Teatro Alla Scala 141207132209
LA MODA CHE CAMBIA 7 Dicembre Dic 2014 1600 07 dicembre 2014

Prima della Scala sottotono? Che errore

Le eccellenze del nostro Paese vengono offuscate da atteggiamenti sbagliati.

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Milano: l'esterno del Teatro alla Scala.

Qualche sera fa, come di consueto in anticipo di qualche giorno sulla tradizionale Prima del 7 dicembre, si è tenuta la 'primina' della Scala. In scena il Fidelio di Beethoven diretto da Daniel Barenboim, alla sua 'ultima-prima rappresentazione'; in platea, centinaia di giovani under 30, entrati a godersi lo spettacolo con un biglietto a 10 euro che un tempo si sarebbe definito prezzo politico: tutti evidentemente appassionati, e tutti bellissimi nei completi giacca-cravatta scuri, nei vestitini scivolati, o rigidi, o arricciati, che rendevano tutti loro una gioia per gli occhi. Non erano certamente, per la maggior parte di loro, abiti di grande firma, magari come il peplo Roberto Cavalli couture indossato da Gabriella Dompé, i fantasiosi Curiel, da generazioni la famiglia di stiliste che 'veste' la Milano della Prima, di cui si sono vestite Laura Morino o Elsa Monti, oppure i Dolce&Gabbana scelti da molte altre giovani signore.
TEMPI GRAMI PER L'ITALIA. Ma la foto della sala gremita di fanciulle in fiore in piedi ad applaudire è uno degli spettacoli più belli che sia stato dato di vedere in questi tempi grami. Grami non solo perché tali sono, ma anche perché tali ci ingegniamo di farli diventare. La giusta apprensione per l’ennesimo downgrading del Paese, stavolta a cura di Standard & Poor's, gli esiti degli scandali della politica (una annotazione: ma oltre ai beni alla cupola che teneva sotto scacco il Comune di Roma, vogliamo sequestrare, recuperare, far restituire soldi, immobili, gioielli anche ai tanti corrotti, di ogni specie e transitanti non solo per il Campidoglio? Anche a Milano rivorremmo, per esempio, i soldi che abbiamo speso per comprare le creme e le borse griffate alla Minetti, di cui tutti abbiamo già dimenticato il nome di battesimo ma non i conti lasciati alla comunità), non devono assolutamente ammantare di grigio, spargere i loro fumi nefasti anche sulle eccellenze che ancora ci permettono di rendere il nostro Paese un luogo desiderabile, certo un po’ turbolento ma bellissimo, per il resto del mondo.
OCCASIONI DI ELEGANZA NON SFRUTTATE. Se davvero siamo diventati una destinazione turistica, «un Paese che vive sul turismo», come mi ha fatto notare una docente universitaria statunitense incontrata l’altro giorno sul treno che non è certo una bella cosa da sentire, visto che tutti vorremmo godere di una bella reputazione anche in molti altri campi, ma anche se vogliamo mostrare al mondo orgoglio per il nostro Paese, non possiamo adottare un atteggiamento rinunciatario nei confronti di ogni manifestazione ludica, di ogni occasione di eleganza e di possibile sfoggio della stessa. Le lotte nelle periferie, la disoccupazione e i senzatetto non si aiutano di certo scrivendo articolesse contro le serate «ad alto tasso di smoking», come si è letto nei giorni scorsi in occasione della cena di fund raising a favore del Maxxi di Roma. Agendo in questo modo, alla crisi si assesta semmai un’ulteriore botta, rendendo l’Italia non solo un Paese evidentemente oberato dai debiti e sommerso di guai, ma pure un paese sgradevole da visitare. Un Paese triste che, forse ve ne ricorderete, è il motivo per cui tanti, tantissimi di noi, non hanno visitato i Paesi dell’ex blocco sovietico per anni dopo la caduta del muro di Berlino o ci sono rimasti il meno possibile a dispetto delle tante bellezze artistiche che sarebbe stato possibile ammirare. Perché se ne rientrava con l’umore sotto i piedi.
LA CULTURA SI PAGA. Questo, mi pare ovvio, non significa che si debba ballare agli angoli delle strade come nei quadri dei Brueghel, né che si debba trasformare il Paese Italia nel paese dei campanelli e dei balocchi, essendo fra l’altro apparso evidente a tutti che è popolato di omini di burro; ma d’altro canto bisogna stare attenti a deprimere e a reprimere le manifestazioni festose, e proprio gli anni del Terrore evocati dal Fidelio ce ne ricordano gli effetti. Ormai da quasi cinquant’anni, perché tanti ne sono trascorsi dal famoso lancio delle uova agli ospiti della Prima della Scala del 1968 per mano di Mario Capanna (dopo il coraggiosissimo gesto corse a nascondersi nelle case dei ricchi amici che giocavano a fare gli intellettuali), c’è qualcuno che attacca la solita nenia contro lo sfoggio di eleganza delle 'sciure milanesi' incapaci di distinguere un oboe da un violino, preconizzando al suo posto l’avvento dello straccio democratico, duro e presumibilmente puro, e della cultura gratis per tutti. Che la Prima non sia fatta per i melomani, loggione escluso, è un dato di fatto acquisito, e a occhio e croce meno di un terzo dei presenti di questa sera ha mai ascoltato l’unica opera di Beethoven. Ma così come entrare alla Scala in abito di pizzo non è necessariamente segnale di crassa ignoranza, varcarne la soglia in jeans e maglione stazzonato non è garanzia di cultura; farlo in abiti semplici ma eleganti, perché dal 68 in poi l’eleganza è l’unica cosa che sia diventata davvero democratica, come hanno fatto i giovani dell’altra sera, è invece un segno di rispetto per gli artisti e per il paese, dunque anche per una delle sue eccellenze com’è la Scala. E la cultura, visto che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone che non vivono d’aria, ovunque nel mondo si paga. Si paga nei musei, nei teatri, nelle gallerie, e molto di più che in Italia, come ben sappiamo quando, a Londra, spendiamo fior di quattrini non per assistere all’Idomeneo alla Royal Opera House, ma anche solo per portare i bambini al musical del Re Leone.

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