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INTERVISTA 4 Dicembre Dic 2014 1240 04 dicembre 2014

Ragusa, Meluzzi: «Loris, Orazio Fidone è una vittima»

Ha cercato il bimbo scomparso. E ha trovato il corpo. Ora è l'unico indagato. Meluzzi: «Il paradosso italiano: quando si finisce nel cono di luce si è fottuti».

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Ha trovato il corpo del piccolo Loris, ha lanciato l’allarme: e per lui in quel momento è iniziato l’orrore.
Orazio Fidone, o il cacciatore, come da giorni lo chiama tutta Italia, è stato più volte interrogato come persone informata sui fatti.
Gli hanno sequestrato l’auto, hanno esaminato i suoi vestiti. Lo hanno indagato per sequestro di persona e omicidio.
Un atto dovuto, certo. E pesantissimo. Tanto più che, come poi è emerso, Fidone ha un alibi: «Sabato mattina (il 29 novembre, ndr) non ero a Santa Croce Camerina», ha detto agli inquirenti, «ero al mercatino di Vittoria, è facilmente verificabile. Basta controllare le telecamere».
L'UNICO FINITO SOTTO INDAGINE. Intanto le attenzioni degli investigatori si sono spostate sulle bugie raccontate dalla mamma di Loris, non formalmente indagata.
Ma non basta a escluderla dalla lista dei sospettati.
Fidone resta l’unico sulla lista degli indagati. È riapparso in paese, gli amici gli hanno dato pacche sulle spalle, sembrava tranquillo. Ma è solo l’ultimo dei tanti finiti nell’occhio del ciclone perché responsabili di aver visto. Aver aiutato la giustizia. «Nella giustizia mediatizzata il linguaggio, la comunicazione diventano fatto», dice a Lettera43.it il criminologo Alessandro Meluzzi, «in una rappresentazione fiabesca del crimine. Siamo arrivati alle teorie di Propp e Todorov applicate alla formazione della prova».

Orazio Fidone, il cacciatore che ha trovato il corpo di Loris. Nel riquadro, il criminologo Alessandro Meluzzi.

DOMANDA. Orazio Fidone è andato alla ricerca del bambino, lo ha trovato, e poi si è trovato addosso il peso di un’indagine. È giusto?
RISPOSTA. Rifletterei innanzitutto su questo insistere sul “cacciatore”. Mica stava cacciando in quel momento, farà tante altre cose nella sua vita, è un pensionato, magari anche un nonno, eppure per i giornali è solo “il cacciatore”.
D. In che senso?
R. È un chiaro ricorso al mondo delle favole, no? Il cacciatore nelle fiabe è sempre una figura ambigua, un po’ misteriosa.
D. Che c’entrano le favole?
R. C’entrano. Nella nostra giustizia mediatizzata il linguaggio, la comunicazione diventano fatto. Il meccanismo penale non tutela le indagini né gli atti istruttori, ma trasforma tutto in una narrazione altamente affabulizzata. Guardiamo il caso di Loris: sono presenti tutti i personaggi, il cacciatore, la madre fragile, il padre assente, l’orco. Sono le teorie di Propp e Todorov applicate alla formazione della prova.
D. Questo cosa comporta?
R. C’è una precipitazione gravitazionale. Quando tutti i tasselli della favola vanno a posto c’è una cristalizzazione, si precipita in un evento non più mediatico-giudiziario, ma di rilevanza penale. Tutti i processi degli ultimi 20 anni sono andati così, segnati da questa narrazione affabulatoria.
D. Con quali effetti?
R. Le parole diventano pietre. Il caravan serraglio che ruota intorno alle storie di cronaca- il popolo dei talk show: giornalisti, esperti, criminologi, scienziati e studiosi, anche gli inquirenti - dovrebbe tenerne conto: si maneggia dinamite. Più un caso ha portata nazionale, più la comunicazione diventa parossistica, talkizzata.
D. Questo influisce sulle indagini?
R. Più si parla, si fanno talk show e ore di trasmissioni, pagine di giornali e via dicendo, più le parole diventano fatti di cui nemmeno gli inquirenti possono fare a meno perché non possono non tenere conto dei boatos che risuonano rumorosi come tuoni.
D. Ma le indagini hanno dei supporti scientifici.
R. Sì, ma siamo abituati a pensare agli atti investigativi come alle tavole di Mosè: eppure nella scienza quasi niente è inconfutabile. La fiducia metafisica ce l’ha solo chi non fa lo scienziato. Basta così poco per vanificare la verità di una prova.
D. Intanto un testimone che - almeno stando alla verità dei fatti così come emersi finora- si è dato da fare per contribuire alle indagini, si ritrova indagato.
R. Che bel guadagno, vero? Siamo di fronte a una comunicazione ossimorica: lui ha fatto il suo massimo dovere civico e la risposta che ha in cambio è che diventa l’unico indagato. Per poter dimostrare di non essere colpevole diventa il personaggio di un racconto, di una favola.
D. Si parla tanto di omertà nei casi di mafia, di criminalità. Eppure anche in un contesto diverso, come quello in cui si è ritrovato Fidone, viene voglia di chiedersi: «Ma chi me lo fa fare?».
R. Certo, le persone vengono demolite. Se uno pensa di vedere una cosa e lo dice si ritrova la propria vita sezionata, data in pasto a sessanta milioni di persone. Le proprie abitudini, le proprie inclinazioni sessuali, precedenti penali, reati che non c’entrano nulla, tutto. Ci vuole una punta di eroismo.
D. A Fidone hanno trovato in casa delle munizioni detenute senza autorizzazioni.
R. Appunto, quando si finisce nel cono di luce si è fottuti. Questo è un limite della nostra procedura penale. In America se un poliziotto vede le cartucce può far finta di niente, da noi rischierebbe di essere incriminato. Questa iperformalizzazione trasforma le indagini in un inferno mediatico giudiziario.
D. Il “cacciatore” non è certo l’unico testimone finito nei guai.
R. Succede in quasi tutti i processi. Pensiamo a Rudy Guedè, che per l’omicidio di Perugia si sta facendo 16 anni in concorso non si sa con chi, visto che i due principali imputati sono stati assolti. E questo perché ha raccontato cosa ha visto: ma non c’è nessuna prova che lui abbia partecipato all’omicidio di Meredith.
D. È il nostro sistema che non funziona, quindi?
R. Non è garantismo ma spirito pragmatico. Le modalità delle nostre indagini, regolate da norme cui attenersi, rendono i processi difficilissimi. Lo dimostrano i fatti dell’ultimo decennio. Se un ospedale funzionasse come questi tribunali ci sarebbe da preoccuparsi. Agnelli diceva che il processo penale è come un intervento chirurgico: ti stendi sul tavolo, ti addormenti e non sai come va a finire.
D. Normalmente la colpa viene data ai giornalisti.
R. Mah, i giornalisti sono giudicati dai loro capi sulla base dei fatti che riescono a portare. In un sistema in cui i processi diventano mediatici non possono fare altro. Fanno invece grande attenzione a non fare l’unica cosa che dovrebbero, ovvero il giornalismo investigativo perché rischierebbero ripercussioni penali se indagassero per conto loro. In Italia c’è una sorta di monopolio delle indagini, in cui i giornalisti devono fare i corifei della tragedia greca, indossando le maschere nei vari talk show.

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