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SPIRITO ASPRO 11 Ottobre Ott 2014 0745 11 ottobre 2014

Nobel per la Pace? Un selfie può bastare

Perché rischiare la vita come Malala? L'autoscatto benefico può bastare.

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Il volto di Malala Yousafzai sulla copertina del Time.

È difficile parlare serenamente dell'iniziativa #wakeupcall nello stesso giorno in cui la giovanissima attivista pakistana Malala riceve il premio Nobel per la Pace. Perché c'è chi per difendere i diritti dell'infanzia si è beccata due pallottole all'uscita di scuola e oggi deve vivere esule e sotto protezione, e c'è chi lo fa fotografando al risveglio la sua faccia, bella o brutta ma famosa.
Magari con gli occhi a fessura che spuntano fra coltri e guanciali, per postarla sui social con un hashtag che invita a 'svegliarsi' per aiutare i bambini siriani ospitati nei campi-profughi della Giordania. L'iniziativa è stata lanciata in Inghilterra da Jemima Khan, gran dama londinese e stella del jet set internazionale, che, va detto, tra i rifugiati c'è andata per davvero, come s'usa fra le celebrity di buon cuore, da Angelina Jolie a George Clooney.
DIVE STRUCCATE, FATEVI AVANTI. Ora, diceva Deng Xiaoping, quello dell'«arricchirsi è glorioso», non importa che il gatto sia bianco o nero, ma che acchiappi i topi. Non importa se chi va nel campo profughi è uno sconosciuto ricco solo di abnegazione o una socialite miliardaria con i media ai suoi piedi, l'importante è che, ognuno nelle proprie possibilità, migliorino le condizioni di vita di esseri umani ai quali guerre assurde e sanguinarie hanno strappato il passato, distrutto il presente e probabilmente rubato il futuro. La diva sapientemente struccata e in abiti in stile casual-penitente che posa mentre abbraccia pargoli bruni ci farà anche girare le scatole e gridare all'ipocrisia che diventa show buonista e autopromozionale, ma se la sua presenza serve a raccogliere soldi per costruire un ambulatorio decente va benissimo, a differenza della nostra puzza sotto il naso, che non salverà mai nessuno.
EFFETTO LIFTING INCLUSO. Lady Khan, tornata dalla Giordania, si è ispirata alla recente #IceBucketChallenge (le secchiate social a favore della lotta alla sclerosi multipla che hanno coinvolto vip di tutto il mondo) per un'analoga catena di san Selfie, questa volta pro-Siria. Chiedere ai vip di farsi un selfie e postarlo è come chiedere a un piccione di scagazzarti sulla macchina: non gli costa niente, anzi. Tanto più se non comporta docce gelate all'aperto, ma va scattato in un luogo caldo, confortevole e intrigante come il letto che oltretutto, ponendo il soggetto in posizione orizzontale, sottrae i lineamenti del volto alla forza di gravità distendendoli con un effetto lifting istantaneo meglio di Photoshop.

Niente trasferte in Paesi caldi: il fondotinta è al sicuro

Il selfie di Jemima Khan.

Per attrici, modelle ed Elisabetta Canalis (che ancora cosa faccia veramente nella vita non si è capito) il #wakeupcall è una specie di manifesto «sono tanto preoccupata per i bambini siriani e, non so se si nota, sono bella anche senza trucco», anche se allargando il campo della foto probabilmente si vedrebbero sul comodino cipria, mascara e specchietto complice. Soprattutto il charity-selfie risparmia noiose e scomode trasferte in Paesi caldi dove il fondotinta si squaglia miseramente e il sole macchia la pelle.
MASCHIETTI MENO INTRAPRENDENTI. Meno numerosi i divi maschi che hanno partecipato alla #wakeupcall; citiamo quel giocherellone di Stephen Fry, l'unico ad avere un vero look da appena alzato con occhi gonfi e ciuffo unto, e Hugh Grant, che ha terrorizzato le sue fan postando un selfie canuto e grinzoso tipo Dorian Gray nella scena finale, ma si trattava di una scena di uno dei suoi ultimi film, Cloud Atlas.
Jemima Khan, la prima a diffondere il suo selfie dal letto, deve aver pensato che se la gente normale vede una celebrity sopra i 25 anni disposta ad apparire spettinata e senza correttore antiocchiaie, si rende conto che la faccenda profughi è maledettamente seria e mette mano senza esitare al portafoglio.
CELEB-CHARITY SENZA IMPEGNO. Il computo finale dei soldi raccolti ci dirà se aveva ragione e, se sarà così, aspettiamoci un'ondata di autoscatti di famosi finto-nature, con le dita nel naso, mentre si schiacciano un brufolo, sul bidè, tutto a fin di bene. «Quanto può durare una buona intenzione, 10 minuti?» si domanda un personaggio di Tu sai chi sono io, corrosivo romanzo di Paola Jacobbi sulla celeb-charity. Ma era un libro di un anno fa, prima delle secchiate. Ora col selfie benefico la buona intenzione può durare meno di 10 secondi, incipriata al naso compresa. Gli aspiranti premi Nobel per la Pace smettano di rischiare la vita come Malala o di sbattersi come Kaylash Satyarthi e imparino a fotografarsi dal lato migliore.

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