INDAGINI 25 Dicembre Dic 2014 0600 25 dicembre 2014

Omicidio di Siani, tutti i misteri che pesano sul caso

I Giuliano presunti mandanti. La traccia delle sigarette. Informative dimenticate. Un libro di Paolo riapre l'inchiesta sul giornalista ucciso dalla camorra nel 1985.

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C'era il business delle cooperative di ex detenuti dietro l’omicidio di Giancarlo Siani.
È la tesi che, suffragata dalla testimonianza datata 2013 di una persona che sostiene di aver consegnato ai killer le armi per compiere il delitto, ha riportato sotto i riflettori un fascicolo di indagine aperto in procura a Napoli.
PROCESSO RIBALTABILE. Massimo riserbo sull’operato degli investigatori, e il perché è facilmente comprensibile: l’ipotesi su cui stanno lavorando alcuni inquirenti di punta dell’ufficio napoletano ribalterebbe i risultati del processo chiuso con condanne all’ergastolo.

1. L'omicidio: Siani ammazzato sotto casa il 23 settembre 1985

Giancarlo Siani era un giornalista napoletano, collaboratore del quotidiano Il Mattino.
Il 23 settembre 1985 fu ammazzato sotto casa sua, al Vomero - quartiere bene della città - mentre parcheggiava la sua Mehari dopo una giornata di lavoro.
Immediatamente le indagini si concentrarono sul suo lavoro: il 26enne era stato a lungo corrispondente da Torre Annunziata, città della provincia napoletana, dove si occupava di cronaca nera e camorra.
Poi fu spostato a Napoli, ma furono i suoi articoli da Torre Annunziata a dare una pista agli investigatori.
LO ''SGARBO'' AI NUVOLETTA. Uno in particolare, pubblicato il 10 giugno 1985, fu la sua condanna a morte: scrisse che l'arresto del boss Valentino Gionta era stato reso possibile da una 'soffiata' che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri.
Il pezzo suscitò le ire dei Nuvoletta, affiliati alla mafia, che decisero di vendicare l’offesa eliminando il cronista.
Per arrivare a questa tesi ci sono voluti 12 anni e le dichiarazioni di tre pentiti.
NEL 1997 GLI ERGASTOLI. Il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della corte d'assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i mandanti dell’omicidio, i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta, oltre a Luigi Baccante detto Maurizio e agli esecutori materiali dell'omicidio, Ciro Cappuccio e Armando Del Core.
Il mandante venne identificato nel boss Valentino Gionta, scagionato per non aver commesso il fatto dalla Cassazione.

2. La tesi alternativa: i veri mandanti furono i Giuliano di Forcella

Fin qui la versione della storia ufficiale.
Ma nelle indagini sul caso rimangono parecchi dubbi e “buchi”.
Tanto che i responsabili dell’omicidio potrebbero essere ancora liberi, secondo l’inchiesta di un altro giornalista napoletano, Roberto Paolo, caporedattore del Roma, che ha convinto la procura di Napoli a riaprire le indagini.
Sul Roma prima e poi con un libro intitolato Il caso non è chiuso - la verità sull’omicidio Siani (edizione Castelvecchi), Paolo ha ripercorso gli atti dei processi, arrivando a raccogliere la testimonianza di un uomo che nel libro chiama Emilio C., un nome di fantasia, perché ha chiesto la segretezza della fonte.
«HO CONSEGNATO IO LE ARMI». «Ho dato io le armi a Paoletto Cotugno e Alessandro Apostolo quel 23 settembre del 1985. Vennero da me alle 10 e mezza di mattina. Come faccio a sapere che andarono a uccidere Siani? Be', nei giorni precedenti avevo sentito che dicevano di dover ammazzare uno al Vomero che dava fastidio, ma non mi dissero il nome. Dissero che dovevano fare un piacere agli amici di Napoli. Non potevamo mai pronunciare il nome di Giuliano o di Forcella. Si diceva “gli amici di Napoli”», dice Emilio C.
COTUGNO E ASPOSTOLO ESECUTORI. Quindi, secondo la testimonianza inedita, a uccidere Siani non furono Ciro Cappuccio e Armando Del Core, che per questo stanno scontando l’ergastolo, ma Paolo Cotugno e Sandro Apostolo, esponenti di un gruppo criminale con base nel quartiere-bene di Chiaia, nei vicoli a ridosso della Riviera, che aveva stretto legami con i potentissimi ras di Forcella, i Giuliano, per i quali avrebbero compiuto diversi omicidi.
IN CARCERE, MA CON PERMESSI PREMIO. «Dalle mie verifiche ho scoperto che Cotugno all’epoca del delitto Siani era detenuto», racconta a Lettera43.it Roberto Paolo, autore dell’inchiesta, «ma specialmente all’epoca un detenuto per reati non di sangue e vicino al fine pena godeva facilmente di permessi premio. E la mia fonte afferma che ne aveva avuto uno di tre giorni».

3. La traccia delle Merit: sui mozziconi un gruppo sanguigno che non torna

Due giorni prima dell’omicidio, racconta Emilio C., «vennero da me e mi chiesero due pistole. Partirono con una 126 blu. Forse era solo un appostamento perché non successe niente. Tornarono ubriachi. Avevano atteso e bevuto in un bar di piazza Immacolata (a pochi metri da dove Siani abitava e fu ucciso, ndr). Ma quella sera Siani non poteva morire perché non avevano droga. E se non erano drogati non uccidevano», è la spiegazione di Emilio C., che oltre a parlare del consumo di droga dei due killer, racconta un particolare importante.
«Sandruccio fumava Merit. Fumava tre pacchetti al giorno».
UNA DONNA FECE TROVARE LE SIGARETTE. Le Merit hanno un ruolo chiave nell’omicidio Siani. I due killer attesero sotto casa del giornalista a lungo, furono notati da una donna che abitava nel palazzo. Che li vide fumare.
Un particolare riferito alle forze dell’ordine subito dopo l’omicidio: sul posto indicato dalla donna c’erano parecchi mozziconi di Merit che furono prelevati e analizzati.
NON RIUSCIRONO A RISALIRE AL DNA. All’epoca non c’erano gli strumenti per risalire al Dna del fumatore, solo al gruppo sanguigno, che era zero. Ma i due condannati all’ergastolo come killer hanno un gruppo sanguigno differente.

4. Il ruolo di Gionta: fu assolto, ma faceva affari con il clan Giuliano

Nel processo per l’omicidio Siani la Cassazione ha escluso il coinvolgimento del boss Gionta di Torre Annunziata.
Quindi per la giustizia solo i Nuvoletta sono colpevoli.
SCONTRO NELLA MAGISTRATURA. Eppure le prime indagini imboccarono la pista che portava al clan Gionta e poi al clan Giuliano: nella ricostruzione fatta da Roberto Paolo si evidenziano parecchie lacune, nonché uno scontro interno alla magistratura che avrebbe potuto condizionare l’andamento dell'inchiesta.
Negli atti processuali si parla di un business miliardario di cooperative di ex detenuti da anni solidissimo a Napoli e che i due clan Gionta e Giuliano volevano esportare a Torre Annunziata.
UOMINI DI FIDUCIA NELLE COOP. In sostanza, lo Stato finanziava le coop, concedendo così una forma di 'reddito garantito' a chi usciva di prigione per favorirne il reinserimento sociale.
I clan - in particolare i Giuliano di Forcella - fiutarono l'affare, piazzando a capo di ogni cooperativa uomini di fiducia nella veste di delegati.
Chi voleva iscriversi alla cooperativa doveva quindi pagare al clan una tassa, girando una percentuale dell'assegno che arrivava da Provincia e Comune.
I clan usavano questi soldi anche per corrompere i funzionari pubblici che avrebbero dovuto controllare il funzionamento delle cooperative.
TRE FAMIGLIE DIETRO L'OMICIDIO. L’articolo di Siani risale all’aprile 1985, pochi mesi prima dell’omicidio. La magistratura iniziò a indagare sulla vicenda solo l’anno dopo, quando Giancarlo era già morto forse non per mano dei soli Nuvoletta, ma di tre clan, cioè anche dei Giuliano e dei Gionta.

5. L'omicidio Cautero: un parente dei Giuliano che dava informazioni a Siani

Vincenzo Cautero era il leader di una cooperativa di ex detenuti, socio in affari di Salvatore Giuliano e cugino della moglie di Guglielmo Giuliano, quindi imparentato con il clan di Forcella.
«Ma all’epoca nessuno lo sapeva», racconta Roberto Paolo. «I giudici non appurarono mai questa circostanza».
Cautero fu ucciso quattro mesi dopo Siani, il 24 gennaio 1986.
«Non ne parla nemmeno nessun pentito. Eppure, com’è possibile che i Giuliano non sapessero chi aveva ammazzato un loro parente, e perché?».
IL SOCIO RACCONTÒ DELLE COOP. Dopo l’omicidio, il suo socio Antonio Ferrara nel tentativo di salvarsi da una fine simile vuotò il sacco con i carabinieri sull’affare delle cooperative, ma poi con il procuratore generale di Napoli Aldo Vessia - che aveva avocato a sé le indagini sull’omicidio Siani, scatenando la guerra in procura - parlò del giornalista, raccontando che Cautero, che frequentava piazza Leonardo, lo conosceva bene, e che tra i due c’era stato uno scambio di informazioni sulle cooperative. Il giudice istruttore Guglielmo Palmeri non gli diede credito.
IL GIALLO DEL FOGLIO DATTILOSCRITTO. «C’è un altro giallo nella testimonianza di Ferrara», ha ricostruito Paolo. «Consegnò agli investigatori un foglio dattiloscritto che conterrebbe un appunto per Siani. “Caro Giancarlo”, inizia. Ma la perizia grafologica ha rilevato che la scrittura non è di Cautero e nemmeno di Siani».

6. L'informativa dei carabinieri: parlava del movente ma rimase nel cassetto

Un rapporto dei carabinieri del gruppo Napoli 1, trasmesso al pg Vessia il 22 novembre 1986, rivelò che già nell’ottobre 1985, un mese dopo l’omicidio Siani, l’informatore Patrizio Annunziata - capozona dei Giuliano al Vomero - aveva detto che i mandanti degli omicidi Cautero e Siani erano personaggi legati al clan Giuliano, e che il movente di entrambi i delitti dovevano ricercarsi nell’attività illecita svolta da Cautero nella gestione delle cooperative.
DOCUMENTO DIMENTICATO PER UN ANNO. «Questa informativa era rimasta nel cassetto della caserma Pastregono per un anno», ricorda l’autore del libro, «e il giudice istruttore Palmeri la ritiene poco credibile proprio perché rimasta nel cassetto».

7. Il primo accusato: Agnello, poi scagionato da una strana storia di multe

Il primo a essere arrestato per l’omicidio Siani fu Alfonso Agnello.
All’epoca aveva 21 anni ed era segnalato come tossicodipendente, organicamente inserito nel clan Gionta di Torre Annunziata.
LO RICONOBBERO IN DIVERSI. «Lo riconobbe il garagista Giovanni Mona, uno dei testimoni che vide i killer di Siani in faccia. E lo notarono anche i proprietari del bar Leti di piazza Leonardo, che dissero di vederlo spesso lì».
Paolo si chiede: «Cosa ci faceva un tossico di Torre Annunziata al Vomero?»
IL TEMPO PER ANDARE A NAPOLI C'ERA. Agnello poco dopo venne scagionato per una multa presa a Castellammare alle 19.15: «Dissero che non avrebbe potuto essere a Napoli alle 20, ora in cui i killer vengono visti sotto la casa del giornalista. Eppure, la valutazione è inverosimile: con una moto il tempo sarebbe sufficiente».

8. Gli altri misteri: i silenziatori, l'agendina scomparsa e il parcheggiatore

Due pentiti che parlavano dell’omicidio dissero di aver visto Ciro Cappuccio e Armando Del Core consegnare delle pistole con silenziatori a Nuvoletta, il giorno dopo la morte del giornalista.
Ma secondo le perizie non furono usati silenziatori, e lo confermarono i testimoni oculari.
L’agendina di Siani, che era nel cruscotto della Mehari, non fu trovata dalla polizia.
E ancora, il parcheggiatore abusivo cui solitamente il ragazzo affidava l’auto scomparve nel nulla subito dopo l’omicidio.
«INDAGINI MOLTO APPROSSIMATIVE». «Nessuno se ne preoccupò. Le indagini all’epoca furono condotte con grande approssimazione», è il giudizio del caporedattore del Roma, «basti pensare che pur essendoci tre persone che avevano visto i killer, nessuno pensò di far disegnare loro un identikit che oggi sarebbe prezioso».
Tanti, dunque, i punti oscuri del caso.
APERTO UN FASCICOLO DALLA PROCURA. La prima inchiesta di Roberto Paolo, pubblicata a puntate sul Roma, portò all’apertura di un fascicolo in procura, modello 45, ovvero “fatti non costituenti reato”.
Quel fascicolo è stato trasformato nel 2013, con il proseguire dell’inchiesta giornalistica, in modello 21, ovvero fatti che costituiscono reato con persone note, per due omicidi: quello di Giancarlo Siani e quello di Vincenzo Cautiero.

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