Guido Podestà 140329155356
GIUSTIZIA 28 Novembre Nov 2014 1543 28 novembre 2014

Firme false, Podestà condannato

Il presidente della Provincia di Milano colpevole nel caso delle Regionali lombarde del 2010.

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Guido Podestà.

Il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, è stato condannato a due anni e nove mesi dal tribunale di Milano nel processo per le firme ritenute false a sostegno del listino di Roberto Formigoni e della lista del Popolo della libertà nelle Regionali lombarde del 2010. Condannate anche altre quattro persone.
DIMEZZATA RICHIESTA PENE. Il giudice monocratico Monica Amigone, nel condannare i cinque imputati, ha dimezzato e comunque ridotto sensibilmente le pene rispetto alle richieste del procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo in quanto ha riqualificato il reato contestato dal pm di falso ideologico in falso elettorale (previsto dalla legge speciale n. 570 del maggio 1960).
Inoltre, su un totale di 926 firme ritenute false, ha assolto i cinque imputati per una trentina di firme, quelle cioè riconosciute dai sottoscrittori convocati in aula.
CONDANNATI CONSIGLIERI. Così oltre ai due anni e nove mesi inflitti a Podestà, il tribunale ha condannato gli allora consiglieri provinciali del Pdl Massimo Turci e Barbara Calzavara a due anni e mezzo di reclusione e Nicolò Mardegan e Marco Martino rispettivamente a un anno e un mese e nove mesi (per entrambi con sospensione condizionale e la non menzione).
RISARCIMENTO 100 MILA EURO. Per tutti ha dichiarato la sospensione dal diritto elettorale e dai pubblici uffici e ha indicato in 100 mila euro il risarcimento da versare in solido alla parte civile Provincia di Milano.
Le motivazioni della sentenza saranno pronte in 90 giorni.
«PROCESSO PARADIGMATICO PER SUPERFICIALITÀ». Subito dopo la lettura del verdetto Podestà ha convocato i cronisti in sala stampa e con a fianco figli e difensore, l'avvocato Gaetano Pecorella, ha attaccato: «La cosa più amara è pensare ai miei figli e all'educazione che ho dato loro: credere nella giustizia. Questo episodio non conforta questa tesi». Dopo di che ha proseguito: «Questo processo è stato paradigmatico per la superficialità nella ricerca della verità da parte della procura» e si è basato sul «preconcetto che quella sera esistesse una situazione di emergenza» e sulle dichiarazioni di Clotilde Strada, all'epoca responsabile della raccolta firme del Pdl (ha patteggiato) «che ha dato tre versioni diverse» ai pm. Inoltre, ha sottolineato che la sua condanna «avrà un peso anche nel conflitto interno alla procura di Milano». Il riferimento è allo scontro tra l'aggiunto Robledo e il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, con il primo che decise di iscriverlo nel registro degli indagati nonostante il parere contrario del secondo. Scontro per cui era stata presentata un'istanza di legittimo sospetto poi bocciata dalla Cassazione.

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