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LA MODA CHE CAMBIA 23 Novembre Nov 2014 1527 23 novembre 2014

Violenza contro le donne? Sensibilizzate le mamme

Più che sulle serate glamour, si punti sull'educazione. Fatta in casa.

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Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Martedì 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, sono previste almeno un migliaio di iniziative di sensibilizzazione nella sola penisola italiana. A Firenze, per esempio, il panel delle proposte si è dato anche un nome, anzi, un brand, come una linea di moda: Florence for women, e va dal convegno a Palazzo Vecchio e le sfilate multietniche fino all’aperitivo nella boutique più famosa d’Italia, Luisaviaroma, che sono cose bellissime perché favoriranno la raccolta di fondi a favore dei centri di sostegno delle donne maltrattate.
IL 30% DELLE VIOLENZE INFLITTE DAI CONVIVENTI. E noi saremo tutte lì, a Firenze o altrove, noi privilegiate che non veniamo violentate, sfregiate, picchiate davanti ai nostri figli e segregate dai nostri compagni (il dato medio mondiale dice che il 30% degli autori delle violenze contro le donne sono i conviventi: dalle notizie che rimbalzano ogni giorno sui media italiani si direbbe che nel nostro Paese sia più alto e alcuni indicatori segnalano addirittura il 70%). Tutte a goderci il nostro calicino e la nostra tartina, sentendoci tanto buone per un po’ di shopping solidale che, essendo sotto Natale, avremmo fatto comunque.
VITTIME ESCLUSE DALLE SERATE GLAMOUR. Il fatto che la maggior parte delle donne maltrattate non sarà presente a queste nostre serate glamour in quanto non invitata e nemmeno conosciuta (è vero che la violenza contro le donne è trasversale e tocca ogni strato sociale, ma è un dato oggettivo che nelle condizioni di degrado si manifesti con maggiore frequenza) non ci toccherà minimamente: offriremo il nostro obolo accompagnandolo con un sospiro. Poi torneremo a casa e serviremo la cena a nostro figlio e a nostro marito, entrambi incollati alla sedia, fermando loro il braccio se, per puro caso, volessero aiutare noi o l’eventuale personale nel servizio.
SE LE DONNE SONO UN SECOND BEST. «Il mio piccolo, figurarsi». Il «piccolo», a cui non avremo mai imposto di sistemare la camera prima di uscire (la rassetta male? Dopo aver dormito per tre notti in una cuccia non areata, state pur sicure che migliorerà, e se non migliora peggio per lui), che non avremo mai mandato di corsa a fare la spesa la sera perché ha divorato tutti i biscotti lasciando gli altri membri della famiglia a bocca asciutta («poveriiiino, arriva a casa con una faaaame»), di cui abbiamo criticato la fidanzatina con i soliti correttissimi mezzi femminili («che aria da puttanella, mica la metterai incinta che poi si piazza qui a sbafo, vero?»), a cui abbiamo permesso di andare fuori corso di due anni al primo anno di università, non diventerà magari un picchiatore di professione. Però state sicuri che non si trasformerà neanche in un sostenitore del genere femminile. Le considererà, come dicono gli inglesi, un “second best”: un genere di second’ordine, prono ai suoi voleri in servizio permanente effettivo.
LA PREVENZIONE INIZIA DALL'EDUCAZIONE. Il genere che si leva di bocca l’ultimo biscotto per darlo a lui, in senso proprio e metaforico. E che quindi non esce la sera senza di lui, non indossa il capo che a lui non piace, non lavora. Né quando in famiglia non ce ne fosse bisogno, né quando quel bisogno invece ci fosse, visto che può sempre rinunciare all’ultimo biscotto. Un second best a cui, osasse mai ribellarsi, si può - anzi si deve - ricordare chi è il capo. Quando si dice, come in questi giorni e in queste occasioni magari un po' retoriche ma pur sempre utili, che «la prevenzione nei confronti della violenza domestica deve iniziare dalla base», a questo si pensa: alla prevenzione in casa. All’educazione al rispetto per l’altro, in questo caso per l’altra.
L'IMPORTANZA DELLA CONDIVISIONE DEI COMPITI. Eventuali corsi di educazione civica/sessuale/sentimentale fatti a scuola, quandanche esistessero, sarebbero perfettamente inutili se, una volta rientrato da scuola, al ragazzino così tenacemente sensibilizzato venisse concesso di stravaccarsi sul divano e di essere accudito come un sultano dalla sorella, dalla madre o dalla zia. Il rispetto per l’altro passa anche attraverso la condivisione dei compiti che l’altro deve svolgere: condivido il lavoro con te perché ti rispetto. Non ti concedo il mio supporto, né te lo offro come un dono: semplicemente, lo svolgo affiancandoti. E questo indirizzo, questa regola di vita, e di morale, non può che partire dalla madre. Tocca a lei assecondare e non bloccare gli slanci del figlio; tocca a lei incanalare la sua esuberanza in modo intelligente e creativo, ma tocca a lei anche renderlo orgoglioso di sapersela cavare da solo in ogni occasione, fosse pure per cucinarsi un uovo.
PUBBLICITÀ REGRESSO. Negli Anni Quaranta e Cinquanta le televisioni americane trasmettevano programmi educativi, ingenui ed eleganti, di vita familiare armoniosa. Azioni semplici, alla portata di tutti: il padre che aiutava la moglie a stendere il bucato in giardino; fratello e sorella liceali che si scambiavano piccole cortesie di stiro e rammendo. In Italia non abbiamo mai visto nulla di simile; in compenso, vediamo di continuo e tuttora scenette di servaggio femminile nelle pubblicità dei prodotti alimentari. Quando è un uomo che serve in tavola, lo fa per palesare a mammà in visita di essere gay, come se l’orientamento sessuale fosse determinante per stabilire chi debba servire il risotto. Care mamme di maschi, prima di donare il vostro obolo in boutique e scaricarvi la coscienza avete una grande opportunità: fare dei vostri ragazzi dei mariti fantastici e degli uomini per bene. Per prima cosa, stasera, mandatelo a ricomprare quel che ha consumato sul famoso divano. Già che scende, può portare la spazzatura. Se i sacchetti fossero troppi, può sempre aiutarlo il papà.

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