Mamma Disabile 141023192106
STORIE 24 Ottobre Ott 2014 0939 24 ottobre 2014

Disabili in sedia a rotelle: il nodo adozioni

Tribunali e assistenti le negano. Giudicano un educatore solo dalla sua 'normalità'.

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Per anni ho dato per scontato che sarei diventata mamma.
Pensando al mio futuro, non riuscivo a immaginarmi “in coppia” stabile con qualcuno, ma con uno o più figli decisamente sì!
Poi, con l'avanzare dell'età e il perdurare più o meno stabile (salvo brevi ma intensi periodi) della mia condizione di single, questa certezza si è andata affievolendo.
Se a ciò si aggiunge il venir meno della mia fiducia riguardo all'infallibilità dello Spirito Santo, si può ben capire che la maternità biologica è un capitolo per me quasi definitivamente chiuso o, per lo meno, un'eventualità altamente improbabile.
LA MATERNITÀ SI VIVE IN TANTI MODI DIVERSI. All'inizio questa consapevolezza mi ha mandata in crisi: mi piacciono i bambini, mi interessa molto capire come ragionano, trascorrere del tempo insieme a loro e, pur rendendomi conto che crescere un figlio è un compito molto impegnativo, avrei voluto contribuire, da genitrice, alla crescita ed alla maturazione di un essere umano.
Ora, invece, penso che si possa vivere la maternità in tanti modi diversi e non per forza nei confronti dei propri figli, naturali o adottati che siano.
Io, ad esempio, ho la fortuna di avere Sebastiano, il mio nipotino di otto anni. Non faccio la mamma, lui ha già la sua, ma penso che il ruolo di zia sia una bellissima occasione per dare il mio piccolo contributo, diverso da quello dei genitori, alla formazione di un futuro uomo.
E poi ci sono le figlie ed i figli degli amici... Insomma le occasioni di entrare in relazione con i bimbi davvero non mi mancano!

La vita con mio nipote: dalle prime difficoltà a una relazione completa

Mi sono spesso domandata se potrei essere in grado di esercitare il ruolo di genitrice nonostante la mia difficoltà di movimento e coordinazione degli arti così come, più in generale, malgrado la condizione di non completa autonomia, derivante dalla disabilità.
Le prime volte che mi sono seriamente posta quesiti del genere è avvenuto quando Sebastiano aveva pochi mesi e a volte la rigidità dei miei muscoli (caratteristica tipica della mia motricità), quando lo tenevo tra le braccia o sulle ginocchia, lo infastidiva e preferiva essere cullato o sostenuto da qualcun altro.
UN RAPPORTO COSTRUITO CON PAZIENZA. Queste sue reazioni mi preoccupavano e rattristavano un po' perché ero consapevole di avere un margine di controllo molto limitato sui miei movimenti.
Con il trascorrere del tempo, però, mio nipote ed io abbiamo imparato a conoscerci sempre meglio, mia sorella e mia mamma mi hanno aiutata a trovare soluzioni molto pratiche per poter interagire con lui in modo che entrambi ci sentissimo a nostro agio.
Ora abbiamo un bellissimo rapporto e quando ci incontriamo ne combiniamo delle belle: giochiamo, scorrazziamo in giro per Padova “in sella” a Frida, la mia carrozzina elettrica, guardiamo i cartoni animati in televisione.
I NOSTRI WEEKEND TRA GIOCHI E STUDIO. Talvolta, soprattutto durante le vacanze o nei weekend che trascorriamo insieme, mi “tocca” svolgere l'arduo compito, degno dei più coraggiosi eroi, di aiutarlo nello svolgimento dei compiti scolastici o - farei meglio a scrivere - di convincerlo a posare il suo fondo schiena sulla sedia di fronte alla scrivania, ad aprire libri e quaderni e infine a sintonizzare il suo cervello sulla frequenza chiamata «l'ineluttabile certezza dello studio».
Devo ammettere con una certa soddisfazione che, nonostante le animate proteste da parte sua, raggiungo quasi sempre il mio obiettivo!

Adozioni ai disabili? Per i giudici spesso non vanno bene

Sono convinta che la presenza di limitazioni fisiche e sensoriali sia un aspetto critico che deve essere gestito nell'esercizio del ruolo genitoriale e/o educativo, ma non ritengo nel modo più assoluto che costituisca un limite tale da rendere impossibile o sconsigliabile a una persona con disabilità di avere figli propri o di adottarne.
Mi ritrovo a riflettere sull'argomento perché in queste settimane continua a far scalpore la sentenza del tribunale per i Minorenni di Roma riguardo al riconoscimento dell'adozione di una bimba che vive in una famiglia composta da una coppia omosessuale ed è figlia naturale di una delle due conviventi.
UN DIBATTITO SIMILE A QUELLO SUI GAY. I mass media ci informano del polverone che si è sollevato per la questione e che sostanzialmente mi sembra riassumibile nella fatidica domanda: è salutare che un bambino venga cresciuto ed educato in un ambiente famigliare in assenza di alcune delle caratteristiche (nella fattispecie, l'appartenenza a generi sessuali differenti) che per tradizione si attribuiscono ai genitori?
Ovviamente le ideologie del “no” e del “sì” spesso sono quelle che fanno la voce più grossa, lasciando a mio parere poco spazio alla riflessione intorno a cosa voglia dire esercitare il ruolo di genitore in modo da perseguire l'obiettivo di generare la “salute” dei propri figli e al significato di questo termine.
DIRITTO A ESSERE GENITORI IN DUBBIO. Questo dibattito mi ha subito fatto venire in mente che purtroppo le persone omosessuali non sono le uniche a cui viene messo in discussione il diritto alla genitorialità.
Anni fa mi è capitato di guardare un'intervista a un uomo con una disabilità motoria, regolarmente coniugato, che al telegiornale dichiarava che, dopo aver intrapreso con la moglie l'iter burocratico necessario per poter adottare un bambino, era stato dichiarato non idoneo dagli psicologi e dagli assistenti sociali in quanto, secondo gli esperti che hanno stilato la relazione di accertamento della capacità di coppia ed il tribunale che non ha dichiarato l'idoneità all'adozione, il suo intento era dettato da un desiderio di «normalizzazione».
Sebbene ora la cultura stia lentamente cambiando, mi pare che l'Italia sia ancora un Paese abbastanza legato all'idea della famiglia composta da coppia (eterosessuale) con figli. Alla luce di questo mi chiedo se chi ha negato la possibilità di diventare genitore a questa persona e alla sua coniuge, usi la stessa teoria di senso comune (desiderare adottare per soddisfare un desiderio di “normalizzazione”) anche nella valutazione di coppie in cui entrambi i partners sono, così si dice, «normodotati».
Se così fosse, non sarebbe possibile alcuna adozione!

Vincolati dal dogma limitato della 'normalità'

Nel 2014 una coppia di amici, in cui lei ha una lievissima disabilità motoria, mi ha raccontato le peripezie che stanno attraversando per cercare di perseguire l'obiettivo di adottare un figlio.
Una delle maggiori perplessità degli esperti è il fatto che la patologia della mia amica rende i suoi muscoli più deboli rispetto alla norma, e ciò li porta automaticamente a dedurre che avrebbe delle serie difficoltà a prendersi cura efficacemente del suo bambino.
Da una rapida ricerca in internet, mi risulta che non sia l'unico caso in cui la disabilità abbia un ruolo centrale nel determinare l'impossibilità di diventare genitore adottivo, anche se qualche esempio di casi andati a buon fine esiste.
CRITERI DI VALUTAZIONE MOLTO COMPLESSI. La questione è molto complessa e controversa: purtroppo non è così semplice riuscire a capire i criteri su cui si basano le valutazioni dei Servizi sociali e dei Tribunali che poi decidono se dichiarare o meno l'idoneità all'adozione.
Io stessa ho provato a chiedere informazioni e opinioni a due assistenti sociali che lavorano in unità operative differenti: mentre la prima mi confermava un'effettiva difficoltà da parte dei servizi sociali e dei tribunali a ritenere persone non completamente autosufficienti in grado di prendersi cura di un bambino, l'altra obiettava che la valutazione degli esperti e la decisione del giudice si basa su molti elementi, che la condizione fisica di una persona non viene aprioristicamente ritenuta un limite. Mi ha anche informata che nel suo distretto lavorano persone con disabilità che hanno adottato e ha aggiunto che tutta la documentazione relativa a eventuali patologie degli aspiranti genitori viene offerta al tribunale ma è riservata, cioè non finisce in mano a chi poi scrive la relazione (anche se, osservo io, una disabilità non passa inosservata nei colloqui).
Penso che sarebbe interessante avere dati numerici sulle domande di adozione avanzate da persone disabili, su quante sono state accolte e quante rifiutate così come sugli elementi su cui si sono basati i tecnici per stilare la relazione ed il tribunale per giudicare la coppia.
IDEE DOMINATE DAL PREGIUDIZIO. Ad ogni modo, non mi pare che tra le polemiche sull'adozione da parte di coppie omosessuali (ma potremmo dire, anche da parte dei single) e quelle che, sullo stesso argomento, vengono mosse nei confronti di chi ha una disabilità, ci sia una grossa differenza.
L'elemento distintivo sta nel fattore tipizzante: nel primo caso l'orientamento sessuale o comunque il fatto di non essere una coppia donna/uomo, nel secondo caso una caratteristica fisica.
Ciò che invece accomuna queste due “categorie” di persone è il processo di tipizzazione, volendo usare una parola più consueta si direbbe il pregiudizio, perpetrato ai loro danni e fondato sulla teoria non scientifica, bensì di senso comune, che la salute di un bambino sia perseguibile unicamente in un contesto in cui siano presenti due figure di riferimento di sesso opposto e senza patologie secondo la definizione che ne dà il modello medico.
Ma la salute di una persona non coincide con la sanità dei suoi apparati neuro-anatomo-fisiologici e non dipende dall'essere omo o eterosessuali!

Chiunque voglia essere genitore dovrebbe essere supportato

La salute è un costrutto che comprende molti elementi, tra cui come uno si percepisce e percepisce il mondo, ovvero come si racconta e come se la racconta rispetto a quello che vive e che gli succede intorno, in che modo si relaziona agli altri e costruisce i processi di ragionamento e di valutazione che lo portano ad agire in un modo piuttosto che in un altro.
Se questo è vero, mi chiedo se chi giudica l'inidoneità alla genitorialità di certe persone, aprioristicamente sulla base di un solo elemento, per esempio l'orientamento sessuale, la presenza di disabilità, lo status di sigle, si ponga delle domande prima di emettere la sua sentenza.
ESISTONO DIVERSI PIANI DI EDUCAZIONE. Alcune di queste potrebbero essere: la costruzione di un'identità sessuale che risponde all'obiettivo del perseguimento della salute è correlata all'orientamento sessuale dei genitori o piuttosto a come loro vivono la propria dimensione affettiva e sessuale e la relazione con il/la partner (lo stesso vale per chi ha una disabilità)?
L'elemento che rende una madre o un padre un buon genitore è dato unicamente dalla possibilità di prendersi cura materialmente (inteso come prendere in braccio, imboccare, lavare, vestire, ecc.) i propri figli o invece dalla capacità di inventare modalità creative e alternative di entrare in contatto, anche fisicamente, con i propri piccoli?
Infine, che ruolo ha sulla crescita di un futuro adulto il contesto sociale in cui è inserita la famiglia? Perché, certo, il nucleo parentale è la prima agenzia educativa, ma di sicuro non è l'unica e non è avulsa dalla comunità e dalle reti sociali di riferimento.
Questo significa che normalmente tutti i genitori dovrebbero essere supportati dal contesto sociale nell'esercizio del loro ruolo educativo e che i bambini dovrebbero avere la possibilità di disporre di più modelli di riferimento, posto che, soprattutto nei primi anni di vita, ovviamente mamma e papà sono i principali (ma non gli unici) ruoli deputati alla cura ed alla formazione dei figli.
ITALIA CULTURALMENTE ARRETRATA. C'è chi dice che l'Italia, a differenza di altri Paesi europei e non, non sia ancora culturalmente pronta ad includere famiglie non tradizionali e si pone il problema del possibile processo di tipizzazione di cui sarebbero vittime i figli di queste coppie “sui generis”.
Questo è un aspetto che va sicuramente considerato in anticipazione per poter finalmente intervenire sui processi di generazione e cambiamento della nostra cultura, per cui il fatto che ci siano coppie che gestiscono efficacemente la loro “diversità” da ciò che oggi viene sancito come “norma” e decidano di intraprendere il percorso per diventare genitori, dev'essere considerato un punto di forza e non un ostacolo che rallenta tali processi.
Concludo con una domanda: se io, donna con disabilità, mi innamorassi di una donna, costruissimo un'unione stabile e decidessimo di adottare un figlio, cosa farebbero gli esperti (ed il resto del mondo)? Chiamerebbero l'esorcista?

Leggi gli altri episodi raccontati da Adriana: Viaggiare in sedia a rotelle; Gli stereotipi su chi è in carrozzella; Sesso, molestie e brutte esperienze; Le difficoltà quotidiane; Comunicare col teatro e la danza; La diversità a scuola fa crescere; Sesso e falsi miti, Convivenza e cohousing

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