Giudice Giustizia Martello 120412122809
GIUSTIZIA 3 Ottobre Ott 2014 1650 03 ottobre 2014

Augurarsi la morte di qualcuno non è reato

La Cassazione assolve: né minaccia né ingiuria, semmai scarso fair play.

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Augurarsi la morte di un'altra persona non costituisce reato e non si rischia quindi alcuna condanna.
«Il precetto evangelico di amare il prossimo come se stessi», infatti, «non ha sanzione penale».
Ad affermarlo è stata la quinta sezione penale della Cassazione, che a Roma ha così assolto due imputati finiti sotto processo per ingiuria e minaccia nei confronti di un «avversario» contro cui erano in lite giudiziaria. La Corte ha così cancellato la prima sentenza dei giudici di merito, che li avevano condannati.
«VORREI LEGGERE DELLA TUA MORTE». Al centro della vicenda, c'erano due frasi pronunciate dagli imputati, un uomo e una donna, contro l’avversario nella causa giudiziaria.
«Ogni volta che vedo la tua macchina ripartire per Roma», aveva detto uno dei due alla parte offesa, «la domenica sera, il giorno dopo compro il giornale, sperando di leggere della tua morte in uno di quegli spaventosi incidenti sull’autostrada...».
Così continuava la minaccia: «Spero di incontrarti, uno di questi giorni, disteso e morente lungo la strada... Ti prometto che non mi fermerò mai per soccorrerti».
«MINACCIA NON COSTITUISCE INGIURIA». «Augurarsi la morte di un’altra persona», ha scritto la Corte nella sentenza depositata il 3 ottobre, «è certamente manifestazione di astio, forse di odio», ma non costituisce ingiuria, «perché desiderare la morte altrui non sta necessariamente a significare che si intenda offenderne l’onore e il decoro».
Quanto al reato di minaccia, hanno osservato gli alti giudici, «è noto che il male ingiusto e futuro che si prospetta alla persona offesa deve essere rappresentato come conseguente ad un’azione dell’offensore».
«ASSOLUTA IRRILEVANZA PENALE». La Corte ha dunque stabilito che le frasi incriminate «rappresentano certamente manifestazioni di scarso affetto» e «di evidente mancanza di fairplay tra avversari processuali», tuttavia né l’uno né altro imputato «hanno manifestato l’intenzione di fare alcunché per determinare, anticipare o propiziare la morte» della parte offesa. Nonostante l’«animo malevolo» che si può evincere da quelle minacce, ha concluso la sentenza, esse sono di «assoluta irrilevanza penale».

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