Veronica Panarello Carcere 141209182150
SPIRITO ASPRO 13 Dicembre Dic 2014 0700 13 dicembre 2014

Omicidio Loris, la legge del popolo non è uguale per tutti

Se un padre uccide il figlio, il delitto riguarda solo lui e la famiglia. Se lo fa una madre, tutti noi ci sentiamo colpiti. E ci trasformiamo in giudici e vendicatori spietati.

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Veronica Panarello, la madre di Loris Stival, portata in carcere dalla polizia.

«Ma da sempre tu sei quella che paga di più, se vuoi volare ti tirano giù, e se comincia la caccia alle streghe la strega sei tu».
Mi torna spesso in mente in questi giorni la vecchia Fata di Bennato, anno 1977, una delle canzoni più «femministe» scritte da un uomo - vabbè che ci vuole poco, visto che le canzoni femministe in Italia si contano sulle dita di una mano di Minni, che com'è noto ne ha quattro.
DA FATA A STREGA, IL PASSO È BREVE. La storia di Veronica Panarello, versione 2.0 del giallo di Cogne, ci dice che per passare da provvida Fata Turchina a strega da bruciare ci vuole un attimo, una breve e nerissima notte dell'anima in cui tutto il bene si tramuta in male, la magia buona in orrore e un bambino vivo e sano in un corpo rigido e inanimato come un pezzo di legno.
La pira, ammucchiata dai vicini, dai compaesani, dai detenuti del carcere in cui è custodita la mamma di Loris e che le hanno gridato «assassina», dai giustizieri del web che confondono il mouse con il cappio, dalla tanta brava gente che ascolta i lunghi e dettagliatissimi servizi di tg e talk show ipocritamente farciti di condizionali e termini garantisti («potrebbe essere», «presunta omicida», «non confermato»), era cresciuta rapidamente, molto più in fretta della quantità di indizi contro la donna.
I MARITI, ULTIMI A VEDERE IL DISAGIO DI UNA DONNA. Una giovane persona fragile e complicata, segnata da esperienze infantili destabilizzanti, e in alcuni tratti non dissimile dall'altra mamma «nera», Annamaria Franzoni e da altre madri assassine (confesse) degli ultimi anni: la maternità e il matrimonio visti come fuga e salvezza da un ambiente opprimente, mariti distratti o spesso assenti per lavoro.
«La moglie è sempre l'ultima a sapere» quando si tratta delle corna di lui; se si tratta del disagio di lei, del suo male di vivere, l'ultimo a sapere, a vedere, è sempre il marito, per il quale casa pulita, cena pronta e bambini a letto presto sono prove inconfutabili di felicità femminile.
Il penultimo ad aprire gli occhi, e a richiuderli subito dopo per sempre, è la creatura innocente e indifesa cui entrambi avevano dato la vita.

Diventare genitori può disseppellire le pulsioni più selvagge

Il piccolo Loris Stival.

Psicologi e analisti ci ripetono ogni volta che essere genitori non significa diventare automaticamente santi come la Madonna e infallibili come il papa.
Un uomo o una donna feriti, frustrati, confusi, restano tali e quali anche quando mettono al mondo un figlio; anzi, poiché spesso lo mettono in relazione con le proprie esperienze familiari negative, immaginando il loro bambino come la riparazione di un torto o come la sua ennesima riproposizione, fare il padre o la madre, proprio perché è un'esperienza così forte, può disseppellire dal loro inconscio pulsioni violente e selvagge come solo la rabbia e il dolore repressi e negati troppo a lungo possono essere.
UN PADRE OMICIDA SCATENA MENO ODIO. Altrettanto violente e selvagge sono le reazioni che scatenano nell'opinione pubblica le madri assassine, che accendono l'ira popolare molto più dei padri responsabili di delitti analoghi. Dal punto di vista storico i 2 mila anni che ci separano dal «ius vitae necisque» del paterfamilias sui congiunti, e in particolare sui figli, i 40 trascorsi dall'abolizione del «diritto di correzione», percosse comprese, attribuito ai padri, sono poca cosa.
Ma, al netto della tragedia indicibile che è sempre la morte di un piccolo, più atroce se inflitta proprio da chi dovrebbe dargli protezione e amore, un padre che uccide i figli suscita riprovazione e orrore, una madre ispira riprovazione, orrore e vero e proprio odio, risvegliando dai recessi della nostra coscienza concetti arcaici e mai totalmente rimossi a dispetto di secoli di incivilimento.
IL POPOLO DIVENTA VENDICATORE. La madre il diritto di vita e di morte sui figli non l'ha mai avuto; e ancora oggi, nel linguaggio corrente, i figli non sono mai totalmente suoi, li «dà» al marito; anzi, alla famiglia del marito, almeno finché non passerà la legge sul cognome materno sancendo che anche dal punto di vista, per così dire, «dinastico», i figli appartengono anche alla famiglia della madre.
Li dà allo Stato, che fino a pochi decenni fa vigilava sulla sua capacità riproduttiva negandole il diritto all'aborto e che ancora oggi antepone ai suoi diritti quelli dei medici obiettori che le rifiutano l'aborto, chirurgico o farmacologico, o la pillola abortiva.
Insomma, se un padre uccide, è come se l'omicidio riguardasse soprattutto lui e la sua famiglia; se lo fa una madre, il suo delitto colpisce tutti e ci trasforma tutti in giudici e vendicatori. E non le perdoniamo nemmeno di averci fatto credere solo fino al giorno prima dell'omicidio che esistesse davvero la Fata Turchina.

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