TESTIMONIANZA 10 Novembre Nov 2014 0800 10 novembre 2014

Iraq, la schiava yazida venduta all'Isis

Yasine, rapita dai jihadisti a 17 anni. Rinchiusa, indottrinata all'Islam e stuprata. Poi la fuga in Turchia. «Volevo soltanto morire. Mi hanno ucciso l'anima». Foto.

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da Beirut

Kharim, un iracheno di etnia yazida, accoglie il giornalista di Lettera43.it nella piccola bottega che da anni gestisce a Sud di Beirut.
«Mia cugina ha accettato di raccontare la sua storia di schiava dei miliziani dell'Isis, il gruppo terrorista dello Stato islamico. La chiamiamo, ma dal mio telefono. Non voglio si sappia il suo numero e devono essere cambiati tutti i nomi e i riferimenti. Ha già vissuto cose orribili».
Kharim era un soldato di Saddam Hussein, ma nel 2003 invece di combattere è fuggito in Libano.
Qui ha tentato inutilmente di farsi raggiungere dalla famiglia. «Ora molti sono morti uccisi dai jihadisti, gli altri sono profughi».
PADRE E FRATELLO AMMAZZATI. Dal telefono in viva voce arriva la storia di Yasine, 17 anni, che ha vissuto il calvario della schiavitù prima di riuscire a fuggire in Turchia (guarda le foto di alcune bimbe yazide).
Quando il suo villaggio è stato attaccato, Yasine ha visto uccidere il padre e il fratello. Da allora non ha più notizie della madre e delle due sorelle. Ora vive in un accampamento di fortuna in Turchia, insieme con altre famiglie distrutte dalla violenza degli uomini dell'Isis.

I giovani uccisi, gli anziani abbandonati, le donne sui camion

Una donna yazida. Le più anziane rapite dall'Isis venivano derubate e abbandonate.

«Era il 2 agosto», racconta Yasine, «quando la nostra città, vicina a Ninive, è stata colpita. Durante l'attacco i miliziani hanno ucciso decine di persone. Io e tanti altri abbiamo cercato di fuggire. Noi donne eravamo le più spaventate, sapevamo cosa ci sarebbe successo se ci avessero catturate. Camminavamo da alcune ore quando le macchine dei miliziani ci hanno raggiunto. Urlavamo. Avevamo paura, non sapevamo che fare».
RUBATO IL DENARO E L'ORO. Gli uomini dell’Isis raccolsero i prigionieri, dividendoli per sesso ed età. «Un gruppo per gli ragazzi giovani, un altro per le ragazze, e un terzo per uomini e donne più anziani. A questi ultimi i jihadisti hanno tolto il denaro e l’oro e li hanno abbandonati lì. A noi ci hanno caricate sui camion, dopo aver fucilato tutti gli uomini giovani».

Le più carine come future spose, le altre sfruttate per il sesso

Giovani yazide. Le più belle erano tenute come future spose dei miliziani.

Yasine e le altre ragazze furono trasportate a Baaj, una cittadina a Ovest di Mosul, e rinchiuse in un vecchio edificio.
«Qui ci hanno diviso ancora. Io sono rimasta con il gruppo delle più giovani e, credo, delle più carine. I nostri carcerieri ci dissero che eravamo destinate, dopo la conversione all’Islam, a sposare qualche glorioso combattente. Le altre furono condannate a diventare schiave per soddisfare i bisogni sessuali dei miliziani. Assieme a noi all’inizio c’erano anche una decina di bambini, non più grandi di 10 anni. Li hanno portati via e non abbiamo più saputo nulla di loro».
ABUSI E VIOLENZE SUI BAMBINI. In questa guerra sono tanti i bambini scomparsi nel nulla. Le Nazioni unite hanno recentemente condannato gli uomini dell'Isis per abusi e violenze contro i piccoli di sesso maschile.
«Per circa una settimana siamo rimaste rinchiuse. Dormivamo per terra e mangiavamo solo una volta al giorno. Spesso entrava un religioso e ci chiedeva di convertirci, ma noi abbiamo sempre rifiutato tutte».

Una 20enne stuprata senza pietà perdeva sangue dal ventre

Le donne di religione yazida rapite dall'Isis venivano costrette a convertirsi all'Islam.

Con la voce rotta Yasine continua. E racconta come ha scoperto che cosa significava essere fortunata. «Dopo qualche giorno hanno riportato da noi Gule, una delle donne dell’altro gruppo. Stava molto male e perdeva sangue dal ventre, ci hanno detto di provare a curarla».
«MORTA TRA LE BRACCIA». Ma lei era di un altro avviso. «Gule era una 20enne curda. Non voleva che la aiutassimo. Voleva solo morire perché aveva vissuto cose peggiori dell’inferno. Ogni giorno decine di uomini la violentavano senza nessuna pietà. Dopo poche ore è morta tra le nostre braccia. E anche noi avremmo voluto morire».

Venduta per 1 dollaro e mezzo a uno jihadista

Le ragazze meno carine venivano usate solo per soddisfare le voglie sessuali dei jihadisti.

Due giorni dopo Yasine fu venduta per 1 dollaro e mezzo ad Ali, un giovane jihadista del Qatar, che la portò nella casa dove viveva con altri miliziani.
DOVEVA CONVERTIRSI. «Voleva obbligarmi a sposarlo, ma non poteva prima della mia conversione. Diceva che un vero credente non sposa un’infedele. Con la mia fede yazida ero haram (un peccato) per lui. Mi sono rifiutata e allora ha iniziato a picchiarmi e a violentarmi. Ali diceva che se non mi fossi convertita mi avrebbe rivenduta dopo avermi fatta violentare dai suoi compagni».
«DROGATO E VIOLENTO». Poi Ali trascinò Yasine a Raqqa, la roccaforte siriana dello Stato islamico, e da lì a Kobane.
«Continuava a violentarmi e a picchiarmi tutti i giorni perché non volevo convertirmi. Un giorno mi disse che avrebbe aspettato ancora una settimana e poi mi avrebbe portato dalle altre donne, quelle che servivano a tutti i miliziani per sfogare le loro voglie. 'Se non posso sposarti', urlava, 'sei inutile, con te ho buttato i miei soldi'. Da quando ci spostammo a Kobane le cose peggiorarono. Le battaglie intorno erano sempre più dure e Ali sempre più violento. Credo che avesse iniziato a usare qualche droga».

Una battaglia e la corsa nel buio verso la libertà

Dohuk (Iraq): famiglia yazide in fuga dall'avanzata delle truppe dell'Isis.

Yasine riprende fiato prima di concludere il suo racconto. «Ero disperata, pensavo solo alla morte. Una notte la zona dove eravamo fu attaccata pesantemente. Gli uomini uscirono tutti e all’improvviso mi sono ritrovato sola. Sono uscita e ho iniziato a correre nel buio. Correvo nella direzione da dove arrivavano i colpi di mortaio. 'Se sparano a queste bestie sono migliori di loro', mi dicevo, 'e se riesco a raggiungerli mi aiuteranno'. Non so come, ma sono arrivata nella parte della città controllata dai curdi. Un gruppo di donne guerrigliere si è preso cura di me per un paio di giorni e poi mi hanno aiutato a superare il confine con la Turchia».
«IN QUELLE PRIGIONI SONO MORTA». Ora è tutto finito. Almeno in apparenza. «Adesso sono qui e cerco di raggiungere Kharim, l’ultimo della mia famiglia. Sempre più spesso, però, mi chiedo perché lo voglio fare. Mi ripeto che sono viva e libera. In realtà so che sono morta in quelle maledette prigioni, tra le mani di quelle bestie».

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