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GIUSTIZIA 1 Ottobre Ott 2014 1141 01 ottobre 2014

Morte Ferrulli: «Nessuna violenza grauita della polizia»

Milano, il decesso per infarto durante l'arresto: assolti quattro agenti.

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Michele Ferrulli.

Secondo la Corte d'Assise di Milano «Non vi fu alcuna gratuita violenza ai danni di Michele Ferrulli», il manovale morto per arresto cardiaco nel 2011 mentre gli agenti lo stavano ammanettando a terra. Così è stata motivata l'assoluzione di 4 poliziotti, decisa in luglio.
I «colpi degli agenti», secondo la Corte, erano necessari per «vincere la resistenza».
I quattro agenti, che erano accusati di omicidio preterintenzionale, sono stati assolti perché «il fatto non sussiste», mentre la Procura per loro aveva chiesto 7 anni di carcere.
«TEMPESTA EMOTIVA». La Corte ha stabilito che quella sera del 30 giugno 2011 i quattro poliziotti della volante 'Monforte Bis', che erano intervenuti per una segnalazione di schiamazzi in strada in via Varsavia, periferia sud-est di Milano, agirono correttamente nel corso dell'ammanettamento di Ferrulli, che opponeva resistenza. Stando alla perizia medica, l'uomo, che quella sera si trovava vicino ad un bar con due amici romeni e aveva bevuto molto, soffriva di ipertensione e venne colpito, nelle fasi dell' arresto, da una «tempesta emotiva» che provocò l'arresto cardiaco.
Nelle motivazioni, appena depositate, i giudici spiegano che il dibattimento «ha dimostrato l'infondatezza della contestazione del reato», perché gli agenti hanno tenuto una condotta di «contenimento», che era «giustificata dalla legittimità dell'arresto».
«NESSUN CORPO CONTUNDENTE». Secondo i giudici, in realtà, a differenza di quanto contestato dalla Procura i poliziotti non usarono «alcun corpo contundente e la loro condotta di percosse consistette nei soli tre colpi e sette colpi dati in modo non particolarmente violento».
Una condotta, secondo la Corte, «giustificata dalla necessità di vincere la resistenza del Ferrulli a farsi ammanettare e che si mantenne entro i limiti imposti da tale necessità, rispettando altresì il principio di proporzione».
La «piena legittimità» di tale condotta, secondo i giudici, «ne esclude dunque l'antigiuridicità».

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