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MAFIA 25 Ottobre Ott 2014 1100 25 ottobre 2014

Strage di via D'Amelio, un attentato annunciato

Una nota dei carabinieri del 20 giugno '92 avvertiva che il bersaglio era Borsellino.

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Paolo Borsellino è considerato uno fra gli eroi simbolo della lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale assieme a Giovanni Falcone (nella foto con lui) di cui fu amico e collega. Nato a Palermo il 19 gennaio 1940, il magistrato fu assassinato in un attentato il 19 luglio 1992 assieme a cinque agenti della scorta.

Dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) e un mese prima di quella di via D'Amelio, c'erano segnali precisi sul successivo bersaglio di Cosa nostra: Paolo Borsellino.
«SERI PERICOLI». Tra le nuove carte depositate nel processo sulla presunta trattativa fra Stato e mafia, c'è una nota riservata del comandante generale dell'Arma dei carabinieri, indirizzata al direttore del servizio segreto militare il 20 giugno 1992, dove si legge che il procuratore aggiunto di Palermo «correrebbe seri pericoli per la sua incolumità a causa delle ultime inchieste sulla mafia trapanese che, fortemente colpita dai recenti successi investigativi, ha di molto ridotto la propria credibilità in seno ai vertici dell'organizzazione».
IL FRENO DI ANDREOTTI. Non solo. In quello stesso appunto si ribadisce che erano a rischio anche i politici siciliani Calogero Mannino e Salvo Andò, già segnalati nelle informative successive all'omicidio di Salvo Lima, bollate dall'allora capo del governo Giulio Andreotti come una «patacca».

Come riportato il 25 ottobre dal Corriere della Sera, pur senza usare il termine «trattativa», l'appunto del comandante dei carabinieri fa esplicito riferimento agli obiettivi perseguiti dalle bombe mafiose; e sembra collimare con l'idea del ricatto alle istituzioni ipotizzato dall'accusa nel processo che vede alla sbarra boss, ex ufficiali dei carabinieri ed esponenti politici dell'epoca.
Tra i quali Mannino, che proprio temendo per la propria vita avrebbe dato l'input per avviare i primi contatti tra investigatori e «uomini d'onore».
LOTTA CONTRO LO STATO. Scriveva il generale Antonio Viesti al direttore del Sismi: «Nel quadro dell'attività informativa finalizzata a chiarificare le attuali direttrici operative di Cosa Nostra, sono state acquisite da più fonti fiduciarie notizie circa l'intendimento dei vertici dell'organizzazione criminale di opporsi con determinazione all'attuale azione di contrasto dello Stato, agendo contemporaneamente su due fronti». Con le seguenti finalità: «Indurre un clima di grave intimidazione nei confronti di politici, per flemmatizzare l'impegno contro la criminalità, ed eliminare fisicamente alcuni inquirenti evidenziatisi nella recente, proficua attività di repressione».
POLITICI MINACCIATI. Al primo punto si può intravedere il presupposto della trattativa attraverso la minaccia ai politici; in particolare quelli siciliani, come Mannino e Andò, che secondo la vulgata poi riferita dai pentiti di mafia venivano considerati traditori di vecchi patti non rispettati, oppure «rami secchi» di un sistema dei partiti a cui Cosa nostra s'era appoggiata in passato e che non serviva più.
L'ATTENTATO DEL 19 LUGLIO 1992. Quanto agli inquirenti nel mirino, il nome di Paolo Borsellino scritto in maiuscolo continua a suscitare impressione anche a 22 anni di distanza: un mese dopo quella informativa, trasmessa a tutti i ministeri e uffici competenti, il commando mafioso poté agire indisturbato davanti all'abitazione della madre del magistrato; non si riuscì nemmeno a imporre un divieto di sosta con rimozione automezzi per evitare che vi venisse parcheggiata l'autobomba utilizzata il 19 luglio 1992 per uccidere lui e cinque agenti di scorta.
L'appunto dei carabinieri indica come possibili vittime della mafia anche due carabinieri all'epoca in servizio a Palermo: il capitano Umberto Sinico e il maresciallo Carmelo Canale, che lavorava con Borsellino.
BORSELLINO, UN ''CONDANANTO'' A MORTE. Nel processo di primo grado contro l'ex generale Mario Mori (ora imputato anche per la trattativa), nel 2012, proprio Sinico testimoniò che a fine giugno '92 lui stesso comunicò al magistrato di aver appreso da un confidente che il prossimo bersaglio sarebbe stato lui. Paolo Borsellino gli rispose di esserne consapevole, ma di voler affrontare il pericolo senza alzare troppo le misure di sicurezza per non mettere in pericolo i suoi cari: «Devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia».

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