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EDITORIALE 23 Ottobre Ott 2014 1819 23 ottobre 2014

Isis in Iraq, il Paese prova a rialzarsi

Nuovo esecutivo e ministri curdi. Ma gli jihadisti restano alle porte.

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Soldati curdi in Iraq.

A Baghdad è in corso il sesto Festival cinematografico internazionale con ben 750 pellicole provenienti da 40 Paesi diversi.
Una grande manifestazione culturale che gli organizzatori non hanno voluto cancellare nonostante l’ombra lunga della minaccia dell’Isis pericolosamente vicino alla capitale irakena.
Ma più ancora, una significativa volontà di non cedere alla paura e di offrire alla popolazione un orizzonte di apparente normalità.
Nello stesso tempo arriva da quel Paese una duplice notizia che potrebbe aprire la strada a una prospettiva meno plumbea di quella che domina nelle analisi degli osservatori internazionali; almeno in termini di media e lunga scadenza.
BAGHDAD HA DEFINITO IL SUO ESECUTIVO. La prima è che il governo di Haider Al-Abadi ha finalmente completato i ranghi del suo esecutivo, formatosi in seguito alle faticose dimissioni di Al Maliki, alle quali hanno concorso in una felice convergenza, seppure per motivazioni diverse, anche Washington, Teheran e Arabia saudita.
Sono stati infatti nominati i ministri della Difesa e dell’Interno, due posizioni chiave per il futuro dello Stato. Cariche che neppure Al Maliki aveva potuto/voluto ricoprire e che aveva assunto ad interim, con risultati catastrofici.
La Difesa è andata al sunnita di Mosul Khaled Al-Obeidi, ingegnere spaziale e parlamentare di rango. All’Interno lo sciita Al-Jabouri, già vice segretario generale del Partito islamico.
CI SONO ANCHE MINISTRI CURDI. Con queste due nomine il nuovo governo irakeno assume un livello e un tono decisamente migliore, anche se saranno solo i risultati a rispecchiare la bontà della loro scelta che - aspetto rilevante - è avvenuta attraverso un intenso processo di cooptazione interno tra le forze politiche e non per imposizione dei rispettivi blocchi di appartenenza. Le prossime mosse in materia di disarmo delle milizie, riorganizzazione militare e la mobilitazione popolare in funzione anti-Isis saranno decisive.
Conforta, almeno in linea di principio, anche il giuramento di alcuni ministri curdi, dal vice premier (Rowsch Shaways) a quelli delle Finanze (Hoshyar Zebari) della Cultura (Faryad Rawandozi) e della donna (Bayan Nouri) quale importante segnale di inclusività e di compartecipazione della gestione del potere da parte delle tre principali componenti irakene, fattore determinante nel processo di contrasto della minaccia dell’Isis.
Nella stessa linea si pone la nomina del nuovo presidente del parlamento, il sunnita moderato Salim al-Jabouri.
IRAQ APERTO AGLI AIUTI ANTI-ISIS. La seconda notizia è che Baghdad è pronta a ricevere con gratitudine ogni forma di assistenza nella sua lotta contro l’Isis – materiali, armi e intelligence - a eccezione di truppe sul suo territorio che non ha mai richiesto e non richiederà mai.
Lo ha ribadito il ministro degli Esteri Ibrahim Al-Jaafari al segretario della Lega araba Nabil Elarab che guidava una delegazione dell’Organizzazione nella capitale irachena.
Prova di orgoglio? Certo, ma anche segnale di una volontà di sovrana equidistanza, peraltro tutta da dimostrare, rispetto alle agende dei principali attori regionali e internazionali (dall’Iran alla Turchia, dall’Arabia saudita al Qatar) interessati alla dinamica di questo Paese. Che dietro al dichiarato comune obiettivo della sconfitta dell’Isis, lasciano intravvedere ambizioni e propositi alquanto diversificati e per certi versi confliggenti tra loro.

Intanto l'Is continua la sua avanzata

Queste notizie vanno registrate, ma non devono assolutamente indurre a sottovalutare che al momento, e con una progressione che resta temibile, continua l’avanzata dell’Isis che ha lanciato ben 15 attacchi in simultanea nel Nord e Nord Ovest nel Paese e nell’area di Anbar.
Malgrado i raid aerei di Usa e alleati e nonostante l’impegno dei curdi e di quel poco che stanno facendo esercito e milizie locali sostenuti da Teheran. E suona un poco patetico, in tale contesto, il messaggio diffuso agli iracheni dal primo ministro: «Il 70% del conflitto di cui si sente parlare è guerra psicologica».
Sul versante siriano la notizia di fondo è che tra Ankara e Washington continua senza apprezzabili progressi il confronto sul come combinare gli attacchi all’Isis con la lotta per il rovesciamento di Assad.
ERDOGAN E ASSAD, STRATEGIE AMBIGUE. E l’enfasi riservata alla disponibilità turca ad aiutare i curdi iracheni – ora sotto rinnovato attacco dell’Isis – a venire in soccorso dei curdi siriani impegnati nella strenua difesa di Kobane appare una temporanea correzione di tiro volta a placare le insistenze americane e realizzare un’azione damage control verso 'i propri' curdi.
Non ci sono, del resto, elementi tali da far supporre che Erdogan abbia rivisto la sua posizione strategica: lotta anti-Isis sì, se accompagnata dal rilancio delle operazioni anti-Assad che invece, nel generale silenzio, sfrutta la copertura che gli si sta offrendo sul primo fronte per concentrare la sua potenza offensiva contro le forze di opposizione, moderate e non.
A questo riguardo vien da chiedersi fino a che punto la “priorità Isis” si stia riflettendo anche sui rapporti tra Usa e Damasco.
LA SVOLTA AMERICANA CON LO YPG. È da parte americana che è intervenuto, in effetti, un cambio di passo sia in termini di raccordo con le forze curdo-siriane sia di fornitura dall’alto di una quantità imprecisata di armi, munizioni e medicinali alle forze militari curde. Una grande quantità, secondo il portavoce delle Unità di protezione del popolo curdo-siriano (Ypg), anche se non decisiva per l’esito della lotta per la conquista di Kobane che nessuna delle due parti vuole perdere.
Ankara ne è stata informata ma il suo silenzio non è sinonimo di favore per questo appoggio militare destinato a rafforzare lo Ypc, considerato alla stessa stregua del Pkk e dunque una minaccia alla sua stessa sicurezza nazionale.
Mentre l’Europa accentua le sanzioni nei suoi confronti, Londra fa un passo in avanti, mettendo in azione sulla Siria i droni militari già operativi in Iraq, anche se solo con compiti di intelligence «a protezione della sicurezza nazionale e collettiva».
Con emblematico tempismo interviene su questo sfondo la dichiarazione del nuovo inviato Onu per la Siria Staffan de Mistura in visita a Mosca: «La crisi siriana va risolta in maniera 'urgente' dato il contesto di 'minaccia terroristica' sempre piu' minaccioso. Una soluzione militare è da escludere, occorre risolvere la crisi attraverso il dialogo politico». Lavrov apprezza. No comment.

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