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INCHIESTA 7 Dicembre Dic 2014 2123 07 dicembre 2014

Mafia Roma, Diotallevi e De Carlo referenti di Cosa Nostra

I pm: Diotallevi e De Carlo referenti dell'organizzazione. Ora sono indagati.

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Una foto d'archivio di Ernesto Diotallevi.

Il boss Ernesto Diotallevi e Giovanni De Carlo sono ritenuti referenti di Cosa Nostra a Roma. Per questo sono indagati dalla procura per associazione a delinquere di stampo mafioso nell'ambito dell'inchiesta Mafia Capitale. Riscontri sul ruolo di Diotallevi e di De Carlo emergono da un'intercettazione del 2012 in cui il primo, parlando con il figlio Leonardo, si definisce come «l'attuale boss di Cosa Nostra su Roma».
DALLA MAGLIANA ALLA CUPOLA. La circostanza emerge inoltre in un decreto di autorizzazione di intercettazioni telefoniche nel quale Diotallevi (in passato accusato, ma poi assolto, di aver fatto parte della Banda della Magliana) viene indicato come appartenente a Cosa Nostra dal collaboratore Salvatore Cancemi che «riferisce anche in merito ai suoi rapporti con Pippo Calò», superboss dei Corleonesi. Degli stessi rapporti, si legge nella richiesta della procura nell'ambito dell'inchiesta Mafia Capitale, riferisce anche Francesco Marino Mannoia.
MOLTEPLICI INTERESSI ECONOMICI. Come scrive il gip, oggi il 70enne Diotallevi ha «molteplici e rilevanti interessi economici, è coinvolto in numerose attività, quali l'acquisizione di un cantiere navale e di una pompa di benzina, la costruzione di abitazioni, di un supermercato sul 'Punto Verde' in zona Spinaceto (a Roma, ndr), la creazione di una società di 'security'».
«DE CARLO PERSONAGGIO TRASVERSALE». In un documento dei carabinieri, Diotallevi identifica poi il 39enne De Carlo legato anche al camorrista Michele Senese, «quale soggetto dotato di particolare caratura criminale», personaggio «trasversale (gioca su tutti i tavoli) e capace, ad oggi, di 'contare materialmente' nel panorama criminale romano». Rapporti, dunque, tra mafie in cui anche la Cupola gestita da Massimo Carminati aveva il suo peso specifico. E chi aveva interessi nella Capitale doveva trattare con lui.
APPALTI E SOLDI ALL'ESTERO. Nelle carte dell'inchiesta sono accennati contatti con il clan dei Santapaola, quello dei Senese e con la 'Ndrangheta. Il tutto in nome di una strategia che ha abbandonato traffici come quelli sulla droga per puntare al grande 'mercato' degli appalti, che tralascia i trafficanti per i colletti bianchi. Affari, tornando al clan Carminati, che generavano ingenti somme di danaro: per mettere al riparo i capitali all'estero, illecitamente realizzati, il clan avrebbe utilizzato un corriere che guadagnava il 4% dell'importo trasportato. Secondo quanto documentato da un'informativa del Ros, il danaro sarebbe transitato prima in contanti in Svizzera e a San Marino e dalle banche locali estero su estero in Liechtenstein o alle Cayman.

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