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IN PROCURA 8 Ottobre Ott 2014 0955 08 ottobre 2014

Omicidio Yara, le prove dell'accusa contro Bossetti

Non ne parlava a casa. Ma dice di essere rimasto scioccato. Atteggiamenti e parole sospetti.

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Massimo Giuseppe Bossetti.

Una lettera minatoria scritta con ritagli di giornale. C'è anche questo tra le carte dell'accusa contro Massimo Giuseppe Bossetti. L'uomo accusato dell'omicidio di Yara Gambirasio l'avrebbe ricevuta prima della morte della 13enne di Brembate di Sopra, e i due fatti non sarebbero collegati, ma resta una domanda: perché qualcuno avrebbe dovuto minacciare di morte il carpentiere?
NON SOLO IL DNA. Secondo quanto pubblicato da La Repubblica l'8 ottobre, la procura di Bergamo continua a costruire il suo castello accusatorio convinta di avere prove sufficienti per incastrare Bossetti. Non c'è solo la 'pistola fumante' del Dna, ma anche i comportamenti dell'indiziato e le testimonianze della moglie.
C'è il silenzio anomalo tenuto in casa nei giorni successivi all'omicidio (in contrasto con quanto dichiarato dallo stesso Bossetti, che agli inquirenti ha detto di essere rimasto molto colpito dal fatto, ma che secondo la moglie non ne avrebbe mai parlato in casa), e c'è la cronologia del pc con quelle parole chiave «sesso» e «tredicenni» che non possono che destare sospetti al di là della difesa dell'uomo («Ho un figlio di 13 anni e volevo informarmi. Non ho guardato video porno di minori, guardavo video su YouPorn con mia moglie»).
LA POLIZIA: «HA LASCIATO LA FIRMA». Per polizia e carabinieri, poi, Bossetti «ha eliminato arma e (altre) prove del delitto, ma non la sua firma (il Dna)», rivelandosi «soggetto capace di commettere un omicidio efferato per modalità e caratteristiche della vittima ma non così preparato, da un punto di vista criminale, da eliminare dalla scena del ritrovamento del corpo, e quasi certamente dell'omicidio, indumenti contenenti tracce biologiche significative a lui riconducibili».
Un quadro che comincia a farsi sempre più completo.

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