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SPIRITO ASPRO 15 Novembre Nov 2014 0821 15 novembre 2014

Ilaria Cucchi e le Antigoni fagocitate dalla televisione

Come l'eroina greca combatte lo Stato. Ma ora dovrà cedere alle leggi dell'audience.

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Ilaria Cucchi

«Quale alleato invocherò, se a esser pia guadagnai la taccia d'empietà?», grida Antigone prima di impiccarsi, accusata di alto tradimento per aver seppellito - secondo la tradizione - il fratello, ucciso mentre marciava in armi contro Tebe, la sua città.
Disgraziatamente, ai tempi della Grecia arcaica, non esisteva ancora la naturale alleata delle sorelle-coraggio, la televisione.
ANCHE ANTIGONE SAREBBE ANDATA IN TIVÙ. Antigone, anziché nei versi di Sofocle, sarebbe comparsa in telegiornali e talk show per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla tragica fine del fratello e sul suo diritto di seppellirlo a dispetto di leggi ingiuste e inumane, e magari per presentare il libro in cui ripercorreva la sua tragica e controversa vicenda.
Non avrebbe rinunciato alla sua giovane vita, ma vi avrebbe ridato un senso, diventando il simbolo della lotta contro i soprusi della malagiustizia, e magari una trasmissione televisiva le avrebbe offerto un ruolo di inviata.
Non vogliamo sostenere che Ilaria Cucchi, presto giornalista nel programma Questioni di famiglia di Raitre, sia pari pari un'Antigone contemporanea; al netto delle analogie più evidenti (entrambe giovani, entrambe orbate di un fratello considerato «fuorilegge», anche se per ragioni molto diverse), l'eroina greca violava effettivamente le norme dello Stato, mentre la sorella di Stefano da anni accusa lo Stato di aver violato le proprie leggi, procurando, o almeno non impedendo, la morte di un cittadino inerme e particolarmente vulnerabile, affidato alle forze dell'ordine.
ILARIA COME L'EROINA SOFOCLEA. Ma gli archetipi sono eterni, e dietro le esili spalle di Ilaria si allunga inevitabilmente l'ombra leggendaria della ribelle eroina sofoclea, paladina delle leggi dell'amore contro quelle dell'odio, che le imponevano di lasciare insepolto il corpo del nemico pubblico, anche se le era fratello.
Leggi non scritte, femminili, viscerali, contro leggi fissate su pietra o carta, maschili e razionali. Oggi le àgrapta nòmima (fin troppo viscerali) sono quelle dell'odio, quelle per cui tanti pensano che chi finisce in carcere in fondo se lo merita e merita tutto quel che gli può capitare, o che i poliziotti hanno il sacrosanto diritto di tirare botte e ceffoni «a fin di bene».

A insorgere sono sempre le donne: i padri-coraggio sono rari

Grazie a Cesare Beccaria la giustizia ha unito amore e ragione: quella che per Antigone era l'invisibile legge femminile dell'affetto familiare oggi è la legge scritta tout-court che impone la protezione e il rispetto dell'integrità fisica del cittadino, anche se detenuto, anche se condannato.
Eppure, come ai tempi dei Sette a Tebe, a insorgere a difesa di un familiare (maschio) ucciso dai propri carcerieri è quasi sempre una donna, madre o sorella.
TANTE MAMME CHE SFIDANO LO STATO. Oltre a Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi, mamma di Federico, massacrato di botte dalla polizia a Ferrara, e Maria Ciuffi, mamma di Marcello Lonzi morto «per cause naturali» nel carcere di Livorno, Cira Antignano, mamma di Daniele Franceschi, lasciato morire di mal di cuore nel carcere di Grasse da medici incompetenti (da poco condannati per omicidio colposo).
Molto più rari i padri-coraggio, come quello di Riccardo Magherini, morto dopo l'arresto a Firenze anche a causa delle modalità violente con cui fu fermato.
I congiunti maschi di solito restano nell'ombra, come se per un uomo sfidare lo Stato, anche se in difesa di un figlio o di un fratello conculcato, fosse compromettente o sconveniente, e l'atteggiamento giusto fosse solo un silenzio pietrificato.
Oppure perché, quando si tratta di conquistare l'appoggio e l'empatia del pubblico, una figura femminile è comunque più appropriata. Non solo perché aumenta il pathos, ma anche perché, come donna, le si concede di soffrire e pensare solo alla perdita della persona cara, non al contesto in cui è avvenuta.
SE IL TUBO CATODICO SI MANGIA LE NUOVE ANTIGONI. Un padre, se il figlio ha problemi con la giustizia, rischia di venire guardato con sospetto: evidentemente ha mancato ai suoi doveri e non è riuscito a fare di suo figlio un cittadino ligio e disciplinato. Madri e sorelle sono dispensate da questi scrupoli e possono, anzi, devono attenersi solo alle leggi femminili della pancia, come l'eroina sofoclea.
Qualche maligno insinua che se poi le sorelle-coraggio hanno gli occhi blu di Ilaria Cucchi e la sua disinvoltura in video, la televisione, oggi disperatamente a caccia di volti nuovi e credibili, se ne impadronisce, allettandole con la possibilità di tener desta l'attenzione del pubblico sul loro caso in realtà fagocitandole nel suo teatro, che non è certo quello di Epidauro.
Le nuove Antigoni dovranno soggiacere alle leggi non scritte dell'audience.

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