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REPORTAGE 24 Ottobre Ott 2014 0610 24 ottobre 2014

Hong Kong e Cina, convivenza impossibile

Tra «locuste maleducate» e «cani degli inglesi» è sceso il gelo.

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da Hong Kong

Hong Kong is my home, Hong Kong è casa mia, è stato scritto a lettere rosse su una striscia di nylon tesa nel mezzo di un passaggio pedonale ad Admiralty, nel centro dell’ex colonia britannica.
La strada principale è bloccata da barricate, tutti i passanti finiscono per leggerlo – ed era proprio questo che l’autore indubbiamente desiderava.
Su un cavalcavia poco lontano campeggia un manifesto nero, con una scritta gialla: Democracy of Hong Kong by Hong Kong for xiangganren, che, con buona pace della grammatica inglese, si può tradurre come: Democrazia di Hong Kong, da Hong Kong, per gli hongkonghesi. Migliaia di adesivi riportano scritte patriottiche: tutte per Hong Kong, nessuna – o quasi – per la Cina.
LA CINA? UNA TERRA ESTRANEA. In quelle scritte c’è tutta la crisi di una città che non si è mai veramente sentita a casa nel suo Paese e che oggi si sente meno protetta che mai, come un alieno in un pianeta estraneo.
Da quando il Comitato permanente dell'assemblea nazionale del popolo ha deciso di varare una legge che esclude il suffragio universale e garantisce a Pechino un forte controllo sugli affari interni della città, la pace sociale si è sgretolata.

Il tradimento degli accordi da parte del Pcc

Poliziotti arrestano uno degli anti-Occupy Central.

A far scoppiare il dissenso non è stato solo il fatto che i cittadini non potranno scegliere i propri dirigenti liberamente – non lo hanno mai potuto fare, nemmeno durante l’occupazione inglese – ma anche il fatto che tale scelta era stata loro promessa.
Il suffragio universale doveva essere introdotto entro il 2017, come garantito dalla formula “Un Paese, due sistemi”, secondo la quale Hong Kong sarebbe diventata parte della Repubblica Popolare, ma avrebbe mantenuto una larga autonomia per 50 anni: polizia e giudici indipendenti, libertà di stampa, libertà economica, un sistema politico autonomo.
FURONO FIRMATI NEGLI ANNI 80. Negli Anni 80, quando il governo di Margharet Thatcher siglò con Pechino, allora guidata da Deng Xiaoping, l’accordo per il ritorno di Hong Kong alla Cina, quelle concessioni erano per Pechino una necessità.
Sarebbe stato impensabile che la città si adattasse a diventare una semplice provincia di colpo, allo scadere della mezzanotte del 30 giugno 1997. Era troppo ricca, troppo diversa, troppo occidentale per non temere il centralismo burocratico comunista.
Qualcuno probabilmente sperava che gli accordi sarebbero stati mantenuti o addirittura che il Partito comunista cinese (Pcc) sarebbe caduto prima che il problema di Hong Kong emergesse. Non è stato così: il governo cinese continua a essere stabile e al momento è guidato da un leader, Xi Jinping, che ha fatto del pugno di ferro la propria bandiera.

Il 63% degli hongkonghesi non si sente cinese

Agenti delle forze dell'ordine intenti a gestire la protesta Occupy Central a Mong Kok

La formula, tuttavia, ha permesso a Hong Kong di continuare a sentirsi in qualche modo indipendente, cinese ma non troppo. E a non accettare mai del tutto l’autorità di Pechino.
Il diverso sistema amministrativo, la possibilità di avere accesso a media indipendenti e la natura cosmopolita della città hanno anche quasi neutralizzato le campagne patriottiche lanciate dal partito.
In Cina il nazionalismo è risorto, soppiantando in parte il socialismo – i cui ideali e simboli sono oggi ventilati a scopo puramente retorico – e diventando l’ideologia del governo.
«CHI CRITICA IL PCC CRITICA IL PAESE». Gli attacchi contro i media occidentali si alternano a quelli contro il governo giapponese e seguono o precedono le iniziative per ricordare le umiliazioni del passato, la Guerra dell’oppio, la distruzione del Palazzo d’estate per mano di francesi e inglesi. E, per il partito, non c’è dubbio che fedeltà alla patria significhi fedeltà al governo. Chi critica il Pcc critica il Paese e questo non è accettabile, dicono in modo nemmeno tanto velato le autorità.
Risultato: secondo una ricerca sull’identità dei cittadini locali che viene condotta annualmente dall’Università di Hong Kong, a giugno la percentuale di coloro che si sentono ‘hongkonghesi’ o ‘hongkonghesi in Cina’ ha toccato il suo punto più elevato – oltre 63% – dal 1997. La percentuale di coloro che si sentono innanzitutto cinesi langue a meno del 20%.
LA CITTÀ INVASA DAI TURISTI CINESI. La sensazione di assedio è spesso sfociata in xenofobia e liti, anche perché l’influenza di Pechino è cresciuta a dismisura nell’ex colonia britannica, dove sempre più turisti cinesi affollano i negozi, sempre più madri cinesi partoriscono figli negli ospedali della città e sempre più compagnie cinesi giocano un ruolo importante nell’economia.
Da qualche anno a questa parte è in corso una polemica contro i visitatori provenienti dal Paese di mezzo, accusati di essere ‘locuste’ prive di buone maniere e pronte a saccheggiare la città.
La risposta di Pechino a questi episodi di intolleranza ruota spesso intorno a un semplice concetto: tradimento.
Alcuni sono arrivati ad affermare che gli abitanti dell’ex colonia sono «cani da corsa degli inglesi», ovvero servi dello straniero.

I manifestanti: «Continuiamo la lotta di Tiananmen»

La polizia di Hong Kong alle prese con le barricate dei dimostranti.

«I cinesi continentali considerano gli hongkonghesi arroganti, e, ciò che è ancora più offensivo, sleali», scrive Jiayang Fan, una collaboratrice cinese del New Yorker, in un articolo intitolato To Hong Kong, with love and squalor.
Dopo aver elencato una serie di incidenti avvenuti negli scorsi mesi, la signora Fan conclude che questi fatti «mettono in luce le differenze che ancora dividono Pechino dall’ex colonia».
«Questa spaccatura», scrive ancora Fan, «è un punto critico per capire l’indifferenza e lo scetticismo che i cinesi continentali sembrano provare verso la battaglia per i diritti portata avanti dai loro concittadini».
Il colpo di grazia ai sentimenti unitari è arrivato negli ultimi tempi, quando è sembrato evidente che il limite dell’autonomia locale era stato raggiunto.
LA PROTESTA PROSEGUE DA SETTIMANE. A settembre, migliaia di persone sono scese nelle strade per manifestare il proprio dissenso. Hanno occupato diverse aree della metropoli, bloccando le vie d’accesso con barricate fatte di rottami, cartelli e pali di bambù. Nella maggior parte dei casi i tentativi della polizia per riaprire il traffico si sono rivelati inutili se non dannosi: quando le autorità sono ricorse a lacrimogeni e spray al peperoncino le file dei manifestanti si sono ingrossate a dismisura.
«È anche un problema di istruzione», ha detto un manifestante a Lettera43.it, «il governo cinese permette solo l’insegnamento di nozioni che lo aiutino a rimanere al potere» Alcuni giorni prima, nel quartiere popolare di Mongkok, un altro aveva affermato senza tanti rigiri che Hong Kong ha «un sistema diverso, un’ideologia diversa e un forte legame con l’occidente».
«Capisco perché i cinesi non ci sono vicini», aveva chiosato, «ma credo che un giorno capiranno quello che stiamo facendo».
«PECHINO CI CAPIRÀ TRA QUALCHE ANNO». Alla domanda: «Come spiegheresti quello che succede a Hong Kong a qualcuno che venga dalla Cina continentale?», molti rispondono menzionando la tragedia di piazza Tiananmen, avvenuta nel 1989, quando a Pechino un movimento simile fu soppresso nel sangue. «Vorrei parlare di Tiananmen», dice al giornalista italiano la signora Chan, anche lei in strada a protestare. «Il nostro movimento va nella stessa direzione, stiamo cercando di fare quello che anche loro avevano tentato».
Ma anche qui spuntano le differenze: mentre a Hong Kong il massacro del 1989 è ben noto e commemorato ogni anno, in Cina l’evento è stato quasi completamente rimosso. Tutti ne sanno qualcosa, ma la censura è stata efficiente nell’oscurarne la portata e gli ideali, sostenendo che fu un incidente, non un massacro.
Chi protestava, dicono le autorità, era solo una minoranza, la grande maggioranza dei cittadini erano soddisfatti dell’operato del governo ed erano fedeli agli ideali patriottici, sembra sostenere la linea ufficiale. Più o meno quello che i media cinesi dicono dei fatti di Hong Kong 25 anni dopo.

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