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INTERVISTA 15 Gennaio Gen 2015 0813 15 gennaio 2015

Caselli: terrorismo islamico? Serve una super-procura

Per sconfiggere gli jihadisti servono «organizzazione, centralizzazione dei dati e specializzazione». Perché «solo così abbiamo sconfitto le Br». Caselli a L43.

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A una settimana dalle stragi di Parigi, l'allerta terrorismo è salita in tutta Europa. In Italia, secondo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, il rischio di attentati «è alto».
L'intelligence parla di una nuova dimensione «molecolare» della minaccia, per usare la definizione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi, Marco Minniti, che rende più complicato il lavoro delle forze dell'ordine e dei nostri 007: lupi solitari, homegrown e foreign fighters difficili da identificare potrebbero entrare in azione contro una pluralità di obiettivi cogliendo di sopresa gli apparati di sicurezza. Ma «l'Italia e il suo sistema di prevenzione non sono all'anno zero», ha precisato Minniti in audizione al Copasir, il 13 gennaio. Grazie anche all'esperienza accumulata negli Anni 70 con il contrasto al terrorismo brigatista.
«FENOMENI DIVERSI, MA CON SOLUZIONI SIMILI». «Nella vasta categoria del crimine organizzato rientrano manifestazioni anche molto diverse tra loro: la mafia con tutte le sue articolazioni; il terrorismo, interno e internazionale», dice a Lettera43.it Giancarlo Caselli, magistrato in pensione che proprio negli anni del terrorismo fu tra i principali protagonisti della lotta contro le Br. «Sono fenomeni diversi, non c'è dubbio», spiega, «ma pur essendo molto diversi tra loro, dal punto di vista del contrasto investigativo-giudiziario, pogono più o meno gli stessi problemi».

Giancarlo Caselli, ex magistrato (Imago Economica).

DOMANDA. Caselli, cosa di quello che abbiamo imparato e sperimentato sul campo durante gli anni di contrasto al terrorismo brigatista può oggi tornare utile per sconfiggere quello di matrice islamica?
RISPOSTA. All'organizzazione criminale bisogna contrapporre altrettanta organizzazione. Non interventi improvvisati, sporadici, approssimativi. Ma organizzazione. Vale a dire un piano di intervento che deve essere fondato su due pilastri: la specializzazione e la centralizzazione.
D. Strutture e centrali investigative dedicate solo all'antiterrorismo?
R. Per la mafia come per il terrorismo, sia interno che internazionale, è importante che gli operatori si occupino esclusivamente di fatti riconducibili al fenomeno che è stato loro assegnato. In modo da poterlo approfondire sempre meglio e individuare le soluzioni giuste.
D. Quando parla di centralizzazione cosa intende?
R. Tutti i dati disponibili, acquisiti e acquisibili, devono essere convogliati in un unico motore centrale di raccolta ed elaborati in modo tale che nulla sfugga. Perché anche il particolare di per sé non significativo, analizzato in un contesto può essere fondamentale per capire di più, per completare il mosaico.
D. Potrebbe essere utile una Procura nazionale antiterrorismo sul modello di quella antimafia?
R. Certamente sì e spero che ci si arrivi presto. È il modo per tradurre in cifra operativa quei criteri, centralizzazione e specializzazione, di cui dicevo.
D. Il governo sta valutando la possibilità di dare all'Antimafia anche le competenze sul terrorismo. Una buona soluzione?
R. L'importante è che ci sia una struttura centralizzata, specializzata, destinata al terrorismo nazionale e internazionale. Che poi faccia parte della Procura nazionale antimafia come compartimento autonomo, separato, oppure sia una Procura nazionale a sé attiene alle modalità operative. La politica e l'amministrazione devono anche fare i conti con le risorse disponibili.
D. Ma sarebbe preferibile una nuova procura a sé stante?
R. Un'unica procura, seppure con due settori separati, presumibilmente costa di meno dal punto di vista logistico e del personale. Ma a me sembra che quella delle due procure, ciascuna con la sua autonomia, sia la soluzione migliore.
D. È ipotizzabile un coordinamento tra magistratura e intelligence per far fronte a fenomeno così complesso e internazionalizzato?
R. Nel nostro ordinamento la magistratura parla solo con la polizia giudiziaria. Con l'intelligence (intesa come servizi segreti, ndr) per legge non può avere rapporti. Saranno le forze di polizia giudiziaria ad intrattenere questi rapporti e poi fare da trait d'union con la magistratura. Però è assolutamente indispensabile che ci sia sintonia, ciascuno nei suoi ambiti di competenza, che ci sia coesione, integrazione delle reciproche conoscenze, esperienze, sensibilità, per fare squadra.
D. Potrebbero rendersi necessarie delle leggi “speciali” così come accadde durante gli anni di Piombo?
R. Io sono convinto che le leggi siano importanti, che si può sempre fare qualcosa di più e di meglio. Ma il problema non è tanto varare nuove norme, è l'organizzazione. Per non lasciarsi soprendere bisogna lavorare anche molto di prevenzione.
D. In una recente intervista, lei ha dichiarato che per sconfiggere le Br l'attività di repressione fu importante, ma da sola non sarebbe stata sufficiente. Perchè?
R. Quando le Brigate Rosse uccisero l'avvocato Fulvio Croce, presidente dell'ordine degli avvocati, Torino visse un momento terribile. Croce aveva “la colpa” di fare il suo dovere, organizzando la difesa d'ufficio dei brigatisti, perché un processo senza difensori sarebbe stato una farsa. E dopo il suo assassinio non si riusciva più a formare la giuria popolare.
D. La gente era terrorizzata.
R. Non si trovavano sei cittadini disposti a fare i giurati. Cominciò allora una marcia lunga e faticosa, la stagione delle assemblee nelle fabbriche, nelle scuole, nelle parrocchie, nei circoli, ovunque ci fosse la possibilità di discutere e confrontarsi, di usare le armi della democrazia contro la violenza, per fare chiarezza sulla realtà del terrorismo.
D. Di cosa si discuteva?
R. Del fatto che il terrorismo non era una minaccia solo per le persone che avrebbero potuto essere colpite, ma per tutti. Minava in radice le libertà, i diritti di tutti. Stava imbarbarendo la civile convivenza. Discutendo a lungo e con fatica di queste cose si arrivò all'isolamento politico dei terroristi, che fu l'inizio della crisi del brigatismo.
D. Servirebbe anche oggi una stagione delle assemblee con musulmani, crisitiani, ebrei, atei, agnostici, laici contro il terrorismo?
R. Servirebbe se utile per chiarire a tutti che la violenza, qualunque violenza, non risolve niente, semmai peggiora le cose.
D. Oggi le comunità musulmane dovrebbero fare quello che fece la sinistra di allora dissociandosi dalla violenza?
R. Mi intendo poco di questo profilo per esprimermi. Certo è che l'aspetto repressivo è importante, ma altrettanto importante è l'aspetto sociale, culturale. Bisogna trovarsi insieme a discutere di queste cose, non delegare tutto alle forze dell'ordine, alla magistratura, all'intelligence. Non lasciamoci spiazzare. Non lasciamoci cadere addosso cose di cui possiamo gestire meglio l'impatto parlando, conoscendoci, confrontandoci.

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