombardato e centrato diverse postazioni dell'Isis nella zona di Raqqa, la città nel Nord della Siria diventata capitale del Califfato di al-Baghdadi. Per la prima volta, però, i raid hanno interessato anche le regioni siriane di Homs e di Aleppo. Queste azioni dovrebbero aiutare le operazioni dei ribelli filooccidentali che la coalizione internazionale sta armando, ma secondo alcuni osservatori rischiano di creare ancora più confusione, in un Paese dove è ancora in corso la guerra civile contro il regime di Bashar al Assad e dove il pericolo potrebbe essere quello di un conflitto di tutti contro tutti.
LA TURCHIA PRONTA A COMBATTERE. Un ulteriore tassello è costituito da Ankara. Il premier turco Recep Tayyp Erdogan ha ribadito come il suo Paese sia pronto a dare il suo contributo. Un cambiamento di strategia, dopo la liberazione degli ostaggi turchi in mano ai jihadisti. Proprio la preoccupazione per la sorte dei rapiti aveva suggerito a Erdogan un atteggiamento prudente. Ma ora il premier si è spinto addirittura a ipotizzare un intervento di terra delle forze armate turche, per cacciare i militanti dell'Isis da alcune aree al confine con la Siria e creare una «zona di sicurezza» per i profughi in fuga. Mentre Tehran, le cui milizie sarebbero in realtà già impegnate nella battaglia militare contro i jihadisti, ha messo in guardia i leader dell'Isis: «Se vi avvicinerete ai nostri confini», ha minacciato la teocrazia sciita, «vi attaccheremo in territorio iracheno».
LA MINACCIA DI AL QAEDA. Intanto, in serata, il Fronte al Nursa, braccio siriano di al Qaeda, ha minacciato i Paesi della coalizione che stanno conducendo i raid in Siria contro l'Isis di rappresaglie «nel mondo intero». «Questi Stati, che hanno commesso un atto orribile, sono nella lista degli obiettivi delle forze jihadiste. I raid sono un guerra contro l'Islam». E ancora: «Siamo impegnati in una lunga guerra che non finirà nel giro di qualche mese o anno, ma durerà decenni: siamo capaci di resistere».

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