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CRONACA 26 Ottobre Ott 2014 1453 26 ottobre 2014

Milano, boss finisce in comunità perché «soffre il carcere»

L'ndranghetista Lampada spedito in un centro terapeutico per disturbi depressivi dovuti alla galera.

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Un detenuto in carcere.

Soffre troppo il carcere. E i giudici del Tribunale del riesame di Milano hanno deciso di mandarlo in una comunità. Il caso riguarda Giuilio Lampada, 43 anni, arrestato nel 2011 a Milano e condannato a 14 anni in Appello per associazione mafiosa. Ma ora l'uomo, considerato rappresentante dell’alleanza tra mafia e zona grigia, sconterà la sua pena ai domiciliari in un centro terapeutico nella provincia di Savona.
LUNGA BATTAGLIA LEGALE. Il provvedimento per l'uomo, giudicato uomo di fiducia per conto del potente clan Condello della ‘ndrangheta, è arrivato al termine di una lunghissima battaglia legale sostenuta dai difensori Giuseppe Nardo e Giovanni Aricò.
Secondo i suoi difensori il boss è terrorizzato dalla galera. Per i giudici, Lampada ha la fobia del carcere e degli ospedali.
Dato che negli anni di detenzione ha manifestato «istinti autolesivi, depressione, stati d’ansia e rifiuto di assumere psicofarmaci», la sola struttura adatta a curarlo è una comunità terapeutica.
STRUTTURA MIGLIORE RISPETTO AL CARCERE. Il centro, come riportato nelle dieci pagine della sentenza e dal Corriere.it, appare la soluzione migliore perché «non ci sono guardie e sbarre» né «corsie, camici bianchi, giro dei medici, odore di medicinali e disinfettanti».
La decisione è motivata da una serie di perizie (quelle della difesa affidate alla coppia Bruno-Meluzzi) che hanno certificato «un disturbo depressivo, di conversione somatica, di evitamento a contenuto multiplo» aggravato dal fatto di trovarsi chiuso in una cella.
A VOGHERA IN SEDIE A ROTELLE. Quando nel luglio 2014 Lampada era stato ricoverato all’ospedale di Voghera, sempre su decisione del Tribunale di Milano, si era presentato allo psichiatra su una sedia a rotelle «con espressione quasi allucinata».
Poi dopo un tentativo di sciopero della fame durato solo 5 giorni, aveva smesso di lavarsi: «Il suo stato lo spingeva a rimuginare ossessivamente sulla sua vicenda giudiziaria. Il carcere stimolava l’emergere di fantasmi persecutori», hanno spiegato i giudici.

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