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PROFILO 7 Gennaio Gen 2015 1541 07 gennaio 2015

Maestro Wolinski, spietato fumettista di Charlie Hebdo

Geniale. Cinico. Caustico. Il vignettista ucciso era un fustigatore della politica. Amava le donne. Fu tacciato di maschilismo. Ha sempre sbeffeggiato i potenti.

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Era nato a Tunisi nel 1934 Georges Wolinski, il più celebre tra i fumettisti uccisi nella strage di Charlie Hebdo.
E dalla capitale dell'unico Stato in cui la Primavera araba ha dato frutti democratici si era trasferito in Francia, a 13 anni e orfano di padre.
HA DISEGNATO PER 50 ANNI. Aveva iniziato a disegnare per professione a 26 e non ha mai smesso, fino a quando i tre terroristi che hanno assaltato la sede del settimanale satirico all'ora della riunione di redazione non lo hanno ammazzato a colpi di kalashnikov.
Mamma franco-italiana e padre ebreo-polacco, Wolinski era figlio del multiculturalismo, della laicità, di quella Francia che ha sbeffeggiato i suoi re disegnandoli con la testa a pera fin dal 1800.

Il fumettista Georges Wolinski. @ Getty Images


ERA STATO SPIETATO CON CHIRAC. E con la politica ha iniziato anche lui, negli anni della contestazione fino a quelli in cui Jacques Chirac stava all'Eliseo: con il presidente conservatore fu spietato ma se lo ritrovò ad appuntargli al petto la Legione d'onore, onorificenza data dalla République agli artisti che l'hanno fatta grande.
«SOCIALISMO COME LA MARIJUANA». Era di sinistra, ma non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi compagni e i rischi dell'ideologia: «Il socialismo è come la marijuana: può essere inoffensivo, ma può condurre a delle droghe più pesanti come il comunismo», recitava una sua vignetta.
E proprio negli anni delle barricate pubblicava: «Je ne veux pas mourir idiota» (Non voglio morire da idiota) e «Pas que la politique dans la vie» (Non c'è altro nella vita oltre la politica).
DESCRITTO COME CINICO E CAUSTICO. Le sue satire sono apparse su Libération, L'Humanité, Le Nouvel Observateur, Paris Match, su pubblicazioni umoristiche come Hara Kiri e Charlie Mensuel, rivista degli Anni 70 e 80 di cui fu capo redattore. E in Italia su Linus e Cuore.
Per descriverlo lo chiamavano cinico e caustico, ma era solo perché rispettava il suo mestiere non facendo sconti. Sul suo comodino, rivelò in diverse interviste, c'era il Candido di Voltaire.

'La Francia si tasta'.

DONNE SEMPRE SVESTITE. Per sbeffeggiare il cinismo vero, quello della politica, si inventò il personaggio memorabile dei Re des cons (re dei coglioni), che fece la sua prima apparizione a una festa per celebrare la monarchia assoluta dello shah di Persia.
Ma probabilmente viene ricordato soprattutto per le sue donne, sempre in abiti succinti, svestite, provocanti, prima fra tutte quella Paulette nata dalla sua collaborazione con George Pichard.
ACCUSE DI MASCHILISMO. Il continuo, sboccato, godereccio riferimento al sesso - una delle sue opere si intitolava «Ils ne pensent qu'à ça» (Pensano solo a quello) - gli ha fatto piovere addosso accuse di misoginia e maschilismo.
Lui rispose con serenità: sono il primo a rappresentare le donne emancipate.
Le donne gli piacevano, ovviamente, e gli piaceva disegnarle. Ma la sua era una presa in giro del perbenismo e dei rapporti complessi e meravigliosi tra i due sessi. Un omaggio alla verità della carne contro la menzogna di quasi tutto il resto.
E quando pubblicò Lettera aperta a mia moglie e raccontò che in 10 anni lui e Maryse, sua seconda consorte, avevano dormito separati solo tre notti, fece commuovere più di qualcuno.
«NAZIONALIZZIAMO LA FELICITÀ». Oggi che la Francia e non solo piange la sua morte, in molti rilanciano la sua battuta più celebre: «Bisognerebbe nazionalizzare la felicità».
Ma ne viene in mente anche un'altra: «La terre est ronde e il y a cons dans tous les coins», «la terra è rotonda e ci sono coglioni in tutti gli angoli». Aveva, tragicamente, ragione.

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