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INTERVISTA 9 Gennaio Gen 2015 1830 09 gennaio 2015

Francia, Jean Marie Colombani difende la polizia

Charlie Hedbo: dopo l'assalto la Francia si interroga sulla sua sicurezza. L'ex direttore di Le Monde Colombani: «Facile criticare ora. Ma serve una riflessione».

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La Francia ha mobilitato 88 mila persone, tra militari e agenti dei corpi speciali, per la caccia ai terroristi che hanno ucciso 12 persone alla sede di Charlie Hebdo e una donna nel Sud di Parigi. Ma gli attentatori erano conosciuti dalle forze dell'ordine da almeno nove anni.
I fratelli Kouachi, poi uccisi nel blitz a Dammartin-en-Goele, erano nella no fly list degli Stati Uniti. E i Servizi algerini avevano avvertito la Francia di un attacco imminente.
LACUNE NELLA SICUREZZA. Dopo che il Paese è piombato nel caos, tenuto in scacco da quattro terroristi, la domanda - lecita - è se non ci siano state lacune nell'apparato di sicurezza.
«Alla sede di Charlie Hebdo la protezione è mancata», commenta con Lettera43.it, Jean Marie Colombani, giornalista francese, per oltre 10 anni direttore di Le Monde e oggi alla guida del portale Slate.fr, «ma è facile parlare con il senno di poi. Per il resto ci sono centinaia di persone segnalate, un migliaio di ragazzi partiti per la Siria e la verità è che non si può chiedere alle forze dell'ordine di fare l'impossibile».

Il giornalista francese Jean Marie Colombani.

DOMANDA. Come valuta la reazione delle forze dell'ordine francesi di fronte alla minaccia terroristica?
RISPOSTA. Sono stati schierati migliaia di poliziotti e 400 militari nella caccia ai terroristi, nell'assedio al luogo in cui si sono barricati i due fratelli e ancora al supermercato Kosher dove si trovavano gli altri due complici.
D. La Francia sembrava tenuta in scacco da un manipolo di terroristi.
R. Io direi che le forze dell'ordine hanno reagito in massa contro un piccolo gruppo che si muove agilmente e che non è facile controllare.
D. Non pensa che ci siano delle responsabilità, delle lacune nel modo in cui hanno gestito la vicenda Charlie Hebdo?
R. Nel complesso, impedire interamente attentati del genere è molto difficile, anzi è praticamente impossibile. Solo adesso possiamo dire che la protezione a Charlie Hebdo non era sufficiente.
D. Lei cosa dice?
R.
Penso che la protezione sia mancata. Ma perché purtroppo è subentrata la routine: se tu hai una scorta e un allarme dal 2011, dopo due o tre anni i poliziotti non sono più sul 'chi vive'. Ci saranno state lacune, deficit di persone, l'auto della polizia non doveva stare dov'era e così via. Ma è facile parlare con il senno di poi.
D. Gli attentatori però erano conosciuti alle forze dell'ordine.
R.
Ci sono centinaia di giovani segnalati alle forze di polizia, ma non li si può braccare tutti: non abbiamo un agente per ognuno di loro.
D. Erano segnalati come parte di una rete terroristica.
R.
I francesi partiti per andare a combattere in Medio Oriente sono circa mille e noi stiamo parlando di due-tre persone. Dobbiamo aumentare i controlli, ma è un'operazione molto complessa. Sono cittadini francesi e ci sono anche problemi di rispetto della libertà.
D. Però qualcosa si può fare?
R.
Ora il ministero dell'Interno lo sta facendo molto rapidamente e potentemente. E sono stati avviati mezzi supplementari contro il terrorismo. Si stanno esplorando nuove possibilità giuridiche per impedire agli integralisti di andare e venire. Ma non è facile: il processo di radicalizzazione di questi individui non è evidente.
D. I fratelli Kouachi erano anche nella no fly list degli Usa: questo non avrebbe dovuto comportare un'allerta maggiore?
R. Nella no fly list degli Stati Uniti ci sono migliaia di persone. Questo è un argomento che non ha senso: puoi finirci per ragioni assurde, perché hai dichiarato chissà che.
D. Sembra che i servizi algerini avessero avvertito di un imminente attacco.
R.
I servizi francesi sono costantemente informati e sono sempre in contatto con i servizi americani e con gli altri. Ma ogni giorno ci sono innumerevoli obiettivi potenziali e non si può chiedere l'impossibile alle forze dell'ordine. Dico che almeno in questo momento non ha senso un processo sulla sicurezza francese.
D. Cosa si aspetta adesso?
R. È complesso, io non lo so, ma penso che dovremo avviare un grande dibattito sul fenomeno della radicalizzazione islamica, sui metodi con cui combatterla.
D. Ora che i terroristi sono stati uccisi, crede che la Francia ne uscirà più forte?
R. Posso dire solo che è la prima volta che c'è una presa di coscienza collettiva, la Francia che ama la libertà si è mostrata davanti a tutti e c'è stata una vera solidarietà. È come se noi francesi avessimo riscoperto che, in fondo, siamo legati l'uno all'altro.

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