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GIUSTIZIA 5 Dicembre Dic 2014 2151 05 dicembre 2014

Parmalat-Ciappazzi, la Cassazione: ridurre la pena ad Arpe e Geronzi

Per la vicenda Ciappazzi-Parmalat, esclusa bancarotta fraudolenta e disposto nuovo Appello.

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Matteo Arpe.

La Cassazione il 5 dicembre ha deciso che deve essere ridotta la pena inflitta in Appello all'ex presidente di Banca di Roma-Capitalia, Cesare Geronzi e all'ex direttore generale di Capitalia Matteo Arpe (azionsita di News 3.0, la società che edita questo giornale), nell'ambito del processo sulla vendita della acque minerali Ciappazzi, filone di indagine nato dall'inchiesta sul crac della Parmalat. Lo ha deciso la quinta sezione penale della Cassazione che, pur confermando l'impianto delle condanne emesse dalla Corte d'Appello di Bologna nel giugno del 2013, ha disposto un nuovo processo d'Appello, nel quale si dovrà rivedere il trattamento sanzionatorio per gli imputati.
ESCLUSA IPOTESI BANCAROTTA DOLOSA. Nel dettaglio, la quinta sezione penale della Cassazione ha annullato la sentenza d'Appello senza rinvio per prescrizione, relativamente al reato di usura imputato a Geronzi, e ha annullato, appunto con rinvio per la rideterminazione della pena, alcune ipotesi di bancarotta dolosa contestate agli imputati. Derubricandole quindi al reato di bancarotta societaria.
I LEGALI DI ARPE: ESTRANEO ALLA VICENDA. Arpe, che all'epoca dei fatti era stato nominato da pochi giorni direttore generale di Capitalia, per bocca dei suoi avvocati si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda.
Nelle tesi sostenute dai suoi legali in Cassazione si è decisamente contestato il teorema del “non poteva non sapere” sostenuto dall'accusa per via della sua posizione apicale, e sulla totale assenza di prove a carico.
La difesa di Arpe aveva puntato su alcuni elementi giudicati incontrovertibili. Ovvero la non partecipazione alla strutturazione e deliberazione del finanziamento di 46,5 milioni di euro che, secondo l'accusa, sarebbe stato girato indebitamente da Parmatour a Parmalat, aggravandone ulteriormente la situazione debitoria.
Gli avvocati del banchiere poi fondatore e amministratore delegato di Sator avevano sottolineato come fosse stato processualmente accertato che il loro assistito, in relazione alle operazioni contestate, non ha partecipato ad alcuna riunione operativa e/o di aggiornamento in merito alle condotte contestate.
INAMMISSIBILE IL CRITERIO DEL 'NON POTEVA NON SAPERE'. Inoltre che non avesse ricevuto alcuna comunicazione scritta, se non due mail all’esito delle quali è emerso il suo netto atteggiamento contrario ai “desiderata” dei vertici di Parmalat.
Nelle tesi della difesa si sosteneva anche che nessuno dei testi sentiti avesse dichiarato che Arpe sapeva, o che avesse espresso pareri preventivi o successivi in relazione alle operazioni contestate. Il tutto corredato da documenti che suffragavano la tesi difensiva.
Dal che, sempre secondo i legali si Arpe, il ricorso al criterio della cosiddetta prova logica del “non poteva non sapere” non era giuridicamente ammissibile.

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