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ORGANIGRAMMA 2 Dicembre Dic 2014 1657 02 dicembre 2014

Mafia Capitale, sistema criminale con in mano Roma

Tangenti e appalti: 37 arresti, 100 indagati tra cui Gianni Alemanno. Così regnava la Cupola di Carminati e Buzzi. Le intercettazioni: «Dobbiamo essere puttane».

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Si definivano «un mondo di mezzo» in cui, prima o poi, si «incontrano tutti».
Una sorta di limbo tra il «sovramondo» dell'imprenditoria e della politica e il «sottomondo» criminale. Tra i vivi e i morti.
L'organizzazione - stando alle indagini - era stata messa in piedi dall'ex terrorista dei Nar Massimo Carminati, arrestato il 2 dicembre nell'ambito della maxi operazione Mafia Capitale con l'ex amministratore delegato dell'Ente Eur, Riccardo Mancini, e altre 35 persone.
Mentre sono 100 gli indagati, tra cui l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno.
La struttura criminale emerge dalle intercettazioni di Carminati.
BRUGIA, IL BRACCIO MILITARE. A Riccardo Brugia, braccio militare della cupola romana ed ex Nar, Carminati spiegava: «Com'è possibile che possa stare a cena con Berlusconi? È possibile mel mondo di mezzo. Tutti si incontrano là. Chi sta nel sovramondo ha interesse di parlare col sottomondo».
Secondo gli inquirenti, l'organizzazione di Carminati questo faceva: prestava servizio al primo mondo avvalendosi del secondo.
AI VERTICI UOMINI DI FIDUCIA. Per questo - raccontano gli atti dell'inchiesta - aveva rapporti con la pubblica amministrazione e la politica capitoline. Con un'intensa attività di lobbyng, collocava in posizioni apicali di società controllate dal Comune come Ama spa, municipalizzata dei rifiuti, suoi uomini di fiducia. Non solo.
La 'piovra alla vaccinara' sarebbe persino riuscita a imporre un suo uomo alla presidenza della commissione trasparenza del Campidoglio e aveva sostenuto il candidato sindaco di Sacrofano, Comune eletto a residenza dallo stesso Carminati. Un centro medievale di 7.500 anime a poco più di 18 chilometri da Roma.

Brugia e Buzzi, i luogotenenti del 'Cecato'

Massimo Carminati, ex dei Nar e della Banda della Magliana.

Se Brugia era il luogotenente di Carminati nel «sottomondo», stando ai magistrati il suo braccio destro nel sovramondo era Salvatore Buzzi.
Esponente dell'estrema sinistra romana, fu condannato per omicidio nel 1980, beccandosi in appello 24 anni di reclusione.
In prigione mise in piedi un sistema di coop sociali tra le quali la '29 giugno'.
«Cooperativa sociale di tipo b nata a Roma nel 1985 che ha come scopo sociale l’inserimento lavorativo delle persone appartenenti alle categorie protette svantaggiate (detenuti, ex detenuti, disabili fisici e psichici, tossicodipendenti ed ex) e più in generale delle persone appartenenti alle fasce deboli della società (senza fissa dimora, vittime della tratta, immigrati)», recita la presentazione del sito.
«GLI AFFARI SO' AFFARI». Un piccolo impero, visto che la '29 giugno' nel 2012 aveva un giro d'affari di più di 21 milioni di euro, un margine operativo di 2 milioni 126 mila euro e un utile di 887.448 euro.
Buzzi del resto è sensibile al business. A un suo amico di lunga data che gli chiedeva cosa ci facesse con uno di estrema destra come Carminati, aveva risposto senza esitazione: «La politica è una cosa, gli affari so' affari».
AVEVANO AMICI BIPARTISAN. Segno della trasversalità politica dell'organizzazione i cui tentacoli si allungavano fino al Campidoglio. «Alcuni uomini vicini all'ex sindaco Alemanno», ha spiegato in conferenza stampa il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, «sono componenti a pieno titolo dell'organizzazione mafiosa e protagonisti di episodi di corruzione».
Con la nuova amministrazione, il rapporto è cambiato. Ma Carminati e Buzzi «erano tranquilli chiunque vincesse le elezioni». «Abbiamo amici», ripetevano i due intercettati.
CORATTI SI È DIMESSO. La mafia, insomma, guardava a destra e a sinistra. E tra i piddini avvicinati dal giro del 'Cecato' (questo il soprannome di Carminati per via del problema all'occhio sinistro), i magistrati e gli investigatori del Ros hanno individuato Mirko Coratti, presidente dell'Assemblea capitolina, che si è dimesso.
«Solo per metteme a sede a parla’ con Coratti», si lamenta Buzzi, «10 mila gli ho portato».
Tra i nomi emersi anche quello dell'ex amministratore delegato di Ama Franco Panzironi e dell'ex vice capo di gabinetto della giunta Veltroni Luca Odevaine.

Il modus operandi: «Dobbiamo venderci come le puttane»

L'ex sindaco di Roma Alemanno in corteo.

È Carminati che spiega a Buzzi come muoversi con la nuova amministrazione: «Noi dobbiamo vendere un prodotto, amico mio. Venderci come le puttane. Mettiti la minigonna e vai a battere con questi».
Un episodio secondo gli inquirenti spiega bene il modus operandi della cupola. L'organizzazione voleva sbloccare un finanziamento e Buzzi da tre giorni cercava di farsi ricevere dal capo della segreteria di Alemanno, Antonio Lucarelli.
«C'HANNO PAURA DI LUI». Dopo la telefonata di Carminati, Lucarelli si precipitò sulla scalinata del Campidoglio. «Tutto a posto, ho parlato con Massimo, puoi andare via tranquillo», aveva detto Lucarelli a Buzzi, che poi aveva commentato: «C'hanno paura di lui, che cazzo devono fare?».
Nell'organigramma della Terra di mezzo ognuno aveva un ruolo ben definito.
Fabrizio Franco Testa, ex presidente di Tecnosky, era la «testa di ponte nel settore politico e istituzionale», e coordinatore delle attività corruttive dell'associazione.
Tra i suoi poteri la nomina «di persone gradite alla organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione».
LA BASE? UN BENZINAIO. Carlo Pucci, dirigente di Eur Spa, forniva «uno stabile contributo per l'aggiudicazione di appalti pubblici».
Luca Odevaine, già vice capo di gabinetto con la giunta Veltroni, è accusato «di orientare le scelte del Tavolo di coordinamento nazionale sull'accoglienza per i richiedenti asilo», di cui faceva parte, e di ricevere in cambio «una retribuzione di 5 mila euro mensili».
La base logistica dell'organizzazione? Un benzinaio in Corso Francia gestito da Roberto Lacopo.

Stecche e minacce, in perfetto stile mafioso

Salvatore Buzzi e Giuliano Poletti sulla copertina del bilancio della coop 29 giugno.

Nel «sovramondo» poi c'erano gli imprenditori.
Con i quali l'organizzazione usava bastone e carota. Prometteva affari e protezione e, in cambio, pretendeva non tanto il pizzo, ma di entrarci in affari.
Facce incensurate, fedine penali intonse attraverso le quali realizzare i propri interessi criminali. «Facciamo affari insieme», spiegava Carminati, «io gli faccio guadagnà un sacco di soldi. Ma devono lavorare per noi».
«QUELLO? L'HO MENATO». A Riccardo Mancini, ex manager dell'Ente Eur finito in manette, parlando di un imprenditore Carminati dice: «Gli passavo le stecche (percentuali, ndr) per lavori che ci faceva avere. Ma poi l'ho menato».
Quando le stecche non bastano, si passa alla violenza e all'intimidazione, in perfetto stile mafioso. Anche se tra l'uso delle minacce e la corruzione, gli uomini del 'Cecato' preferivano di gran lunga la seconda. Non dava nell'occhio e destava meno allarme.
SETTORE RECUPERO CREDITI. Il «settore» estorsioni e recupero crediti era affidato a Brugia.
Anche se questo business è stato via via abbandonato dalla cupola nella sua evoluzione. «Non c'è tempo per il recupero crediti per due lire», diceva il 'Cecato'.
«Siamo qualcosa di diverso, non ci possiamo limitare agli spiccioli».
«ORMAI SONO SOTTO SCACCO». Al rifiuto da parte di una famiglia di imprenditori romani di vendere un terreno era scattata la reazione. L'imprenditore a un amico confessava: «Mi ha detto (parlando di Brugia, ndr): 'Tu lì non ci fai più niente'». E, ancora: «Ormai sono sotto scacco, soffro come con una zagaglia».
Anche Carminati metteva in guardia gli imprenditori: «Devi adeguarti perché sulla strada avrai sempre bisogno di noi».
E spesso mettersi sotto la sua ala conveniva. «Sono diventato intoccabile. Basta far sapere che sto col 'Cecato'».

Anche il sistema dei rifiuti nei tentacoli della piovra

Da sinistra, il procuratore aggiuntoPresti, il procuratore Capo Pignatone, il Generale capo del R.O.S Mario Parente.

Infiltrazioni nella politica e nell'imprenditoria privata, dunque.
Ma anche nelle società pubbliche. Come l'Ama spa, l'Azienda multiservizi ambientali che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.
L'ex amministratore della società Franco Panzironi, anche lui finito in manette, secondo gli inquirenti era uno dei «pubblici ufficiali a libro paga che forniscono all'organizzazione uno stabile contributo per l'aggiudicazione degli appalti».
GLI APPALTI VENIVANO AGGIUSTATI. Con Mancini partecipava all'associazione «fornendo uno stabile contributo per l'aggiudicazione di appalti pubblici, per lo sblocco di pagamenti in favore delle imprese riconducibili all'associazione e sono garanti dei rapporti dell'associazione con l'amministrazione comunale negli anni 2008/2013».
Ai vertici dell'Ama Carminati e i suoi erano quindi riusciti a sistemare uomini di fiducia. Non solo Panzironi. Nel marzo 2013 nel board venne nominato con provvedimento del sindaco Alemanno un legale scelto da Carminati stesso. Idem per il direttore generale di Ama e un altro dirigente operativo.
È IL «PATTO CORRUTTIVO-COLLUSIVO». In cambio di tangenti per centinaia di migliaia di euro, il 'Cecato' riusciva ad aggiudicarsi appalti per decine di milioni di euro.
È il «patto corruttivo-collusivo», secondo il pm della Dda romana Michele Prestipino. «In cambio di appalti a imprese amiche», ha detto il magistrato, «venivano pagate tangenti fino a 15 mila euro al mese per anni. Ma anche centinaia di migliaia di euro in un solo colpo».
Tra gli appalti pubblici Prestipino ha citato quello del 2011 per la raccolta differenziata dei rifiuti del Comune di Roma e quello per la raccolta delle foglie.
Così la piovra alla vaccinara teneva pulita Roma.

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