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INCHIESTA 9 Dicembre Dic 2014 0600 09 dicembre 2014

Doppiaggio, la crisi del settore in Italia

Aumenta il lavoro. Ma è sempre più low cost. E manca il tempo per dare qualità. La strana crisi del doppiaggio. Che se non si reinventa rischia di sparire.

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Senza di loro il «Francamente me ne infischio» di Clark Gable in Via col vento non sarebbe diventato immortale. E chissà come sarebbe stato Il Padrino se Marlon Brando non avesse pronunciato la celebre «Gli farò un'offerta che non potrà rifiutare».
A rendere eterne le due battute che l'American film institute considera tra le migliori della storia del cinema, non sono stati solo gli attori Usa. Pure i doppiatori, almeno in Italia, hanno fatto la loro parte.
PROFESSIONE IN CRISI. Peccato, però, che ormai i circa 1.000 professionisti e le circa 50 aziende del settore sparsi in Italia siano destinati a estinguersi, almeno per come siamo abituati a conoscerli, per colpa del crollo degli introiti pubblicitari e della onnipresente recessione economica. Ma anche per la concorrenza del doppiaggio low cost che, come ammette a Lettera43.it Mario Paolinelli, vicepresidente dell'Associazione italiana dialoghisti e adattatori cinetelevisivi (Aidac) e con all'attivo traduzioni per il cinema come Nixon di Oliver Stone e Caccia a Ottobre Rosso di John McTiernan, farà «scomparire la professione».

INCOGNITA FATTURATO. In realtà il fatturato del settore sarebbe in crescita, come spiega Marco Baroni, vicepresidente dell'Associazione nazionale attori doppiatori (Anad), ma nessuno ha le cifre per confermarlo. «Purtroppo in questi anni c'è stata una forte deregulation e non si monitora più», ammette il doppiatore.
Tuttavia secondo l'ultimo dato ufficiale fornito in occasione del Gran premio internazionale del doppiaggio di Roma del 2008 e riferito al 2007, lo scenario è ben diverso: in Italia i doppiatori avevano generato un giro d'affari pari a 40 milioni di euro, un crollo verticale se confrontato con la più recente rilevazione dell'Associazione nazionale delle industrie cinematografiche audiovisive e multimediali (Anica) che nel 2004 parlava di 80 milioni di euro.
ANNI 80: IL PERIODO D'ORO. Il periodo d'oro per il doppiaggio in Italia sembra, infatti, un lontano ricordo.
Negli Anni 80 il boom era coinciso con l'avvento delle televisioni commerciali che un decennio dopo aveva generato oltre 20 mila ore doppiate all'anno per un business pari a 100 miliardi di lire (circa 51,5 milioni di euro). Ma già a metà Anni 90 qualcosa aveva iniziato a incepparsi.
Il Sindacato attori italiani (Sai) che un tempo era presieduto da Gino Cervi, lamentava un «calo netto del 40%». E se nel 1989 un'ora doppiata, secondo una relazione di Paolinelli valeva «15 milioni di lire», pochi anni dopo era già scesa a «6-8 milioni» (da circa 7.700 a 5 mila euro).
PERDITE FINO AL 20%. Oggi, poi, le cose sono peggiorate.
Umberto Carretti del Sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil stima le perdite «tra il 10-15%», pur ammettendo che si arrivano a sfiorare anche punte del «20-25% considerando gli ultimi tre anni».
Attualmente per pagare il team di doppiaggio (direttore, doppiatori, assistenti e dialoghisti) di un film medio - in gergo s'intende una pellicola capace di incassare all'incirca 2 milioni di euro - servirebbero «26 mila euro» ammette il vicepresidente dell'Aidac, «ma c'è chi pur di lavorare ne chiede appena 5.400, ovviamente in nero».

Il cinema vale solo il 10% del business del doppiaggio

Nel doppiaggio il cinema rappresenta appena il 10% del lavoro: il settore vive di serie tivù e reality.

Il doppiaggio campa grazie alle serie tivù e ai cartoni animati (rappresentano circa il 50% del lavoro) oltre che per merito di documentari e reality show (40%), mentre il cinema, che ancora è ben finanziato, pesa per appena il 10%.
A reggere tutto il carrozzone, quindi, è soprattutto la televisione che vive di pubblicità. E che, come è noto, sta attraversando un pessimo periodo, con il risultato che a soffrire di più sono i doppiatori, ultimo tassello della filiera.
SEMPRE MENO PUBBLICITÀ. Il mercato non dà cenni di miglioramento e nei primi nove mesi del 2014, Nielsen, l'azienda Usa specializzata nella misurazione dell'audience di tivù, radio e giornali, ha registrato un calo annuo del 3,2% con incassi pari a 7 miliardi di euro.
Se la fetta destinata alla televisione resta quella più consistente (50%), è stato evidenziato che negli ultimi anni il web le sta rosicchiando parecchi soldi, tanto che l'ultima rilevazione ha stimato come l'advertising in Rete sia aumentato dell'11,1% rispetto al 2013 (circa 2 miliardi di euro).
«La crisi del doppiaggio è un riflesso del crollo della pubblicità», ammette Roberto Stocchi, presidente dell'Anad e voce, tra le altre, di Alan dei tre film della serie Una notte da leoni. «I contenuti da doppiare non mancano, ma con meno soldi a disposizione siamo noi quelli realmente penalizzati». Di lavoro, infatti, ce ne sarebbe fin troppo.
IL LAVORO NON MANCA. Per esempio, i dati dell'industria cinematografica diffusi da Cinetel, partecipata dell'Associazione nazionale esercenti cinema (Anec) e di Anica, parlano di un business nel nostro Paese che nel 2013 ha invertito la rotta dopo «due annate negative» arrivando a incassare oltre 618 milioni di euro (+1,45% rispetto al 2012) grazie ai 97,3 milioni di biglietti venduti (incremento del 6,56%).
Il merito, come precisa il report Tutti i numeri del cinema italiano 2013 di Anica, è dei circa 1.700 film Usa che rappresentano il 45,75% delle pellicole trasmesse in Italia che fanno il 5,89% di share contro il 5,33% di quelle nostrane (poco meno di 1.400 produzioni). Ma il cinema è solo la minima parte del lavoro.

La televisione si affida alle aziende che lavorano al prezzo più basso

Secondo la Fondazione Rosselli il 40% delle lavorazioni di doppiaggio è effettuata in nero.

Il vero problema del doppiaggio riguarda la «riduzione dei costi delle committenze del settore radio-televisivo», fa notare Carretti. Perché se il «cinema cerca ancora un certo livello di qualità, quindi non badando troppo alle spese, la tivù s'è ridotta a rincorrere le aziende che offrono i prezzi più competitivi».
Che i prodotti destinati alla televisione siano in forte aumento l'ha certificato il Rapporto sulla fiction del 2013 della Fondazione Rosselli, secondo cui le serie tivù straniere stanno riempiendo i palinsesti, visto che in Italia si produce sempre meno. Da qui deriva la richiesta di abbattimento di costi e gli osservatori hanno rilevato come «il 40% delle lavorazioni di doppiaggio sia effettuata in nero».
IL NERO VALE 5 MILIONI. Anche Anica ha confermato il problema. Nel 2007 l'associazione ha provato a fare una stima del fatturato di queste imprese che fanno «concorrenza sleale» facendo «prezzi al massimo ribasso rispetto alle strutture tradizionali» ed è emerso che al mercato sono sottratti circa 5 milioni di euro.
«Inutile nascondere che il nero esista», spiega Stocchi, «andrebbe sicuramente perseguito in altri modi, ma è difficile farlo emergere, perché alle società conviene pagare meno e il lavoratore è d'accordo a guadagnare di più senza versare la quota al Fisco».
CONTRATTI SENZA GARE. Se la «forma più chiara» di appalto è rappresentata dalla Rai che sceglie a chi affidarsi attraverso una gara al ribasso, il boom delle serie televisive ha aperto il mercato a nuovi soggetti.
E, come precisato da Carretti, la scelta in questo caso «avviene attraverso rapporti personali già esistenti».
Insomma, si va dall'amico con cui si hanno già altri rapporti di lavoro, magari per fare più in fretta e per strappare proprio il prezzo migliore.
IL RISULTATO? CATTIVI ADATTAMENTI. «La grande quantità di prodotti da doppiare», aggiunge Paolinelli, «è diventata un'arma a doppio taglio perché si pretendono prestazioni praticamente a costo zero e a risentirne è la qualità».
Le conseguenze rischiano di diventare catastrofiche per il settore che, a sua volta, fa la sua parte nell'auto-affondarsi: «Si accettano doppiaggi a ritmi industriali», continua l'adattatore e autore di Tradurre per il doppiaggio scritto con Eleonora Di Fortunato (edizioni Hoepli), «finendo per fare danni». Perché un «cattivo adattamento» che genera un pessimo doppiaggio è «la morte del film».

Il reality tiene a galla il settore ma sta contribuendo ad affondarlo

La regola del doppiaggio vuole che il prodotto finale «non sia lo specchio fedele dell'originale».

A dar man forte al doppiaggio ci sarebbero i reality, ormai diventati i contenitori principali delle centinaia di canali digitali che ogni giorno appaiono in tivù (vedi prodotti come Masterchef Usa o X Factor Uk).
Ma se da una parte il genere ha «compensato» le perdite del settore - «Il 70% delle società di doppiaggio è stato salvato proprio da questo prodotto», precisa Paolinelli - dall'altra ha segnato un ulteriore ostacolo.
ADDIO ALL'OVERSOUND. Secondo Alessio Pelicella, direttore della scuola Professione doppiaggio con sede a Roma e Milano, è merito del reality se si è assistito «all'evoluzione» del doppiaggio, passato definitivamente dall'oversound (la voce del doppiatore si sovrappone a quella del personaggio che appare in video, ma l'originale rimane udibile in sottofondo) al sincro (la voce del doppiatore sostituisce completamente quella originale).
Ma per il vicepresidente dell'Aidac è proprio questa trasformazione che «sta uccidendo il settore»: «È una sfida impossibile, perché l'arte del doppiaggio si basa sul principio che non sia notata, invece nel reality ci sono tempi e gestualità diversi tra la voce originale e quella che deve tradurre in un'altra lingua. Ed ecco che emerge il vero inganno».
TRADUZIONE SUI GENERIS. Per i dialoghisti, infatti, il «doppiaggio è la forma più alta della traduzione». Insomma, non è solo un mero lavoro di trasformazione delle conversazioni in un'altra lingua, perché il prodotto finale «non deve essere lo specchio fedele dell'originale».
Anche se i puristi della lingua storcono il naso, infatti, il doppiaggio deve tenere in considerazione anche gestualità e interpretazioni dell'attore sullo schermo al fine di individuare la miglior forma di traduzione. Altrimenti si generano gaffe clamorose (leggi l'approfondimento di Lettera43.it)
IL RISCHIO DI COMMETERE GAFFE. Così l'espressione inglese «It's raining cats and dogs» (alla lettera «piovono gatti e cani») diventa incomprensibile in italiano: ecco perché trasformarlo in «sta piovendo a catinelle» non è certo un delitto. Ma si tratta di aspetti che richiedono tempo per essere individuati e che sono incompatibili con i reality, dove, ecco l'accusa, il doppiaggio rischia di diventare una mera traduzione simultanea.
«Il doppiaggio degno di nota è quello che non si nota», è il motto di Paolinelli.

  • Il monologo del film Wall Street, il denaro non dorme mai in cui Gekko pronuncia la frase «Three words: buy my book» diventata «In tre parole: comprate il mio libro» (dal minuto 4.00: video da YouTube).

LO STRAFALCIONE IN WALL STREET. C'è poi anche l'aspetto della 'manipolazione' dei dialoghi da parte degli addetti ai lavori che, spesso, cambiano i copioni credendo di migliorare il lavoro, e invece finiscono per «peggiorarlo» con quelli che gli adattatori definiscono «microdelitti».
Per esempio, il numero due dell'Aidac ricorda come in Wall Street, il denaro non dorme mai, l'espressione «Three words: buy my book» pronunciata dal protagonista Gordon Gekko, che chiaramente con la mano indica il numero tre, in origine trasformata in «Con tre parole: comprate questo libro» per rispettare al meglio gestualità di Michael Douglas, alla fine sia diventata «In tre parole: comprate il mio libro», con buona pace dell'aritmetica.

Gli utenti virano verso prodotti sottotitolati

La limitata conoscenza delle lingue straniere e il digital divide contribuiscono a sostenere il doppiaggio.

Lo spauracchio principale del doppiaggio (e pericolo vero che minaccia di affondare il settore), quindi, è che gli utenti finiscano per allontanarsi sempre di più dai prodotti (mal) tradotti e preferiscano film e serie tivù in lingua originale, accontentandosi dei sottotitoli.
Il destino sembra segnato, anche perché oggi, a differenza del passato sono sempre di più quelli in grado di comprendere l'inglese, pur restando l'Italia uno dei Paesi con più difficoltà a maneggiare le lingue straniere (27esimo secondo la ricerca di Education First).
«VIVI GRAZIE AL DIGITAL DIVIDE». «Il doppiaggio per ora resta vivo», spiega Paolinelli, «grazie alla generazione figlia del miracolo economico degli Anni 60 e al digital divide (divario digitale, ndr)».
In pratica il merito è di chi non conosce le lingue straniere e non ha accesso a internet per usufruire dei contenuti originali.
Come ha precisato la Commissione europea a giugno, nel 2013 in Italia solo il 56% della popolazione ha usato il web almeno una volta alla settimana, appena il 54% lo utilizza quotidianamente (la media Ue è 62%) e addirittura il 34% non ha mai avuto accesso alla Rete (la media Ue è 20%). Colpa, anche dell'assenza delle connessioni a banda larga che in Italia sono il 68% contro il 76% della media europea e di quelle ad alta velocità: noi siamo fermi all'1%, il resto dell'Ue è già al 21%.
UNA SCUOLA RINOMATA. Tuttavia, l'Italia, a differenza di molti altri Paesi, ha sempre preferito il doppiaggio ai sottotitoli, motivo per cui nel nostro Paese è poi nata una celebre scuola di doppiatori rinomata nel mondo.
Quando sul finire degli Anni 20 gli Usa introdussero il sonoro, i nostri cinematografi – così come quelli sparsi per l'Europa - non erano, infatti, pronti ad accogliere la novità. La prima soluzione fu quella di ammutolire i film aggiungendo delle didascalie: l'idea, però, oltre che controproducente perché dilatava i tempo delle pellicole, era inefficace.
All'epoca, non si dimentichi, una grande fetta di popolazione era analfabeta: secondo i dati Istat, negli Anni 20 il 27% degli italiani non sapeva né leggere né scrivere, e il dato restava elevato anche nel Dopoguerra (12,9%).
SERVE UN'INVERSIONE DI TENDENZA. Complice un regio decreto, poi, in Italia non potevano essere proiettati film doppiati all'estero: cosa che rendeva vana l'idea Usa di girare più versioni delle pellicole destinate al mercato straniero. Ecco perché le major americane si trovarono costrette ad aprire uno stabilimento a Roma. Finché il piano Marshall non fece decollare definitivamente il settore del doppiaggio, trasformando l'Italia in un dominio delle produzioni americane che resiste ancora oggi.
«Sopravviveremo grazie ai cartoni animati per i più piccoli che ancora non leggono», sentenzia Paolinelli. Ma poi servirà un'inversione di tendenza, magari «doppiando in inglese i nostri film» andando a investire in un mercato di circa 1 miliardo di persone. «Dopotutto, domani è un altro giorno». Anzi, forse è meglio abituarsi sin da subito: «After all, tomorrow is another day».

Twitter @Dario_Colombo

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