Migranti Lampedusa 140102110506
REPORTAGE 24 Ottobre Ott 2014 1814 24 ottobre 2014

Isis, gli stranieri musulmani e il reclutamento

Dopo l'attentato in Canada, è allerta infiltrati. Lettera43.it tra gli immigrati di Roma. Che sono terreno di coltura del Califfato.

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Un barcone di immigrati in arrivo a Lampedusa.

Una cinquantina di jihadisti avrebbero, secondo l'antiterrorismo della polizia, già lasciato l'Italia per combattere tra le fila dell'Isis. E il gesto del «lupo solitario» che ha attaccato il parlamento canadese ha fatto, in questi giorni, riaccendere da parte del governo l'attenzione su possibili infiltrazioni del Califfato in Italia.
Il reclutamento, secondo il ministero degli Interni, potrebbe avvenire tra migranti e rifugiati di religione musulmana, soprattutto tra i senza lavoro e i più disperati. Come quelli che Lettera43.it ha incontrato in un Centro di servizi per cittadini stranieri della Capitale, gestito da un'associazione di volontariato.

Kaddouri, algerino in fuga dagli estremisti

«La polizia ci prende a calci nei denti, gli estremisti cercano di convincerci in tutti i modi a unirci a loro e noi siamo schiacciati nel mezzo», racconta Kaddouri, 29 anni, algerino di Bab El Oued, il quartiere più popolare della Capitale nordafricana. «Ma qui nessuno mi ha mai cercato», continua il giovane, che in Italia vive di lavori saltuari, «e a me non me ne frega nulla delle loro guerre, voglio mettere su casa e sposarmi, il resto non sono affari miei».
BOUTEFLIKA NEL MIRINO. A parte la recente decapitazione di un turista francese, i gruppi fondamentalisti algerini non hanno quasi mai colpito fuori dai confini nazionali e raramente hanno ucciso stranieri, perché la loro lotta è soprattutto contro il governo di Abdelaziz Bouteflika, in carica da 15 anni grazie al sostegno delle forze armate.

Nerhoz, curdo della Turchia contro i demoni dell'Isis

«Chi sono quelli dell'Isis?». Nerhoz, curdo della Turchia di 35 anni ci pensa un po' su, come per cercare la parola giusta. Poi con una risata amara spiega: «Demoni, sono dei demoni, ecco chi sono».
Operaio prima, pizzaiolo poi, Nerhoz è iscritto al Pkk, il Partito curdo dei lavoratori che in Turchia guida la resistenza politica, civile e armata contro il regime del presidente Erdogan e che si oppone anche all'avanzata dell'Isis nella vicina Siria. «Io sono nato vicino al confine con la Siria e quella gente la conosco bene. Certo che sono capaci di arruolare delle persone anche qui in Italia», sostiene il giovane militante curdo.
SECONDE GENERAZIONI A RISCHIO. «Ma non tra i rifugiati musulmani che arrivano adesso. I giovani che partono per combattere con l'Isis sono nati in Italia e sono figli di immigrati che vivono qui da molti anni, è tra loro che il Califfato trova i suoi soldati», conclude Nerhoz e le sue parole ricordano i personaggi descritti da Jean Claude Izzo, nella Marsiglia della trilogia dove «le barbe» arruolano gli adepti tra gli immigrati di seconda generazione, ragazzi furiosi e avvelenati perché il sogno europeo dei loro padri si è incarnato in povertà ed emarginazione.

Fela, dal Mali per scappare alla guerra

Di prendere le armi sotto una bandiera, Fela, Kenan e Chege non ne voglio proprio sapere. Insieme con altri amici sono scappati dal Mali «perché c'è la guerra e nel nostro territorio, vicino a Goa, i ribelli tuareg ti costringono ad arruolarti con loro. E se non vuoi farlo devi fuggire, se no finisci ammazzato, non c'è altra soluzione», racconta Fela. «Inutile sperare che l'esercito ti difenda», aggiunge Chege, «perché dalle nostre parti l'esercito proprio non si vede, non esiste».

Habib, tunisino sotto osservazione dalla polizia locale

Habib, 30 anni, non è fuggito dalla Tunisia per ragioni politiche, ma è arrivato in Italia con in tasca il diploma per cercare lavoro. È musulmano praticante e, pur non avendo alcuna simpatia per i fondamentalisti, la sua fede gli è costata qualche problema nel suo Paese. «Con gli amici ci ritrovavamo alla moschea non solo per pregare, ma anche per stare insieme, discutere di politica, per fare le cose che tutti fanno e nulla più».
A un certo punto, ricorda Habib, «ci siamo accorti che la polizia ci teneva d'occhio. Una macchina passava spesso là davanti, un tipo in borghese girarava attorno a casa tua, e anche qualche perquisizione personale all'uscita della moschea». Questo, dice, era il clima che respirava.
Nemmeno lui, in Italia, è stato contattato per entrare in un movimento fondamentalista. «E se qualcuno me lo proponesse», mette in guardia Habib, «cascherebbe molto male: sono musulmano ma sono anche socialista!».

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