Funerale Pino Daniele 150107210736
SCENEGGIATA 12 Gennaio Gen 2015 1824 12 gennaio 2015

Salvate Pino Daniele da questo assurdo post mortem

Liti, selfie, chiasso, due funerali plateali. Proprio a lui, schivo e delicato. Basta così.

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Migliaia di fan in piazza del Plebiscito per i funerali di Pino Daniele a Napoli.

Dal 12 gennaio le ceneri di Pino Daniele, come le reliquie di un beato prossimo alla santificazione, sono esposte - in attesa che si concludano i lavori al cimitero in Toscana, dove è stato deciso che riposi - nella sala dei Baroni al Maschio Angioino, il luogo più istituzionale che Napoli possa mettere a disposizione, quello in cui per decenni si sono svolte le sedute del Consiglio comunale e le commemorazioni più austere e solenni.
Le ceneri del famoso bluesman, morto a 59 anni per un infarto nel suo podere nel Grossetano dove si era rifugiato dopo essersi allontanato da Napoli - città che amava, ma di cui non sopportava gli eccessi invadenti e chiassosi - resteranno esposte alla visita del popolo «almeno per una decina di giorni».
UN CULTO PLEBEO-PAGANO? Qualcuno ha osservato che, con l’esposizione delle ceneri per un così prolungato lasso di tempo, sembra un po’ di rivivere la filosofia delle capuzzelle, cioè il culto plebeo-pagano che al cimitero delle Fontanelle lega a Napoli i vivi al mondo dei defunti in una simbiosi di interscambio che sfiora il do ut des.
Per altri, invece, trattasi più banalmente di «un’offensiva sceneggiata ai confini con la superstizione».
Ma la prima domanda è: perché un’ostentazione così plateale? E la seconda: perché per così tanto tempo? «Per consentire a tutti i napoletani, nessuno escluso, di poter rendere omaggio a un grande artista», è la prima delle risposte ufficiali.
«Per far sì che si concludano i lavori al cantiere allestito al cimitero del Grossetano dove è stato deciso che l’artista riposi», è la spiegazione meno ufficiale, più credibile, ma tutta ancora da dimostrare.
E NESSUNO SI INDIGNA. Il dato inquietante è che - tra un selfie rubacchiato e una poesia improvvisata per farsi un po’ di pubblicità - una tale prolungatissima ostentazione delle ceneri, come le altre assurdità susseguenti alla tragica fine di Pino Daniele, non sembra suscitare perplessità da parte di chi - forse - avrebbe almeno un po’ il dovere di indignarsi.
Bruno Moroncini, antropologo e filosofo, ha provato a prendere le distanze dai due funerali (uno a Roma e l’altro a Napoli), dalle liti tra le famiglie del cantante, dalle accuse sui presunti ritardi nei soccorsi, dall’inchiesta giudiziaria che la procura di Roma ha voluto aprire, dall’autopsia resasi necessaria in seguito all’intervento dei magistrati, dalla gazzarra inscenata davanti alla sala mortuaria da parte dei fan offesi per le porte sbarrate.
Moroncini ha concluso serafico: «L’Italia è ormai un Paese in cui non si può più neppure morire in pace».
INSISTENZA ISTERICA. Un altro sociologo, Domenico De Masi, ha stigmatizzato l’insistenza chiassosa (e quasi isterica) con cui molti napoletani hanno “preteso” che i funerali del cantante Pino Daniele si svolgessero (come avvenne per il grande Totò), oltre che a Roma anche a Napoli, la sua città natale.
Per il resto, tutti zitti. E distratti. Nessuno, tra gli intellettuali sempre disponibili a imbastir polemica sui temi più o meno urgenti della vita comunitaria, ha ritenuto opportuno spendere mezza parola sullo sconcertante iter post mortem riservato all’autore di Napul’ è e di cento altri capolavori.
Uno dei fratelli di Pino Daniele, davanti all’urna esposta al Maschio Angioino, ha sentito il bisogno di assicurare: «Pino era un uomo schivo, riservato, non gli piaceva il chiasso né la confusione. Però quest’addio forse lo avrebbe gradito».
PINO ODIAVA TUTTO CIÒ. Parole di circostanza, perché sul fatto che “Pinotto” davvero «avrebbe gradito» è lecito nutrire più di qualche dubbio. Chi ha conosciuto Pino Daniele sa (come sa suo fratello) che ogni volta che da lontano intravedeva spuntare i fotografi si allontanava con una scusa per rintanarsi nell’angolino più irraggiungibile.
Sa che il cantante odiava essere messo al centro dell’attenzione (tranne che sul palco, quando suonava), sa che era infastidito dagli adulatori, che non tollerava gli invadenti, che era allergico agli ipocriti.
Perciò (e per altro) molti anni fa era scappato da Napoli, che pure amava alla follia, rifugiandosi nella quiete di Formia e poi in Toscana.
LASCIATELO IN PACE. Il suo assurdo post mortem, perciò, sporco di chiasso e luci abbaglianti, di insinuazioni, accuse e sospetti, colpi di scena e smentite, sovraesposizione, rivendicazioni e sfratti, voci gridate e furti in casa va stigmatizzato come l’estrema offesa, la più grave e violenta che a un’anima riservata come lui era possibile infliggere.
Bisogna che ciò risuoni ben chiaro a coloro che, consapevolmente o no, hanno reso così di cattivo gusto il dopo-vita di un personaggio delicato, che si era invece sempre contraddistinto per la straordinaria umanità, per il senso della misura, per la sua autentica e sana buona educazione.
Altro che ceneri esposte per 10 giorni. E selfie rubate di nascosto. Bisogna che ciò si sappia, affinché - almeno adesso - ci si rassegni a smetterla di fare chiasso. A lasciarlo riposare in pace. E, come gli avrebbe sussurrato l’amico Massimo Troisi (che lo ha preceduto e in molto gli era simile), «scusaci per il ritardo».

P.s. Negli stessi giorni in cui si litigava su Pino Daniele, è morto il regista Francesco Rosi (Le mani sulla città), uno dei «ragazzi di Monte di Dio», figura di intellettuale del livello dei più grandi.
Anche lui viveva a Roma. Anche lui era nato a Napoli. Ma per Rosi nessuno ha chiesto funerali napoletani. Anzi, non è azzardato rilevare che alla sua scomparsa a Napoli non è stato dedicato un gran rilievo. E anche questo non è mica un buon segno.

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