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ANALISI 13 Gennaio Gen 2015 1000 13 gennaio 2015

Terrorismo, Della Ratta: «Con Charlie e Gaza due pesi e due misure»

Nella Striscia morti di serie B. Come in Nigeria. Della Ratta, esperta in media arabi: «È intollerabile».

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L'ex presidente Nicolas Sarkozy durante la marcia anti-terrorismo di Parigi: davanti a lui Hollande e Merkel.

Perché i musulmani sono costretti a prendere le distanze dalla strage alla redazione di Charlie Hebdo, a gridare «not in my name»?
E perché nessuno sfila per le strade di Tripoli, Gaza, o di Maiduguri, in Nigeria, per denunciare la violenza dei terroristi anche in quegli angoli della Terra?
DUE PESI E DUE MISURE. La politica dei due pesi e delle due misure continua a pesare dopo l'ultimo attacco degli integralisti nella civilissima Parigi. Nel cuore della civilissima Europa. Nei giornali e nei tg mediorientali, così come sui social network.
«Perché ormai», spiega a Lettera43.it l'esperta di media arabi Donatella Della Ratta, «con la Rete tutti abbiamo consapevolezza di ciò che accade nel mondo. In tutto il mondo».
DENUNCIA ALL'UNISONO. Sui quotidiani arabi non mancano certo la denuncia e la condanna per un atto feroce.
Ma non si risparmiano critiche all'Occidente, colpevole di essere rimasto immobile mentre il terrorismo integralista «mieteva le vite di decine di migliaia di siriani e iracheni», scrive per esempio Al Watan, quotidiano siriano di proprietà, va ricordato, del cugino di Bashar al Assad.
Sulla stessa linea gli altri fogli in lingua araba vicini all'asse sciita siro-iraniano.
MARCIA ANTI-TERRORISMO O SHOW-OFF? Nel commentare la grande manifestazione di Parigi per la libertà di espressione c'è chi come Al Tishrin, sempre siriano, punta il dito proprio contro la République che ha «ignorato quello che avveniva nei Paesi arabi».
Mentre sul Teheran Times un editoriale dal titolo 'Marcia di Parigi, contro il terrorismo o show-off?', si chiede provocatoriamente perché non si organizzino manifestazioni simili «per condannare il fatto che centinaia di persone siano uccise dal terrorismo giorno dopo giorno in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Pakistan, Afghanistan, Nigeria e Somalia».

«Molti leader mediorientali non dovevano essere ricevuti da Hollande»

Donatella Della Ratta.

«Se ci sono 2 mila morti in Nigeria per mano di Boko Haram», spiega Della Ratta, «un numero davvero raccapricciante, nessuno fa nulla. Lo stesso accade per le vittime di Gaza e dei campi di rifugiati siriani».
Che finiscono per essere morti di serie B, nonostante siano vittime della medesima barbarie integralista.
Ora, però, grazie al «livello di consapevolezza che si è raggiunto con la Rete», continua l'esperta, «questo atteggiamento non è più sopportato».
Ma non è solo questo che ha ferito il mondo musulmano.
«Vedere sfilare nel corteo per la libertà di espressione criminali che negano le libertà nei propri Paesi», dice Della Ratta, non è certo passato inosservato in Rete e da chi è quotidianamente oppresso da quegli stessi regimi.
LA LISTA DEGLI «IMPRESENTABILI». Così ha fatto discutere la presenza, per esempio, del premier turco Ahmet Davutoglu e del ministro degli Esteri egiziano Sameh Choukryou; o del ministro dell’Economia israeliano Naftali Bennett che, come ha ricordato Le Monde, ha detto orgoglioso di aver ucciso «molti arabi».
E, ancora, dei ministri degli Esteri algerino Ramtane Lamamra e degli Emirati Arabi Uniti Abdallah ben Zayed Al-Nahyane.
«Per fare un vero gesto per la libertà di espressione», fa notare Della Ratta, «Hollande non avrebbe dovuto nemmeno riceverli».
Nonostante la rabbia, però, milioni di persone hanno scelto di manifestare contro il terrorismo. Come a dire, ricorda l'esperta, «Stiamo marciando anche se siamo consapevoli della retorica e dell'ipocrisia che circondano il corteo». Questo naturalmente non toglie che sia stato «un atto brutale, ma è insopportabile che venga considerato tale solo perché le vittime sono occidentali».
ISLAM NON È UGUALE A TERRORE. Così come è insopportabile che dopo ogni atto terroristico di matrice islamica i musulmani si sentano costretti a prendere le distanze. Avvalorando così indirettamente la tesi che Islam e terrorismo siano sovrapponibili.
«I media arabi si sono dissociati subito da slogan come Je suis Charlie e Not in my name», continua Della Ratta. Anche perché i killer della strage di Parigi e degli omicidi erano francesi prima che musulmani.
E L'ESEMPIO DI UTOYA, ALLORA? Molti sui social hanno poi citato la strage di Utoya compiuta dal fanatico integralista cristiano Anders Breivik.
«I cristiani non si sono sentiti certo in dovere di dissociarsi. Perché lo devono fare i musulmani?».
La questione allora è differente e si basa su un pregiudizio profondo: «Se il killer è un cristiano, allora si tratta necessariamente di una mosca bianca. Se è un musulmano allora la violenza è scritta nella religione».

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