LUTTO 23 Dicembre Dic 2014 1040 23 dicembre 2014

Joe Cocker, il rock che commosse Woodstock

S'impose con With a little help from my friends. Poi arresti, alcol e droga. E la rinascita col soul. Sempre con la sua voce graffiante (foto).

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Si chiude lo stomaco. Così come si chiudeva a sentirlo cantare. Si chiude lo stomaco pensando che Joe Cocker è di colpo ricordo, leggenda, che ha sfiorato Natale senza toccarlo. Il carcinoma che da tempo lo mangiava è arrivato tre giorni prima.
Joe Cocker metteva tenerezza. Selvaggio, sfrenato in gioventù, aveva fatto quella faccia da vecchio precoce che strappava simpatia e un impulso affettuoso, a sentirlo ancora ruggire, le mani che sottolineavano l'estasi della musica, i movimenti spastici che erano solo suoi.
MEGLIO DEGLI ORIGINALI. L'uomo, l'unico, che poteva fare qualsiasi cover meglio dell'originale. Anche di Elton John. Anche dei Beatles.
I can stand a little rain... ed era impossibile non perdersi in quel soffio rauco, non vedere la pioggerella che veniva giù e faceva male, circondato dai tetti di una città di notte, e sentirsi l'uomo più solo, più disperato sulla faccia della Terra.

  • I can stand a little rain cantata da Joe Cocker (video da YouTube).


LA SCOPERTA DI WOODSTOCK. Tanto diverso dal ruggito che lo segnalò al mondo a Woodstock, in quell'accolita di insani dove Joe fu per cinque minuti il più insano: ma bastarono a consacrarlo per sempre. With a little help from my friends. E il mondo del rock non fu più lo stesso, era arrivato quell'inglese di Sheffield che sembrava un pazzo, e lo era, un posseduto dal blues quando cantava, senza possibilità di redenzione.
GLI ESORDI A 15 ANNI. A Woodstock aveva ormai 25 anni, ma era già in lizza da un bel pezzo, aveva cominciato 15enne con i soliti complessini alla riscoperta della musica dei padri, e quando arrivò la british invasion lui non era pronto, non era un vocalist, il leader di una band; ma avrebbe recuperato presto, incidendo con Jimmy Page, marchiando a fuoco la kermesse che concludeva l'equivoca stagione della 'pace e amore'.
Joe salì sul palco alle due di pomeriggio dell'ultimo giorno, il 18 agosto, cantò così forte, con tanta anima che il cielo si commosse: venne giù un temporale biblico.

  • With a little help from my friends cantata a Woodstock (video da YouTube).

Arresti, alcol e droga: il tunnel della bestia selvaggia del rock

Joe Cocker era nato a Sheffield il 20 maggio 1944.

Poi Cocker venne sparato nell'empireo, dove presto, come accade a tutte le bestie selvagge del rock, si perse.
Il primo arresto, anzi, già nel 1968, per detenzione di marijuana, per la quale tuttavia si assunse la responsabilità la sua ragazza, Eileen Webster.
Poi altri accidenti, di nuovo la prigione, questa volta nel 1972 in Australia, da dove gli fu ordinato di andarsene insieme con il suo gruppo: lui, per tutta risposta, tenne un ultimo concerto, talmente sbronzo da cadere stecchito a terra in piena performance. Fu cacciato anche dall'albergo, a Melbourne, e a quel punto il bando restò completo e definitivo.
L'ESPULSIONE DAGLI USA. Altro arresto nella natia Sheffield, l'anno dopo, e nuova espulsione dagli Stati Uniti nel 1977, essendovi entrato illegamente: in quell'epoca, le autorità non scherzavano affatto, e Joe Cocker ancora meno di loro.
Lunghi anni ad affondare nelle spire delle droghe, dell'alcool di infima qualità, con lui che, minato precocemente e con la prospettiva di pagare una penale miliardaria al Fisco, allargava filosoficamente le braccia: che altro potrei fare.
RISALITA NEGLI ANNI 80. Quando nessuno ci credeva più, quando Joe Cocker era ormai un suono nebuloso dal passato profondo, egli ritornò. «Era ora di riprendermi tutto, sapete». E lo fece. Semplicemente rimettendosi a cantare.
La voce adesso era un po' meno arrembante, forse, ma infinitamente segnata dalla sofferenza: dunque più autentica, più disperatamente sincera che mai.
Gli Anni 80 furono la risalita di questo assurdo campione dell'anima, a partire da quello che resta forse il suo disco più riuscito, Sheffield Steel.
SUCCESSI INTRAMONTABILI. Poi i successi che tutti ricorderanno per sempre, Up Where We Belong (che neppure doveva essere inclusa nel film Ufficiale e gentiluomo: «Non avrà mai successo», disse il lungimirante produttore Don Simpson. Infatti non ebbe successo: fu l'apoteosi). Quindi un'altra colonna d'Ercole delle colonne sonore, il remake di You can leave your hat on, resa pop per esigenze di cassetta del film 9 settimane e mezzo. E Joe non si fermò più. Continuava a bere in modo mostruoso, perché un uomo d'acciaio temperato di Sheffield fa così, ma ormai aveva imparato a controllare i suoi eccessi, i suoi abissi.

  • Up Where We Belong (video da YouTube).

IL RITORNO AL SOUL. Arrivarono altri dischi, altri successi, anche roba commerciale, ma ogni album conteneva almeno una gemma, qualcosa che solo Joe poteva fare. You are so beautiful... Chi altri potrebbe sussurrarlo in quel modo?
Gli Anni 2000 segneranno un progressivo ritorno al soul, al rhythm and blues e al blues con pochi fronzoli, senza più il successo dei decadenti e radiosi '80, ma mantenendo il vecchio leone nel suo status di interprete di assoluta magnificenza.
L'ultimo disco è un live, il bellissimo Fire It Up del 2013, che seguiva l'omonimo album in studio dell'anno prima.
ULTIMO CONCERTO A GIUGNO. Ha cantato fino a quando ha avuto una stilla di forza, l'ultimo concerto a giugno, ed era già molto malato.
Nei tanti classici, riproposti con la solita grinta, c'è ancora tutta l'intensità di un uomo che era nato per cantare, che poteva commuovere anche Iddio, che straziava di poesia quando c'era, e strazia di malinconia oggi che, di colpo, è rimpianto nel vento. Perché, questo è sicuro, un altro come Joe Cocker, che rendeva preziosa e insostenibile una pioggerellina, non potrà nascere mai più.

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