Tribunale Udine 141029092032
INCHIESTA 29 Ottobre Ott 2014 0920 29 ottobre 2014

False emergenze, 26 indagati in Friuli

Carotaggi e analisi per dimostrare rischi inesistenti. E spartirsi una torta da 100 milioni di euro.

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Il tribunale di Udine.

Uno stato di emergenza ambientale inventato e alimentato sulla carta per mantenere il commissariamento. Milioni di euro di fondi pubblici per bonifiche che non sarebbero mai state eseguite. Carotaggi e analisi i cui risultati sarebbero stati falsati sistematicamente per dimostrare un livello di contaminazione superiore a quello reale, per mantenere viva 'l’emergenza'.
MINACCE AI PRIVATI. Ma anche minacce di ispezioni e lungaggini nell’approvazione di progetti industriali, nei confronti di privati e aziende che si rifiutavano di partecipare alle transazioni ambientali programmate sui siti inquinati di interesse nazionale (Sin). Così anche alcuni imprenditori avrebbero contribuito di tasca propria alle finte spese di bonifica, fornendo in realtà liquidità a un sistema malato e ormai fuori controllo.
In sintesi, è il quadro emerso dall’ampia inchiesta condotta dalle procure di Udine e Roma. In queste ore, stando a quanto appreso da Lettera43.it, in alcune regioni italiane è in corso la notifica delle informazioni di garanzia a 26 indagati.
UNA TRUFFA LUNGA 10 ANNI. I primi passi della vicenda si sono mossi dal commissariamento della laguna di Grado e Marano (tra le province di Udine e Gorizia), istituito nel 2002 per una presunta contaminazione da mercurio e protrattosi con questo meccanismo illecito fino al 2012.
Secondo gli inquirenti, ammontano a circa 100 milioni di euro i fondi percepiti indebitamente dalla struttura commissariale in 10 anni, perché mai utilizzati ai fini della bonifica dell’area. Lo scopo dei principali attori di questo sistema, sarebbe stato solamente quello di arricchirsi, dispensare stipendi e affidare a soggetti conniventi la gestione di appalti per carotaggi, piani di caratterizzazione e progettazione dei lavori di bonifica (del tutto inutili ai fini della risoluzione 'dell’emergenza ambientale').
Il filone d’indagine partito dal Friuli Venezia Giulia – esploso nel marzo 2012 con i primi indagati – passo dopo passo ha trovato diversi punti di contatto con un’inchiesta parallela partita da Roma sulla mala-gestione delle strutture commissariali.

Tra gli indagati nomi legati alla vicenda Mose

Lavori per la realizzazione del Mose nella Laguna di Venezia.

Tra i nomi degli indagati che stanno ricevendo l’avviso di garanzia, spiccano quelli di un ex direttore generale del ministero dell’ambiente, di un dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e dell’Arpa, di ricercatori e titolari dei laboratori tecnici e di consulenza, oltre a quelli degli ex-commissari della laguna ed esponenti della passata amministrazione regionale del Friuli Venezia Giulia.
Alcuni di questi nomi sono già emersi dall’inchiesta sullo scandalo del Mose, così come il Consorzio Venezia nuova.
CONCUSSIONE, FALSO E TRUFFA. Le accuse – a vario titolo - sono associazione per delinquere, concussione, falso e truffa ai danni dello Stato ma compaiono anche le ipotesi di tentata corruzione e abuso d’ufficio.
Il presunto meccanismo illecito, quindi, sembra riprodurre il 'modello veneziano', per non dire che ci sono veri e propri punti in comune. Tra i vari progetti ideati dagli artefici del commissariamento, ad esempio, compare lo spostamento di fanghi 'inquinati dalla laguna di Grado e Marano all’isola delle Tresse di Venezia. Un escamotage, secondo gli inquirenti, per garantire al Consorzio veneziano una parte dei finanziamenti stanziati per il commissariamento in Friuli.
INDICAZIONI RISERVATE IN CAMBIO DI DENARO. Questa inchiesta, inoltre, sarebbe stata quella su cui Gino Chiarini – arrestato nella vicenda Mose – spacciandosi per il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, si sarebbe offerto di fornire informazioni riservate a soggetti interessati, in cambio di denaro.
Lo scopo, quindi, non sarebbe stato risolvere i presunti problemi ambientali di un’area (sulla laguna le cause indicate erano i versamenti tossici dalla società chimica Caffaro di Torviscosa) ma mantenere in vita il meccanismo emergenziale e, soprattutto, le sue esigenze sempre maggiori.
UN SISTEMA ORCHESTRATO DA UN EX FUNZIONARIO MINISTERIALE. A orchestrare il tutto, come emerso da due anni d’indagine, sarebbe stato l’ex funzionario del ministero. Avrebbe imposto le proprie direttive a consulenti e ditte esterne affinchè fornissero, tra le altre cose, analisi e consulenze falsate in modo da giustificare il mantenimento della struttura commissariale per un altro anno ancora. In cambio ci sarebbero state assunzioni e incarichi di vertice ben remunerati negli enti, pubblici e non, coinvolti nell’indagine.
Si parla anche di stipendi da 30-40 mila euro per i componenti di un comitato scientifico a cui sarebbe stato solamente richiesto l’impegno di poche riunioni all’anno. I principali centri di controllo sul territorio sarebbero state le cosiddette società in house al ministero dell’ambiente – costituite ad hoc - a cui, in quanto tali, potevano essere assegnati gli appalti per lavori e interventi nell’area coperta da emergenza senza espletare alcuna gara.

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