INCHIESTA 13 Dicembre Dic 2014 0644 13 dicembre 2014

Mafia Capitale, il giro delle fondazioni politiche

Assenza di trasparenza. E intassabilità. Per questo la politica si è impossessata di questi enti. Spesso per fini torbidi. Come nel caso di Nuova Italia.

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L'ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Altro che triangolazioni con destinazione Bvi, British Virgin Islands. Il paradiso fiscale, per molti, è a portata di mano.
Sono le fondazioni politiche. I cosiddetti pensatoi, o se si preferisce think tank, che proliferano in Italia. Nessun obbligo di pubblicare bilanci o di rendere noto l'elenco dei sostenitori e sponsor. Intassabilità delle entrate e deducibilità dei contributi. Insomma, per i costumi italici, una vera e propria cuccagna.
LA FONDAZIONE NUOVA ITALIA. Lo ha dimostrato l'inchiesta Mafia Capitale. La Fondazione Nuova Italia guidata da Gianni Alemanno ha ricevuto dalla piovra dell'ex Nar Massimo Carminati «finanziamenti non inferiori ai 40 mila euro».

L'homepage del sito di Nuova Italia, fondazione di Gianni Alemanno.

Ma la Nuova Italia non è la sola. Dagli accertamenti effettuati sui conti corrente delle cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi, braccio imprenditoriale del Nero, risulta che in data 15 novembre 2012 «era stata bonificata la somma di euro 30 mila in favore della Fondazione per la Pace e Cooperazione Internazionale Alcide De Gasperi».
Il presidente? Il ministro dell'Interno Angelino Alfano.

Fondazioni, la politica si è appropriata di «uno strumento per farsi i fatti propri»

Gian Gaetano Bellavia.

Le Fondazioni si sprecano, a destra e a sinistra. Ogni leader politico, finanche ogni capocorrente, ne ha una. Con finalità diverse, certo.
Si va - solo per citarne alcune - da Italiani europei di Massimo D'Alema, nata nel 1998, a Magna Carta di Gaetano Quagliariello fino a Fare Futuro di Adolfo Urso e alla montezemoliana Italia Futura.
Ma ci sono anche la Liberamente di Mariastella Gelmini, Riformismo & Libertà di Fabrizio Cicchitto, la Cristoforo Colombo di Claudio Scajola (ma il numero di telefono riportato sul sito risulta inesistente).
Censire tutti questi enti è difficile. Altraeconomia ne ha contati almeno una quarantina.
MANCA LA TRASPARENZA. Una cosa è certa però. Tranne rarissime eccezioni si tratta di organizzazioni i cui bilanci e i soci sostenitori non risultano pubblici.
«Le fondazioni», spiega a Lettera43.it Gian Gaetano Bellavia, commercialista esperto di diritto penale dell’economia, già consulente in materia di riciclaggio per la procura di Milano, «sono come le macchine. Si possono usare per fare la spesa, per portare i figli a scuola. E per fare una rapina».
Il problema è uno: «I politici si sono appropriati di uno strumento giuridico particolare solo per farsi i fatti propri». Si tratta, in altre parole, di un uso (spesso) illecito di uno strumento lecito.
Le fondazioni nacquero infatti nell'800 con finalità di pura beneficenza, per gestire immobili e denari donati. Quindi non era certo necessaria una «pubblicità» dei bilanci. Le cose poi sono cambiate.
BILANCI SOLO IN PREFETTURA. Oggi i bilanci devono essere redatti, questo sì. «Per essere presentati ai membri del consiglio di amministrazione. Poi vengono consegnati, da sempre, in prefettura», continua Bellavia. Ma i controlli, secondo l'esperto, «non ci sono. Il prefetto di fatto è l'unico che può sciogliere una fondazione. Ma all'interno della prefettura nessuno si occupa di vagliare le carte». Senza considerare un particolare: alla fine «controllati e controllori appartengono alla stessa categoria».
Per cambiare le cose servirebbe poco. Ora che il premier Matteo Renzi ha annunciato un'accelerata contro la corruzione, potrebbe molto semplicemente «rendere obbligatoria la trasparenza delle fondazioni». E l'iscrizione alle Camere di commercio. «Basta che depositino i bilanci», conclude Bellavia, «anche gratis».

Symbola e Open, le uniche ad aver un bilancio pubblico

Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente alla Camera.

Ci sono delle eccezioni, però: Open, che ha raccolto l'eredità della fondazione Big Bang a sostegno di Matteo Renzi, e Symbola, del deputato Pd Ermete Realacci. Quest'ultime sono le uniche due fondazioni ad avere scelto la massima trasparenza di bilanci e liste dei sostenitori.
IL TETTO MASSIMO. «Abbiamo un tetto massimo di 10 mila euro per le donazioni», spiega a Lettera43.it il presidente Realacci, «e un minimo di 50 euro». Symbola si occupa di promuovere e studiare la qualità italiana. «Non organizziamo eventi politici a sostegno del Pd», chiarisce il presidente. «Svolgiamo lavori di ricerca e redigiamo rapporti. Abbiamo anche rinunciato alla donazione del 5 per mille». Symbola vive sulle donazioni dei soci e sulle sponsorizzazioni. Ma è tutto «trasparente», insiste Realacci. E, infatti, sul sito è possibile consultare il bilancio preventivo 2013: entrate previste 877.940 euro e un utile di 49.485 euro.
Open nel 2013 ha registrato proventi per 1.027.546 euro e oneri per 1.064.288 euro.
Tutto nero su bianco. Insieme con la lista dei sostenitori, per un totale di finanziamenti ricevuti pari a 1.905.819,99 euro.

Italianieuropei, la trasparenza solo se c'è una legge ad hoc

Massimo D'Alema.

A metà strada sta la dalemiana Italianieuropei il cui bilancio, come tengono a sottolineare gli addetti stampa, è depositato alla Camera di Commercio anche se «non ce ne sarebbe l'obbligo».
Per pubblicare finanziatori e quant'altro, però, aspettano una legge. Per adesso preferiscono rispettare la «privacy» dei donatori. Il problema, dicono dalla fondazione, è regolamentare le lobby. Soprattutto ora che è venuto meno il finanziamento pubblico ai partiti. Imprese e gruppi infatti potrebbero fare pressione dietro finanziamenti coperti dal segreto.
PER D'ALEMA&CO 16,7 MLN DALL'UE. Italianieuropei, però, fa parte di una super-fondazione europea, la Feps (Foundation for european progressive studies: qui il bilancio) attraverso la quale percepisce finanziamenti pubblici Ue: dal 2008 al 2013, secondo Il Fatto Quotidiano, si è portata a casa 16,7 milioni di euro.
Si dice pronto «a rendere pubblici i bilanci» anche Anche Adolfo Urso, presidente di Fare Futuro. «Nonostante con la pubblicità ci sia il rischio che le donazioni private diminuiscano per la paura di esporsi.
CICCHITTO: «L'UNICA VIA PER I PARTITI». Ma, anche alla luce delle ultime inchieste, «la trasparenza pagherebbe sicuramente di più».
Fabrizio Cicchitto, di Riformismo e Libertà, dal canto suo, vede nelle fondazioni «l'unica via di finanziamento regolare ai partiti». Con l'abolizione dei contributi pubblici, «non c'è alternativa». Anche se la «sua» fondazione, poi trasformata in associazione per problemi economici, era «sui generis: non finanziavamo l'attività politica, tantomeno una corrente. Organizzavamo dibattiti».

Fare Metropoli e Liberamente, soldi costestati a Penati e Gelmini

Filippo Penati.

Mafia Capitale, però, non è la prima inchiesta che tocca le fondazioni.
PENATI E IL TESORETTO DA 363 MILA EURO. Sempre un'associazione - Fare Metropoli - era al centro del cosiddetto Sistema Sesto San Giovani del piddino Filippo Penati. Definita dagli inquirenti un «mero schermo destinato a occultare la diretta destinazione delle somme» all'ex presidente della Provincia di Milano per le sue campagne elettorali. Si parlò di 18 finanziamenti illeciti da aziende e banche per un totale di circa 363 mila euro.
IL CASO LIBERAMENTE. Nell'inchiesta «Ambiente svenduto» sull'Ilva di Taranto emerse invece - come riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno - «un contributo di 4-5 mila euro chiesto a Fabio Riva dall'avvocato Luigi Pelaggi, capo della segreteria tecnica del ministero dell'Ambiente per l'organizzazione il 10 luglio 2010 a Siracusa di un convegno della fondazione Liberamente», ente fondato dall’allora ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo con i colleghi Mariastella Gelmini e Franco Frattini.
E proprio Gelmini tiene a precisare a Lettera43.it che si è trattato «di un caso isolato». «Non va fatta di tutta l'erba un fascio», ripete l'ex ministro berlusconiano. «Le fondazioni sono perfettamente regolamentate, poi dipende dall'uso che se ne fa».
Insomma, la responsabilità è «individuale». E il problema, se problema lo si vuole chiamare, «non è certo la trasparenza», continua Gelmini: «A servire è una norma sulle lobby».

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