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SENTENZA 18 Dicembre Dic 2014 1848 18 dicembre 2014

Omicidio Lea Garofalo, definitivi 4 ergastoli

La Cassazione ha confermato le condanne emesse in Appello per il delitto del 2009 a Milano. 

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Lea Garofalo

Sono definitive le condanne per l'omicidio della testimone di giustizia Lea Garofalo: la Cassazione ha confermato i quattro ergastoli e la condanna a 25 anni emessi dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano il 25 maggio 2013 a carico dei cinque imputati, tra cui l'ex compagno Carlo Cosco.
La I Sezione penale della Cassazione, presieduta da Maria Cristina Fiotto, ha confermato l'ergastolo inoltre per Vito Cosco, fratello di Carlo, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Per l'ex fidanzato della figlia di Lea, Carmine Venturino, la condanna definitiva è a 25 anni in ragione dello sconto di pena per le sue dichiarazioni.
OMICIDIO NEL 2009 A MILANO. Lea Garofalo (testimone di giustizia calabrese che aveva raccontato agli inquirenti fatti di una faida di 'ndrangheta) fu uccisa a Milano il 24 novembre 2009 e il suo corpo fu bruciato in un magazzino a Monza. Nel processo di I grado l'ipotesi era che la donna, della quale non fu rinvenuto il cadavere, fosse stata sciolta nell'acido, ma poi Venturino dopo la condanna in I grado ha raccontato che il corpo venne bruciato. I pochi resti della donna sono stati quindi rinvenuti in un tombino tre anni dopo la sua scomparsa.
RIGETTATI I RICORSI. Secondo la Corte di Cassazione non ci fu nessun 'raptus', come in una tardiva e parziale confessione nel processo davanti alla corte d'assise d'appello di Milano aveva sostenuto Carlo Cosco, sperando di evitare l'ergastolo e di scagionare i suoi sodali. Nell'udienza davanti alla prima sezione penale il 5 dicembre, attraverso il suo legale, Cosco aveva avanzato nuovamente la richiesta di escludere l'aggravante della premeditazione. Il collegio si era riservato sulla decisione, e il 18 dicembre si è pronunciato per il rigetto dei ricorsi di tutti gli imputati. Confermando, quindi, quanto ricostruito dai giudici milanesi. Cosco aveva preparato da anni il piano: Lea Garofalo doveva essere tolta «dalla faccia della terra non solo uccidendola ma anche disperdendone ogni traccia materiale», perché lui non aveva mai accettato le sue scelte di libertà sia «rispetto alle regole di vita familiare, sia rispetto a quelle imperanti in ambito criminale»: aveva ricostruito così il movente la sentenza d'Appello.
La Cassazione ha anche condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento alle parti civili, fra cui la figlia di Lea, Denise Cosco, e il Comune di Milano.

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