REPORTAGE 21 Ottobre Ott 2014 0925 21 ottobre 2014

Marijuana, come comprarla in California

ESCLUSIVO. Lettera43.it nello Stato antiproibizionista. Dove basta un medico e la cannabis diventa legale. A patto di fumarla lontano dai bambini.

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da Los Angeles

L’odore insegue dolce e irregolare lungo il marciapiede, quasi fosse il respiro del cemento surriscaldato da un sole che non conosce autunno.
Sono folate, momenti di anarchia, parentesi di vite parallele.
Potrebbero arrivare dallo skate park dove ragazzini col capellino di lana a 34 gradi sfidano la forza di gravità, dai rasta che dondolano sulle gambe provando a vendere cd senza etichette, o magari dai vecchi imbolsiti dall’alcol seduti a bordo della passeggiata, in mano un pennello per fare ritratti ai turisti e in faccia l’espressione di chi ancora crede che Jim Morrison si esibirà al Trobadour, stasera.
Per qualcuno, questo alito dolciastro è un profumo. Per altri è una cura. Per tutti, sul lungomare di Venice beach, appendice naif di Los Angeles, la marijuana è soprattutto legale. Anche per gli stranieri (guarda le foto).
LA RICETTA? COSTA 140 DOLLARI. Bastano 30 dollari (così almeno recitano i cartelli, anche se alla fine saranno 140). E un’ora e mezzo di tempo. Quello necessario per compilare un modulo, farsi accompagnare da un infermiere in cappellino e skateboard davanti a un medico semi-mummificato, ottenere un foglio che raccomanda l’erba come cura per l’insonnia e saldare il conto dopo un’ordinata attesa in mezzo a parecchi altri pazienti. Qualcuno sofferente per mali che fanno perdere i capelli e l’appetito. Qualcun altro in cerca di pace dalle curve paraboliche dei propri pensieri.
Altri ancora, a petto nudo, strappati alla spiaggia o agli hamburger da mezzo chilo, sono a caccia di una semplice occasione: marijuana terapeutica, da queste parti, è (anche) un modo per dire a portata di mano.

Per avere il pass non serve essere americano

Pesatura del prodotto in un negozio legale di marijuana a Los Angeles.

Certo, per ottenere il foglio servirebbe essere residenti della California. E avere qualcosa da curare (ma chi non ce l’ha?). Questo prevede la legge (proposition 216) con cui nel 1996 lo Stato della West coast, primo tra tutti in America, ha consentito la cannabis per uso medico, nonostante a livello federale fumare sia ancora considerato un crimine.
Ma le precisazioni, gli articoli e i commi di quel testo non sono mai stati molti.
AGLI STRANIERI BASTA IL PASSAPORTO. E basta affacciarsi dentro lo stanzino lungo e stretto dei green doctor, tre metri quadrati infilati tra un negozio di magliette e il noleggio dei surf, segnalati da due bandiere con stampata una foglia di marijuana da un metro e mezzo per scoprire che quello della residenza è un concetto flessibile.
L’indirizzo di un motel basta e avanza. «Anche se si resta solo una settimana e si è stranieri?», chiede la giornalista di Lettera43.it al 'medico' di turno. La risposta non lascia spazio a esitazioni: «Certo: dammi il passaporto che ti sistemiamo».
Consegnare il documento a un tizio vestito in infradito, occhiali da sole grandi quanto mezza faccia e tuta verde ganjia, seduto in un bugigattolo affollato di 'pazienti' e dei loro sudori, nel luogo più freak dell’emisfero occidentale, normalmente può non sembrare una grande idea. Ma, a giudicare dal viavai, a Venice beach viene considerata poco più di un'abitudine.
CANNABIS, BUSINESS DA 1 MILIARDO. C’è chi arriva e chiede quanto ci vuole per rinnovare la propria tessera, una specie di carta sanitaria con foto e dati personali che certifica per il portatore l’uso terapeutico della cannabis.
E ci sono i molti che, per diletto o per mestiere, vogliono capire se è davvero così facile procurarsela, o se quei 30 dollari che si stanno per sborsare (di nuovo: mai fidarsi del cartelli, ne servono cinque volte tanti) finiranno semplicemente nelle statistiche nazionali alla voce 'Marijuana business': tra vendita, certificati, tessere plastificate e via discorrendo, più o meno 1 miliardo e 300 mila dollari all’anno.
Almeno così recitano le stime, perché la legge californiana è talmente flessibile da lasciare alle città o alle contee il compito di stabilire le proprie regole e un registro delle persone ‘in cura’. Ma a Los Angeles, 18 anni dopo l’entrata in vigore, nessuno ha ancora ritenuto necessario farlo.

«Con l'erba fate ciò che volete, ma attenti alla polizia»

Los Angeles: lo studio di un green doctor viene pubblicizzato così.

Deve essere per questo - ma nessuno di quelli seduti nel bugigattolo lo sa, altrimenti non suderebbero così tanto - che il green doctor ripete flemmatico «Take it easy» (state tranquilli,) in risposta alle domande degli aspiranti pazienti.
«Le autorità federali vengono informate? All’ufficio immigrazione hanno un registro delle prescrizioni d’erba? Sul serio è tutto legale? Ma il passaporto quando ce lo ridate?».
Sorriso, sospiro, alzata di sopracciglio: «Take it easy».
L'ASSISTENTE DEL MEDICO È UNO SKATER. Il questionario da compilare per fare richiesta di essere visitati da un medico non è diverso da quello che consegnano in aereo mentre si sta per arrivare negli Usa, in cui si chiede al passeggero se è amico di un terrorista o se sta trasportando sostanze illegali per conto di qualcun altro. Soltanto che qui domandano quali sono i mali di cui si soffre (risposte suggerite: insonnia, anoressia, ansia, cancro, Aids, deficit di attenzione, schizofrenia, glaucoma), se si è fumato marijuana in precedenza e se è servita.
Cinque croci e un paio di firme dopo si è tutti in fila come scolaretti dietro al green doctor numero due, un ragazzo di colore con un cappellino da baseball calato sugli occhi, skateboard in mano e pantaloni rimboccati fino al ginocchio, che dice «shit!» più o meno sei volte in una frase, e normalmente per indicare cose diverse («You guys do what you want with your shit, but don’t shit around with cops, shit happens»; più o meno: «Fate quello che volete con la vostra erba ma non siate stupidi in presenza della polizia, i problemi capitano»).
NELLA SALA D'ASPETTO SI ASCOLTANO I RAMONES. Il compito di Shit-boy è condurre greggi di 'malati' che vogliono curarsi con la cannabis di fronte al dottore, il quale riceve nel retro di un altro punto di raccolta dei green doctor, poco più in là sulla passeggiata di Venice.
Qui, l’unico elemento di arredo sono tre file di seggiole e una scrivania dietro alla quale un terzo infermiere vagamente tarchiato, sorridente come un uomo prossimo alla pace dei sensi, spara canzoni dei Ramones da un computer che pare servire a null’altro.
«Ma questi sono dottori davvero? Cioè, hanno studiato e tutto quanto?», sussurra incredulo uno seduto nella stanza, evidentemente straniero, mentre i green doctor si accendono una sigaretta sull’uscio cantando il ritornello di I wanna be sedated.

La visita medica: cinque minuti per sentire cuore e polmoni

Los Angeles: in coda per essere ricevuti dal green doctor.

Il dottore vero fa capolino nello studio dopo essersi fatto desiderare. A giudicare dalla lentezza con cui si muove, il primo pensiero è che potrebbe esalare l’ultimo respiro da un momento all’altro.
Ha una polo di materiale sintetico macchiata in più punti, il labbro vagamente leporino e gli occhi non del tutti aperti: come uno molto stanco, molto fumato o molto anziano. Potenzialmente, è tutt’e tre le cose.
VISITA DI CINQUE MINUTI. La visita dura intorno ai cinque minuti: tre e mezzo gli servono per leggere il modulo precompilato, uno per ascoltare il cuore con lo stetoscopio e complimentarsi per il battito, 30 secondi per firmare il foglio della libertà. «Raccomando a questo paziente – seguono nome e cognome – la marijuana per curare questa malattia – seguono i mali selezionati sul modulo precompilato».
L’erba terapeutica, a questo punto, è dietro l’angolo: e vista la facilità con cui abbiamo ottenuto questo pezzo di carta, è facilmente ipotizzabile che nessuno del gruppetto in coda sia stato trovato non idoneo a curarsi con qualche canna.
Certificati in mano e skateboard ai piedi, Shit-boy guida il gregge verso il posto in cui si salda il conto e approfitta del tragitto per snocciolare le ultime regole.
SI POSSONO TRASPORTARE 226 GRAMMI. Il foglio, spiega seriooso, «dà il diritto a portare con sé otto once di ganjia» (226 grammi circa: seguono risatine degli europei che hanno fatto l’equivalenza coi telefonini).
Un permesso che vale solo in California e in nessun altro Stato americano. Soltanto chi ha il certificato può avere addosso 'la roba' e coltivare fino a 12 piante per uso terapeutico.
Ma non si può consumare all’aperto e «mai vicino ai bambini». «Meglio stare in casa propria», suggerisce.
Se si fuma in macchina, «bisogna essere abbastanza furbi da togliere la chiave dal cruscotto»: i poliziotti in quel caso non potranno dire «che state per guidare sotto l’effetto dell’erba».
L'ultimo consiglio recita: «Se siete così scemi da voler rivendere parte della roba, almeno non distribuitela in sacchettini pre-confezionati, che agli occhi degli agenti vi renderanno subito spacciatori».

L'ultimo passo: l'acquisto del documento ufficiale

I green doctor della California si fanno concorrenza con il prezzo.

Nell’ultimo ufficio dei green doctor, almeno 15 persone aspettano il proprio turno per versare il dovuto al medico che qualcuno chiamerebbe compiacente, altri definerebbero di larghe vedute, anche se per le due cinquantenni evidentemente in chemioterapia è probabilmente solo un dottore dei tanti.
IL COSTO SALE DI 110 DOLLARI. I soldi li raccoglie una signora con un accento che potrebbe essere russo o dell’Est Europa. Indossa un camice bianco. Probabilmente serve a conferirle autorevolezza mentre spiega che il totale è 140 dollari, perché la visita costa sì 30 come reclamizzato, ma l’erogazione del certificato – che vale un mese, ma basta aggiungere altri 20 dollari e diventano tre e con altri 25 si prende anche la tessera plastificata – ha un prezzo un po’ più alto.
SI PAGA CON LA CARTA DI CREDITO. E siccome porge all’istante un aggeggio elettronico in cui infilare la carta di credito, non c’è davvero il tempo di titubare o di ripensarci. Comunque, aggiunge la bionda, nel canapaio in cui consiglia di comprare l’erba «fanno sempre una generosa aggiunta per i nuovi clienti».
La tecnica è la stessa di qualsiasi spacciatore che coltivi il proprio mercato: d’altronde, con le dovute differenze di legalità, fidelizzare il cliente è l’obiettivo di ogni dispensario d’erba medica alle prese con una concorrenza spietata.

Oltre 500 pot shop in tutto lo Stato della California

A Los Angeles, secondo un vecchio conto dell’Associated press, i punti di distribuzione sono 900. Il Pasadena weekly sostiene che siano 1.000 in tutta lo Stato. Il California State Board of Equalization, teoricamente l’organismo più vicino a qualcosa di ufficiale, ne conta 500. Di certo, nei pressi del lungomare di Venice ce ne sono almeno tre.
Tecnicamente, sono negozi simili alle farmacie: siccome quelle ‘federali’ che hanno il resto dei medicinali non possono vendere la marijuana, considerata illegale, nei pot-shop la ganja viene fornita sotto presentazione della ricetta medica.
CANAPAI ORGANIZZATI IN COOPERATIVE. Però, siccome nessuno è autorizzato a comprare erba se non per curarsi e dunque chi possiede un pot-shop non può avere un fornitore ‘ufficiale’, i proprietari e i clienti dei dispensari devono per forza unirsi in cooperative, in cui teoricamente ognuno contribuisce alle scorte con le proprie coltivazioni legali.
La teoria della cooperazione, tuttavia, va in rovina subito dopo aver firmato il modulo per diventare membri, quando si spalanca la porta che separa i comuni mortali dai possessori di certificato.
Decine di barattoli da biscotti pieni di marijuana sono impilati dietro a un bancone presidiato da un ventenne dal colorito violaceo – colpa delle lampade Uva piantate sui semi in coltivazione nella teca in mezzo alla stanza - e anche uno rimandato in matematica tutti gli anni del liceo riuscirebbe a capire che 12 piante per ogni iscritto alla 'cooperativa' difficilmente possono produrre il ben di dio offerto nel negozio.
Il tizio che lo custodisce si chiama José, arriva dalla Spagna e deve essersi curato parecchio anche lui prima di accogliere i pazienti, stando alla lentezza con cui apre ogni barattolo sotto il naso dei clienti perché ne annusino i diversi aromi, come fossero dolcetti appena sfornati.
TRE QUALITÀ DI GANJIA: SATIVA, INDICA, HYBRIDA. A chi ha di fronte spiega, muovendo appena le labbra, che ci sono tre varietà di cannabis: sativa («Per stare allegri o per curare la depressione»), indica («Per rilassarsi, dormire e non sentire il dolore») e hybrida, un misto delle due.
Lui consiglia calorosamente di non scegliere, cioè di portarsi a casa almeno le due varietà principali. E ha un sorriso così rassicurante che molti devono pensare che deluderlo sarebbe un peccato.
Il nostro esperimento si chiude ordinando un grammo di ogni varietà. Poi lui, da buon commerciante, ne infila in ogni bustina più o meno il triplo per un prezzo di 40 dollari: a differenza dei salumai, però, non domanda «Lascio o tolgo?».
Usciamo dal dispensario con addosso sei grammi e una canna di sativa già rollata offerta dalla casa.
Spesa totale: 180 dollari. Tempo per procurarsi il tutto: due ore. Guai con la legge o l’ufficio immigrazione: nessuno.

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