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SPIN DOCTOR 22 Ottobre Ott 2014 0745 22 ottobre 2014

Disastri ambientali, la Protezione Civile si apra ai social

Manca la comunicazione 2.0. Necessaria per allertare i cittadini. E gestire i soccorsi.

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Genova: il prefetto Franco Gabrielli e il sindaco Marco Doria (11 ottobre 2014).

Durante il terremoto in Giappone si sono contati fino a 1.200 tweet al minuto. Il social network ha consentito la diffusione di notizie con la creazione di specifici hashtag: #Jishin riassumeva dati aggiornati in tempo reale e news sull’evento, #Jj_helpme richieste di aiuto da parte delle vittime dello tsunami, #Hinan forniva indicazioni sui piani di evacuazione stilati in quelle ore da soccorritori e volontari, #Anpiper era dedicato alle informazioni sulla sicurezza di persone e luoghi e #311care forniva indicazioni sugli aiuti medici in atto e le strutture sanitarie pronte ad accogliere i feriti della catastrofe fornendo loro assistenza.
Fra qualche giorno, quando si sarà depositata la polvere delle polemiche sui lavori bloccati a Genova e sulla incapacità di anticipare i disastri metereologici che hanno colpito mezza Italia, si potrà affrontare un tema che nel nostro Paese pare marginale: quale è il metodo migliore per avvisare la popolazione dell’arrivo di una catastrofe naturale?
ITALIA, ANNO ZERO. Sono stati scritti fiumi di inchiostro e riempiti gli scaffali delle librerie sull’uso dei social network e dei diversi sistemi di messenger nelle varie Primavere arabe e nell’attivazione di proteste come Occupy Wall Street. Ma a guardare con attenzione siamo ancora all’anno zero sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione più diffusi tra la gente per comunicare stati di allerta e informare su ciò che si deve fare nel caso di emergenze.
Mentre guardiamo con invidia e curiosità al lavoro che, per esempio, la Fema americana, cioè la struttura federale chiamata a intervenire nelle emergenze, ha avviato da tempo integrando i social network al sistema tradizionale di gestione dell’emergenza.
PROTEZIONE CIVILE 1.0. Basta fare un giro sul sito della Protezione Civile per capirlo: pagine e pagine 1.0 di decreti, avvisi, comunicazione istituzionale, bandi e curiosità, ma niente che assomigli a un programma 2.0 di utilizzo dei social per diffondere informazioni e aprire il dialogo digitale con i cittadini. E nelle emergenze il concetto «in tempo reale» è vitale.
La Protezione Civile italiana non ha un profilo Twitter e nemmeno una pagina Facebook. Non c’è una indicazione sull’utilizzo di messenger né un numero da utilizzare con whatsapp. Tanto per restare alle tecnologie di base. E anche quando si trovano dei profili da parte di strutture di Protezione Civile dei Comuni, i veri responsabili della sicurezza dei cittadini, questi non superano qualche decina o al massimo centinaia di follower. La Protezione Civile di Genova aveva poco più di 700 follower nei giorni del disastro, saliti a oltre 1.000 nei giorni successivi. Il profilo è stato aperto solo sei mesi fa. La Protezione Civile della Toscana, Regione colpita dalla bomba d’acqua dei giorni scorsi, ha 700 follower e non ha mai twittato!
GABRIELLI NON CONNESSO. Ovviamente il prefetto Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile, non ha un suo profilo Twitter. Ma nemmeno Carabinieri e Polizia di Stato hanno profili twitter da usare per comunicare o ricevere comunicazioni istantanee.
Eppure nel mezzo di una emergenza le persone hanno con sé solo lo smartphone e certo non sono in grado di accendere la televisione e la radio, che per la struttura di comunicazione della nostre istituzioni delegate alla gestione dell’emergenza rimangono gli unici canali di comunicazione.
Basterebbe, invece, molto poco e con costi veramente irrisori per potenziare un canale di comunicazione efficace e diffuso non solo per allertare la gente nel caso di emergenza e guidarla nel compiere azioni che possano metterla al sicuro, ma anche per guidare le strutture dei volontari e i tanti singoli cittadini che in questi casi si mettono subito all’opera per salvare vite umane o arginare il peggio.
SERVE UNA EDUCAZIONE DIGITALE. Non mancano i professionisti che potrebbero guidare la Protezione Civile nel predisporre un piano di accesso ai social network e non c’è azienda - Facebook, Twitter o Google, tanto per citarne qualcuna - che non si impegnerebbe a fornire all’interno dei programmi di responsabilità di impresa, un’educazione digitale del personale statale e dei volontari.
La Protezione Civile deve, dunque, affiancare i numeri verdi telefonici con profili differenziati per target (cittadini, strutture istituzionali, volontari) e avviare una seria e diffusa campagna di informazione affinché diventino uno dei canali privilegiati di dialogo con i cittadini.
Deve estendere il piano di accesso ai social alle protezioni civili territoriali e mantenere uno standard rigoroso di comunicazione con regole di ingaggio valide per tutti. E se la legge non lo consente, cambiamola!
Ne verrà valorizzato senza dubbio anche il lavoro importante e generoso di tanti operatori della protezione civile, delle forze dell’ordine e dei volontari.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
@gcomin

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