Charlie Hebdo 150107132939
EDITORIALE 7 Gennaio Gen 2015 1814 07 gennaio 2015

Charlie Hebdo, perché abbiamo pubblicato il video dell'esecuzione

Nessuna morbosità. A volte, per capirlo, l'orrore va guardato dritto negli occhi.

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Parigi: un attentatore spara a un agente di polizia in strada (7 gennaio 2015).

Nei convulsi attoniti momenti che sono seguiti alla notizia della strage nella redazione di Charlie Hebdo, e ammettiamo un certo corporativismo nella percezione dell'orrore, visto che l'episodio riguarda dei nostri colleghi, non abbiamo pensato nemmeno un minuto se fosse il caso o meno di pubblicare il video in cui uno dei terroristi finisce con un colpo di mitra uno dei poliziotti francesi feriti a terra.
Una scena che la combinazione audio/immagini rende straziante: il gendarme ferito che si lamenta per il dolore, le mani che si alzano in segno di resa di fronte all'arrivo del suo esecutore, la disumana freddezza con cui questi lo uccide, come fosse una normale pratica da sbrigare prima di darsi alla fuga.
PUBBLICARE PER CONDANNARE L'ORRORE. Noi il video lo abbiamo pubblicato, con la stessa risolutezza con cui in altre occasioni (e penso a quello dei giornalisti sgozzati dai miliziani dell'Isis) abbiamo preso la decisione contraria.
Qualcuno potrà dire, forse a ragione, che tagliare la gola a un essere umano non è un gesto diverso (se non nella truculenza dell'iconografia) da quello di chi gli spara a bruciapelo un colpo alla nuca.
L'abbiamo fatto perché, inconsciamente, voleva essere una sorta di impotente vendetta verso il responsabile di un'azione così infame. Una vendetta ingenua, convinti di esporre quel terrorista al giudizio e alla esecrazione del mondo, convinti a torto o ragione che mostrare l'algido orrore equivalga a condannare.
Ma al tempo stesso, e qui magari c'è tutto lo sconcerto rispetto a una vicenda che enfatizza la nostra impotenza, per esorcizzare il sentimento di paura che da quelle immagini scaturisce.
SCELTE E SENSIBILITÀ DIVERSE NON SIANO MOTIVO DI POLEMICA. Siamo tutti Charlie Hebdo, ci battiamo per gli stessi diritti e libertà d'espressione di quei colleghi trucidati, perché la barbarie non è mai qualcosa che riguarda solo gli altri e potrebbe in qualsiasi momento toccare noi.
Quel video lo abbiamo mostrato senza esitazione. Altri non lo hanno fatto, adducendo motivazioni più che comprensibili, non ultima il rispetto per i parenti del poliziotto giustiziato, o perché la sacralità di una vita che finisce non ammette la sua pubblica e mediatica profanazione.
Ma non vorremmo che scelte e sensibilità diverse fossero motivo di contrapposizione o scambi di accuse.
Lo sgomento, il senso di angoscia e smarrimento, l'orrore e la paura viste nelle facce e nei commenti di tutti bastano da soli ad allontanare il sospetto di morbosità.

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