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EDITORIALE 23 Novembre Nov 2014 1017 23 novembre 2014

Rai, se resta pubblica è dei partiti

Renzi vuole cambiare la governance, oltre al canone. Ma solo mettendo l'azienda sul mercato è possibile salvare il servizio pubblico dalle interferenze della politica.

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Il progetto di riforma della Rai del governo Renzi rischia di essere inefficace.

Dopo aver dimostrato per mesi la sua poca considerazione dell’attuale dirigenza Rai (si è sempre rifiutato di incontrare il suo direttore generale che gli chiedeva ripetutamente udienza), stando a quel che scrive Repubblica Matteo Renzi avrebbe deciso di rompere gli indugi e cambiare la governance dell’azienda.
VIALE MAZZINI CONTRO PALAZZO CHIGI. Anche se non lo dice, impossibile non mettere in relazione la sua decisione con la clamorosa delibera del consiglio d’amministrazione di viale Mazzini, con cui l'azienda ha presentato ricorso contro la revisione di spesa da 150 milioni di euro richiestole dal governo. Una scelta quanto meno anomala, visto che la Rai è un'azienda posseduta interamente dal Tesoro, e dunque i suoi vertici dovrebbero ottemperare senza eccepire alle richieste del suo azionista. Per inciso, e si vede che una volta messo piede nella tivù di Stato si entra in una specie di allegra anarchia, persino il rappresentante del ministero dell’Economia gli ha votato contro.
IL NODO DELLA GOVERNANCE. Sui destini del presidente Anna Maria Tarantola e del direttore generale Luigi Gubitosi, ultimi moicani della dimenticabile e fortunatamente breve stagione di Mario Monti a Palazzo Chigi, già da tempo si era abbattuta la fatwa del premier. Il quale aspettava solo la scadenza del cda, ovvero aprile dell’anno prossimo per, come direbbe lui, cambiare verso al corso della tivù di Stato. Ora, passi l’idea di mettere il canone dimezzato nella bolletta elettrica, in modo da contrastare la crescente evasione, è proprio sulla governance che le perplessità invece che diminuire aumentano. Renzi pensa a un amministratore delegato e a un consiglio d’amministrazione di cinque membri, in modo che la Rai, che non è mai stata un’azienda normale, almeno tenti di assomigliarle.
CHI NOMINA I CONSIGLIERI? Già, ma il punto è sempre quello. Chi nomina i consiglieri? In barba ai guasti del sempiterno e ipocrita ricorso alla società civile, come se i due attuali suoi rappresentanti Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi non fossero portatori di una presenza talmente leggera e discreta che nessuno se n’è accorto, è un mix di società civile e politica quello da cui dovrebbero uscire i vertici della Rai riformata. Si parla come grandi elettori dell’Agcom, ovvero l’Autorità delle comunicazioni, della Conferenza Stato-Regioni (sic), del Consiglio dei rettori, della Corte costituzionale (ovvero di un’istituzione di cui le cronache recenti hanno dimostrato come sia stato facilissimo nominare i membri) e, dulcis in fundo, dei presidenti delle Camere (si pensi con un filo di inquietudine a chi potrebbe nominare la Boldrini).
RESTANO LE INTERFERENZE DEI PARTITI. Un variopinto ensemble con un preciso denominatore comune che li lega, ovvero che saranno sempre i partiti a interferire pesantemente e decidere sui destini di una Rai che resterebbe saldamente nelle loro mani. Come se non avessero già dato abbondantemente prova di come strategie e piani industriali siano stati soverchiati dalla logica delle clientele, trasformando l’azienda in un poltronificio dove sistemare i propri accoliti (dovrebbe pur indurre a qualche riflessione il fatto che la Rai abbia più di 11 mila dipendenti, contro i 30 mila della nuova e paneuropea Sky di Rupert Murdoch).
LA SOLUZIONE: RAI SUL MERCATO. L’unico modo, e non da oggi, per rompere l’abbraccio mortale con la partitocrazia, sarebbe stato quello di mettere la televisione pubblica sul mercato. Insomma, trovarle un compratore che finalmente la gestisse alla stregua di una moderna media company. Purtroppo anche il Pd renziano, come dimostrato dal modo in cui si sta muovendo in altre vicende nel mondo dei giornali, più che ai piani industriali guarda alla rassicurante fedeltà di chi dovrebbe interpretarli.

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