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SENTENZA 5 Dicembre Dic 2014 2208 05 dicembre 2014

Gettò il figlio nel Tevere, condannato a 30 anni

La Cassazione conferma la condanna per Patrizio Franceschelli.

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Le ricerche del bambino di 16 mesi gettato dal padre sul Tevere.

Era il giorno della straordinaria nevicata su Roma, il 4 febbraio del 2012. Dopo aver litigato con la compagna, ricoverata in ospedale, andò a casa della suocera e portò via Claudio, 16 mesi appena. Vagò per la città, col bimbo al seguito, fino al Lungotevere all'altezza di ponte Mazzini e da lì getto il figlio nel fiume. Il corpo sarebbe riemerso quasi due mesi dopo a Fiumicino.
RITO ABBREVIATO. La Cassazione ha confermato la sera del 5 dicembre 2014 la condanna a 30 anni per Patrizio Franceschelli, colpevole dell'omicidio del bambino. Una pena severa, inflitta con rito abbreviato e caricata dall'aggravante del vincolo di parentela.
Con il passaggio in giudicato della sentenza emessa dalla corte d'Assise d'Appello di Roma, Franceschelli deve anche risarcire le parti civili, la mamma e la nonna del piccolo, cui i giudici hanno assegnato 200 mila euro, e il Comune di Roma che si era costituito in giudizio.
La difesa ha provato a sostenere in tutto il processo il vizio di mente, ma la perizia del tribunale accertò che in quel momento Patrizio era lucido e cosciente. Una conclusione che i giudici della prima sezione penale della Cassazione, specializzata in omicidio, presieduta da Maria Cristina Siotta, hanno condiviso.
IL DELITTO DOPO UNA LITA CON LA COMPAGNA. Per uguale richiesta si era pronunciato anche il sostituto procuratore generale Massimo Galli, nella sua requisitoria.
All'alba del 4 febbraio, Franceschelli, 27 anni, con precedenti per droga, entrò a casa della famiglia della compagna dopo l'ennesima lite con lei, mentre era ricoverata in ospedale.
Il bambino era diventato un peso e motivo della discordia per via dell'affidamento. Se lui non l'avesse avuto, nemmeno la madre avrebbe dovuto.
Dopo il tragico fatto vagò per la città per alcuni minuti, poi venne fermato dai carabinieri ai quali ammise poche confuse parole: «L'ho gettato io nel Tevere».

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