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INTERVISTA 31 Ottobre Ott 2014 1811 31 ottobre 2014

Cucchi, Patrizia Moretti sull'assoluzione degli imputati

Lo Stato «si faccia carico di questa violenza». Contro la «banalità della crudeltà». La mamma di Aldro contro la sentenza Cucchi. Il comunicato Sap? «Pazzesco».

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Fa fatica a parlare, Patrizia Moretti, mentre esce dal supermercato in quella Ferrara dove suo figlio Federico Aldrovandi è nato, cresciuto ed è stato ammazzato una notte di nove anni fa da quattro agenti di polizia.
Con la famiglia Cucchi, la signora Moretti ha condiviso un lungo percorso: lo stesso avvocato, Fabio Anselmo, lo stesso senso di scoramento di fronte alla morte di un figlio nelle mani delle persone che dovrebbero rappresentare lo Stato e infine anche la battaglia per l'introduzione del reato di tortura.
«È COME SE NON FOSSE MORTO». Nel giugno del 2013, quando il tribunale di Roma aveva condannato i medici del reparto detenuti dell'ospedale Pertini per l'omicidio colposo di Stefano Cucchi e assolto, invece, infermieri e guardie penitenziarie, Moretti aveva parlato di «oltraggio alla giustizia». Oggi, di fronte a una sentenza di appello che assolve tutti gli imputati dice che non c'è nemmeno l'oltraggio, qui «non c'è proprio la giustizia: una sentenza che assolve tutti, assolve anche tutta la violenza che ha subito Stefano, come se non fosse mai esistita e non fosse morto».
E sul sindacato autonomo di polizia (Sap) che applaudì gli assassini di Aldrovandi e oggi afferma che Cucchi aveva «disprezzo per la sua condizione di salute», a Lettera43.it spiega: «Sono loro quelli che mi fanno più paura, quelli che di fronte a tutto questo stanno in silenzio e battono le mani. Rendono banale la crudeltà».


La mamma di Federico Aldrovandi manifesta nella piazza di Ferrara, per chiedere giustizia per suo figlio Federico.


DOMANDA. Le motivazioni della sentenza di primo grado avevano almeno ritenuto legittimi i dubbi sul pestaggio.
RISPOSTA. Sono allibita, più ci penso più penso che sia tragico. Non conosco le motivazioni di oggi. Ma Stefano è morto in un dolore atroce. E c'erano delle persone in quel carcere che avevano in carico la sua custodia e la sua cura. Che avevano una responsabilità anche solo professionale nei suoi confronti.
D. La famiglia Cucchi sperava in una revisione?
R. Sì, perché le responsabilità non erano solo dei medici (condannati in primo grado, ndr), erano a monte. Lui è finito in ospedale, va bene, ma come è che ha avuto bisogno dell'ospedale? La violenza che ha subito è sotto gli occhi di tutti: è talmente banale che mi sembra assurdo dover spiegare cosa significa.
D. Gli imputati sono stati assolti per insufficienza di prove.
R. Sì, me l'hanno detto: insufficienza di prove. Quando le responsabilità sono di tanti, piuttosto che accertarle è più facile assolvere tutti. Lo Stato non dovrebbe lasciare una morte violenta senza colpevole, dovrebbe pretendere un approfondimento.
D. Il legale della famiglia ha già detto che ricorrerà in Cassazione.
R. Ma deve agire prima di tutto la procura e penso che lo farà. Lo Stato deve caricarsi della responsabilità di questa violenza. Credo profondamente che dovrebbe pretendere che nessuno provi mai più quello che abbiamo provato noi.
D. Cosa pensa del comunicato del Sap in cui è scritto: «Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, ne paga le conseguenze»?
R. Pazzesco. Sono stati assolti tutti tranne Stefano. Stanno ancora cercando di dare alla vittima la responsabilità della sua morte. Pensavo che, almeno su questo, avessimo fatto dei passi avanti.
D. Lei come Ilaria Cucchi è stata attaccata dalle forze di polizia. Cucchi è stata anche querelata dalle guardie penitenziarie dopo il primo grado. Cosa si prova in queste situazioni?
R. Alcuni di questi poliziotti non li considero nemmeno rappresentanti della loro categoria, perché penso non siano degni di rappresentarla. Ti trovi in una situazione paradossale perché la nostra richiesta di giustizia si basa sulla fiducia che abbiamo nelle istituzioni. E invece vieni sottoposto a una banale crudeltà. Molto diffusa...
D. Cosa intende?
R. C'è una sorta di spirito di corpo, di senso di solidarietà verso chi commette dei reati, una pretesa di impunità. Mi vengono in mente gli applausi del sindacato autonomo di polizia agli assassini di mio figlio che era un ragazzo.
D. Ci ripensa spesso?
R. Sto cercando di buttarmelo alle spalle. So che non rappresentano la loro categoria, però mi fanno più paura quelli che stanno in silenzio e applaudono: è questa la banalità della crudeltà.
D. In questi anni, il ministero dell'Interno si è mosso?
R. Ho incontrato il ministro Alfano. Abbiamo parlato della legge per l'introduzione del reato di tortura, che deve passare in discussione alla Camera. Ma poi sento il capo della Polizia che parla di possibili strumentalizzazioni. Vorrei dire che nessuno strumentalizza, ma in un caso come quello di Cucchi doveva essere decisamente applicato. Cambierebbe le cose.
D. Sentirà la famiglia di Stefano?
R. Li chiamerò tra poco. Ilaria, ma soprattutto i genitori, Rita e Gianni, li sento molto vicini. E li abbraccio, li abbraccio fortissimo. Perché ora non c'è proprio niente da dire.

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