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PROTESTA 9 Novembre Nov 2014 1956 09 novembre 2014

Studenti trucidati in Messico, rabbia in strada

Assalto alla sede del governo. Auto in fiamme nello Stato di Guerrero.

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Dei 43 studenti uccisi non si avevano notizie fin dal 26 settembre.

È esplosa la collera in Messico dopo l'annuncio del massacro di 43 studenti 'desaparecidos' di Iguala a opera di tre sicari del gruppo narcos Guerreros unidos. Alcuni giovani hanno assaltato la sede del governo, mentre il presidente Enrique Peña Nieto si apprestava a partire per un viaggio di sei giorni tra Cina e Australia, lasciando un Paese in grande fibrillazione.
MOLOTOV E INCENDI. La protesta si è scatenata la sera di sabato 8 novembre a Città del Messico (guarda il video). Dopo un corteo massiccio per le strade della capitale, per chiedere la verità sul massacro, una ventina di persone a volto coperto hanno assaltato il Palazzo nazionale, sede della presidenza, tentando di forzare l'ingresso e lanciando bottiglie molotov, che hanno provocato un incendio, poi spento dall'intervento tardivo della polizia, che non presidiava la zona. Poi, sempre all'ingresso dell'edificio, è comparsa una scritta: «Li vogliamo vivi».
Qualche ora prima, nella capitale dello Stato di Guerrero, dove gli studenti erano scomparsi il 26 settembre, circa 300 ragazzi hanno bruciato una decina di auto davanti alla sede del governo regionale, rompendo i vetri della facciata. Le violenze sono divampate all'indomani dell'annuncio, da parte del procuratore generale Jesus Murillo Karam, dell'uccisione dei 43 studenti da parte dei narcos, con i corpi bruciati, alcuni mentre erano ancora vivi, in una discarica.
FORMALMENTE RESTANO DESAPARECIDOS. Lo stesso Karam aveva riferito che erano stati i tre presunti sicari a confessare il massacro. Formalmente, però, gli studenti restano 'desaparecidos' fino all'identificazione dei loro resti, operazione complicata perché gli assassini hanno spezzettato le ossa.
I familiari delle vittime, tuttavia, non credono alla versione ufficiale, pretendono le prove e attaccano il presidente Peña Nieto, accusato di non aver mantenuto la sua promessa di fare chiarezza. Il capo dello Stato è stato criticato per non aver accettato che l'inchiesta sia seguita dalla Corte interamericana dei diritti umani, e si è insinuato che volesse chiudere la faccenda in fretta e furia prima di partire per una tournée diplomatica in Cina e Australia, dove deve partecipare ai vertici dell'Apec a Pechino e del G20 a Brisbane.
ACCUSATO L'EX SINDACO DI IGUALA. Proprio la mattina del 9 novembre Nieto è partito per Pechino, lasciandosi alle spalle per qualche giorno la peggiore crisi dal suo insediamento nel 2012, che ha squarciato un velo sulla collusione tra autorità politiche, polizia e crimine organizzato.
Secondo le autorità federali, gli studenti sarebbero stati rapiti e poi uccisi su iniziativa dell'ex sindaco di Iguala, José Luis Abarca, e di sua moglie, Maria de Los Angeles Pineda, sorella di tre trafficanti di droga molto noti. La coppia, in seguito arrestata, secondo gli inquirenti temeva che l'arrivo in città degli studenti disturbasse un evento pubblico promosso dallo stesso Pineda.

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