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MALAVITA 7 Dicembre Dic 2014 1155 07 dicembre 2014

Napoli, la camorra raccontata nei temi dei bambini

«I carabinieri? Cattivi». «Chi paga il pizzo è protetto». «Politici e mafiosi uguali». Ciò che pensano gli alunni nei rioni difficili. Tra boss, smarrimento e sofferenza.

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Uno scorcio di Secondigliano.

Carabinieri o camorristi? Di chi ha più paura Carminuccio, 12 anni, che abita a due passi dal rione delle Carceri a Torre Annunziata, il regno del clan Gionta?
«Dei carabinieri», ha scritto il bambino nel suo tema in classe, «perché sono cattivi: arrivano di notte, bussano alla porta di casa e si portano via il mio papà che sta in pigiama e non gli danno neanche il tempo di fare la pipì».
Rosario, 9 anni, ha scritto che il suo fratellino più grande ricorda ancora «quella sera che il boss di Scanzano», il rione bunker dei camorristi nel cuore più antico di Castellammare di Stabia, «ordinò che fossero spente tutte le luci del quartiere in segno di lutto per la morte di un amico».
«Era buio in strada e nelle case», ha raccontato Rosario, nel suo tema da quarta elementare, «e tutti i bambini, invece di guardare la televisione, furono spediti a letto più presto del solito».
«LA CAMORRA? VORREI CHE NON ESISTESSE». «La camorra è una cosa bruttissima», ha scritto il figlio di un noto camorrista in un altro tema raccolto dall’associazione Legalmente Italia guidata da Vincenzo Zurlo, un ex maresciallo dei Ros (i reparti speciali dei carabinieri) in pensione, «e io vorrei che neanche esistesse».
Il gruppo di Zurlo, con pazienza e tenacia, ha raccolto negli anni centinaia di elaborati di questo genere, firmati dai figli più piccoli dei boss e degli affiliati alla malavita nei rioni più malfamati dell’area a Nord di Napoli.
BIMBI TRA MALA E MESSAGGI DI LEGALITÀ. A venirne fuori è uno spaccato impressionante di sofferenza e frustrazione, smarrimento e desiderio di normalità: sullo sfondo, una generazione di bambini costretti a crescere in famiglie criminali, ma fortemente attratti dai messaggi di legalità che scuola e società civile ormai divulgano sul territorio con una crescente e innegabile efficacia.

Parole da brividi, ma anche segnali che autorizzano alla speranza

Il cartello di uno studente napoletano durante una manifestazione contro la camorra.

I temi sui boss: ovvero il Male visto con gli occhi di chi si è appena affacciato ai disagi della vita ma che ha già imparato a conoscerli sulla propria, tenera pelle.
Parole da brividi, si leggono nei temi dei figli dei boss.
Ma anche, secondo gli esperti di Legalmente Italia, segnali «che autorizzano alla speranza».
Tiziana, terza elementare, ha scritto rassegnata: «Alcuni bambini che vivono nelle famiglie dei camorristi diventeranno anche loro camorristi. E anche i figli dei loro figli».
«CHIAMEREI SEMPRE LA POLIZIA». Biagio, 10 anni e mezzo, più battagliero, scrive invece: «Il mio quartiere si divide tra persone per bene e camorristi. Perciò andrei ogni giorno a chiamare la polizia, per far finire gli atti di camorra».
Le scuole in cui questi bambini crescono sono luoghi di frontiera, circondate da violenza e regole imposte dalle cellule dell’anti-Stato.
I temi sono stati commissionati e scritti dopo una lezione sulla legalità a Castellammare di Stabia con la partecipazione del generale Mario Mori, ex cacciatore di mafiosi del calibro del capo di Cosa nostra Totò Riina.
MINACCIATA UNA PRESIDE. Qui, in queste aule di scuola nei rioni più a rischio, una preside è stata minacciata perché «dava fastidio con i suoi continui richiami alla puntualità».
E un bambino è stato colto con un’ascia nello zaino che gli serviva - ha spiegato - «per ammazzare un compagno», figlio di una famiglia rivale alla sua.
Ragazzi di vita. Anzi, peggio. Famiglie da sconquasso. A un passo dalla barbarie.
Eppure, in un tema Ginetto, 8 anni - che vive in mezzo a loro - ha scritto con coraggio: «I boss camorristi si credono dei re, ma per me non sono nessuno. E non capisco quelli che li ammirano».

Nei temi politici e camorristi finiscono per fondersi

Una strada di Napoli.

«Dalla politica», ha raccontato spesso il responsabile di Legalmente Italia, Vincenzo Zurlo, «non mi aspetto niente: nei nostri rioni difficili i politici vengono solo a fare passerelle. Una ragazza di prima media ha scritto in un tema che qui spesso le figure del politico e del camorrista mafioso finiscono per fondersi».
Le cosche raccontate «nell’intimo della vita quotidiana»: è il senso, culturale e civile, dei temi raccolti dall’ex maresciallo dei Ros.
La sua non è un’iniziativa inedita, sebbene di sicuro spessore: nella tormentata provincia di Napoli c’è stato chi ha raccolto, per esempio, i pensieri scritti dai figli superstiti delle vittime innocenti di fatti di sangue.
Il dolore. Le paure. Gli incubi che non vanno mai via.
ALESSANDRA OGGI È ASSESSORE. L’11 luglio 1997 Alessandra Clemente, oggi assessore nella giunta comunale di Napoli guidata da Luigi de Magistris, era una bambina di 10 anni dagli occhi azzurri e la testa piena di sogni.
Ha visto dalla finestra del salotto al Vomero i camorristi che sparavano “per sbaglio” alla sua giovane mamma, Silvia Ruotolo, che stava tornando a casa con il fratellino di 5 anni per mano.
I killer sono stati condannati all’ergastolo, ma la sua mamma non c’è più.
«MAI ARRENDERSI AL DOLORE». «Ho reagito cominciando a scrivere in un tema di un gambero che invece di camminare all’indietro camminava in avanti», ha raccontato Alessandra. «Era un rimbalzo degli insegnamenti di mio padre, che mi ha sempre sollecitato a non arrendermi al dolore».
Alessandra ha scritto anche del suo papà, che «non si è mai risposato e ha cominciato a chiamare nonna sua madre per evitare che in me e in mio fratello si rinnovasse ogni volta la tremenda ferita».
«NAPOLETANI, DIVENTATE SALERNITANI». «Per guarire i problemi di Napoli, i napoletani dovrebbero fare come mio zio, diventare salernitani»: laconico e un po’ british, ma assai caustico ed efficace è apparso agli insegnanti (e non solo) il tema scritto nel 2012 da uno dei 150 ragazzi a rischio di don Luigi Merola, il prete del rione Forcella a Napoli che vive sotto scorta dopo le minacce subite.

«A furia di essere tristi, non esce nemmeno più il cucù»

Militari a Casal di Principe per la lotta alla camorra.

Stimolati da Marcello d’Orta, il maestro di scuola autore del best seller mondiale Io speriamo che me la cavo, i ragazzi di ‘A voce d’’e creature (la voce delle creature, l’associazione creata da don Luigi) hanno provato a scrivere di malavita e riscatto.
Uno di loro ha raccontato: «A furia di essere tristi, a casa mia neanche più il cucù esce fuori dall’orologio».
E un altro: «Napoli per colpa della camorra somiglia al presepe di mio zio, che a sua volta sembra il Cto (il centro traumatologico ortopedico, ndr): quasi tutti i pastori sono ridotti senza più la testa e senza le gambe».
«LA CAMORRA CI PROTEGGE». Altrettanto inquietante appare lo scenario che spunta dai temi scritti dagli alunni di una scuola media nel quartiere Miano di Napoli, ai confini con Scampia.
Il tema dettato è stato: chi vi protegge? Amedeo, 12 anni, ha spiegato: «La camorra ci protegge. E chi paga il pizzo è protetto».
E Anna, che ha 13 anni: «Quando esco, mi capita di vedere nel mio quartiere grandi mappaglie di persone che spacciano, ma a noi della zona ci proteggono».
Anna continua: «Se c’è tra loro una discussione, non guardano in faccia proprio nessuno e ci vanno di mezzo anche persone innocenti».
«SENZA LORO NON POTREMMO STARE». Antonio, 12 anni, dalla camorra non è per nulla spaventato: «Io non odio la camorra... a volte penso che senza la camorra non potremmo stare perché ci protegge tutti... pure il fatto che tutti pagano il pizzo... non è giusto, ma chi paga resta protetto».
Lucido e pessimista appare il punto di vista di Alberto, 12 anni, che scrive: «A Miano la camorra c’è e la conosciamo bene perché è una cosa che vediamo tutti i giorni... Molti ragazzi cominciano a spacciare a 13 anni, diventano più importanti e una volta che ci sei entrato non ne esci più. E se provi a uscirne, vieni ucciso».
E C'È ANCHE CHI SCEGLIE L'IRONIA. Ma c’è anche chi, nelle scuole, sceglie la strada dell’ironia: è il caso del libretto Una matita li cancellerà in cui - nel 2007 - l’istituto professionale Europa di Pomigliano d’Arco ha raccolto battute e barzellette ideate dagli allievi sul tema della camorra e dei boss da ridicolizzare.
Che cosa è meglio, è stato chiesto, un camorrista o una batteria? La risposta, da pura freddura: «La batteria. Perché ha sicuramente un lato positivo».
Divertenti, sferzanti, forse perfino un po’ demolitorie. Ma dal 2007 a oggi, nessuna risata è riuscita a seppellire davvero i clan di camorra, che proliferano più prepotenti che mai.
Neanche i super-cliccati video dei “Jackal”, con la loro satira sul televisivo Gomorra.

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