Obesità 150112171945
SALUTE 16 Gennaio Gen 2015 1400 16 gennaio 2015

Medicina, il fiasco dei farmaci anti-obesità

Mysimba è l'ultimo caso. Le pillole contro i chili di troppo portano pochi benefici e tanti guai: diarrea, incontinenza, problemi al cuore. La questione sul tavolo Ue.

  • ...

I possibili effetti cardiovascolari dei farmaci anti-obesità sono ancora poco chiari.

Il suo nome è Mysimba. E si aggiunge al lungo elenco delle pillole per perdere i chili di troppo e contrastare quella che gli esperti definiscono una nuova epidemia, ovvero l’obesità.
GIÀ VENDUTO NEGLI USA. Il Medical committee for medical products for human use (Chmp), organo dell’Ema, l’Agenzia europea per i farmaci, ha annunciato la sua decisione di «raccomandare» l’approvazione alla commercializzazione del nuovo farmaco anti-obesità che negli Stati Uniti è già in vendita da alcuni mesi con il nome di Contrave.
La pillola è una combinazione di naltrexone, usato per il trattamento della dipendenza da oppiacei e alcol, e di amfebutamane (anche noto come bupropione), prescritto come anti-depressivo e per combattere la dipendenza da sigarette.
INCERTEZZA SUGLI EFFETTI. La sollecitazione del Chmp affinché Mysimba entri in commercio avviene «nonostante le incertezze nel lungo termine sui possibili effetti cardiovascolari».
Una raccomandazione «inaccettabile», si legge in un comunicato dell’organizzazione francese no profit Préscrire, che pubblica anche un bollettino indipendente sui farmaci che fa parte dell’International society of drug bulletins.
«Una marcia indietro in fatto di quella sicurezza che dovrebbe essere garantita ai pazienti», afferma il comunicato.

Una storia travagliata: efficacia modesta, molte contro-indicazioni

L'ultima pillola che promette di combattere l'obesità si chiama Mysimba.

L’amfebutamane è un amfetaminico e proprio l’Ema nel 2000 negò l’autorizzazione al marketing di diversi soppressori dell’appetito con un meccanismo simile al suo.
La storia dei farmaci anti-obesità è travagliata, e molti sono gli interrogativi che riguardano non solo l’efficacia - definita dagli esperti «modesta» -, ma anche gli effetti collaterali.
DIARREA E INCONTINENZA. Nel 1998 entrò in scena l’Orlistat, che a fronte della scarsa perdita di peso (2-3 chili) dava pesanti effetti collaterali, come diarrea e incontinenza.
Nel 2006 arrivò il Rimonabant, non approvato negli Usa, ma in Europa sì. Fu ritirato dall’Agenzia per i farmaci nel 2009, perché i rischi superavano i benefici.
Nel gennaio 2010 a essere tolta dal commercio fu la sibutramina (Sibutral il nome commerciale), altro inibitore dell’appetito non diverso strutturalmente dall’amfetamina.
Dopo essere stata ritirata nel 2002 ed essere rimessa in vendita poco dopo, nel 2010 fu nuovamente bandita in Europa.
CONSEGUENZE GRAVI. L’Agenzia europea fu spinta a prendere questa decisione dai gravi effetti avversi legati al farmaco. E l’anno dopo stessa sorte toccò al benfluorex - Mediator il nome commerciale - che fu tolto dal mercato dell’Unione europea.
Nel 2013, sempre l’Ema rifiutò di approvare Belviq (Lorcaserina cloridrato), su suggerimento del Chmp, lo stesso che ora preme «l’incongrua decisione di raccomandare una pillola con una combinazione a dose fissa di naltrexone e ambefutamina».

Il Qsimia provocava problemi cardiaci

Il Bmi è l'indice che esprime il peso (in chilogrammi) diviso l’altezza (in metri) al quadrato.

Le autorità regolatorie dovrebbero imparare dalle vicende del passato, si legge nel documento di Préscrire, e la perdita di pochi chili non giustifica l’esposizione a gravi effetti avversi, soprattutto tenendo conto che quei pochi chili vengono riguadagnati in breve tempo.
Spesso succede che le decisioni di Ema e Fda - la Food and drug administration, l’agenzia Usa per il controllo dei farmaci - siano contrastanti.
NEI TOPI FAVORIVA TUMORI. Nel 2014 per esempio colpì la celerità con cui la Fda approvò due molecole: Belviq e Qsimia.
Della prima, la lorcaserina, si parlò negli anni scorsi. Nel 2010 fu proprio l’Fda a respingerne la commercializzazione, perché favoriva nei topi lo sviluppo di tumori.
Ulteriori studi liberarono poi il campo dal sospetto. Per Qsimia, invece, la Fda respinse tre anni fa l’approvazione, dicendosi preoccupata per i problemi cardiaci e i difetti alla nascita.
OK, MA SOLO CON L'INDICE BMI ALTO. Sia Belvip sia Qsimia, con una decisione a sorpresa, vennero tuttavia approvati come medicinali per perdere peso in chi abbia un indice di massa corporea (il Bmi) di 30 o superiore (equivalente a un obeso) oppure di 27 o superiore (misurato in chi è sovrappeso) e, inoltre, che abbia almeno una condizione di rischio: pressione alta, diabete di tipo 2, colesterolo in eccesso (dislipidemia).
MEGLIO LA CIRCONFERENZA DELLA VITA. Il Bmi esprime il peso (in chilogrammi) diviso l’altezza (in metri) al quadrato, ma - osserva Giovanni Cizza, endocrinologo ai National institutes of health di Bethesda - «è un parametro per valutare l’obesità da molti criticato. Ci possono essere atleti muscolosi con un Bmi anomalo, che in base a questa definizione si dovrebbero considerare obesi. Meglio sarebbe usare la circonferenza della vita, perché misura il grasso che si accompagna al rischio cardiovascolare».

Gli studi sulle somministrazioni sono poco affidabili

Secondo l'organizzazione no profit Préscrire i medicinali anti-obesità fanno più male che bene.

Sicurezza ed efficacia di Belviq vennero valutate in tre studi randomizzati: il farmaco fu confrontato con un placebo, ossia un finto medicinale, su 8 mila pazienti obesi e sovrappeso, che hanno modificato stile di vita, introducendo sia una dieta ipocalorica sia un’attività fisica.
In conclusione, il trattamento con Belviq fu associato a una perdita di peso medio del 3,5%, circa 2 chili in più rispetto a chi prendeva il placebo: il rapporto è di 4-5 chili persi in un anno sotto terapia contro i 2-3 senza farmaco.
CAMBIA LO STILE DI VITA. «Il fatto che i farmaci anti-obesità vengano studiati solitamente in associazione a cambiamenti nello stille di vita rende difficile, se non impossibile, stabilire quanto del calo sia dovuto alla pillola e quanto invece a modifiche nella dieta o all’attività fisica», commenta Cizza.
«Inoltre, anche se la molecola somministrata durante la ricerca clinica e prescritta dal medico curante è la stessa, è ovvio che durante uno studio clinico controllato il paziente riceve una grande attenzione dal team di ricerca. Un team di cui fa parte non solo il medico, ma anche il coordinatore dello studio, sponsorizzato spesso da chi produce il farmaco, e magari il dietista».
Questo spiega come mai la perdita di peso durante gli studi clinici è invariabilmente maggiore rispetto a quella nella vita reale.
UN 'DOPPIO CIECO' SOLO TEORICO. «Infine va detto che gli studi sono in 'doppio cieco' (tecnica che prevede che né il medico né il paziente conoscano le caratteristiche del farmaco per garantire il maggior livello di neutralità possibile riducendo al minimo gli errori, ndr) solo in teoria. Il team di ricerca ‘indovina’ molto spesso chi prende il farmaco e chi prende il placebo: basta pesare il paziente o chiedergli quante volte gli viene la diarrea o si sente depresso (a seconda del meccanismo di azione del farmaco, ndr). Poi basta che si raccomandi più vigorosamente a chi prende il farmaco di seguire la dieta e fare jogging, e meno entusiasticamente a chi prende il placebo, e il gioco è fatto».

Le anomalie dovute a reazioni soggettive sono imprevedibili

Più della metà dei 3 milioni di diabetici in Italia soffre di sovrappeso o di obesità.

Circa le possibili anomalie della valvola cardiaca legate all’uso di Belviq, queste non sembrarono differire nei pazienti trattati con placebo o medicinale.
«Ma se su poche centinaia o anche migliaia di pazienti coinvolti nella sperimentazione umana può accadere che il rischio non si evidenzi, quando il farmaco è assunto da milioni di persone le cose possono cambiare», aggiunge Cizza.
«Molti degli effetti collaterali più gravi dei farmaci anti-obesità sono stati scoperti dopo l’approvazione e non prima. Alcuni di questi effetti essendo poi del tipo ‘idiosincrasico’, ossia dovuti a reazioni molto soggettive, non erano nemmeno prevedibili».
DANNI ALLA VALVOLA CARDIACA. La questione delle cardiopatie aveva già travolto, nel 1997, due sostanze anoressizanti per controllare l’appetito, fenfluramina e dexfenfluramina, ritirate quando emerse inaspettatamente che causavano danni alla valvola cardiaca. Problemi analoghi ci sono stati anche per la sibutramina.
Viene da chiedersi, ma la domanda è retorica: perché insistere con questi farmaci anti-obesità? Bastano le linee guida previste per i medici che li prescrivono a limitarne i rischi?
«FANNO PIÙ MALE CHE BENE». Préscrire nel suo comunicato chiede che i membri delle agenzie regolatori nazionali, come l’Aifa in Italia, votino contro l’approvazione per il commercio di Mysimba/Contrave.
E conclude: «Nel 2015 i farmaci per il controllo del peso, che fanno più male che bene, dovrebbero non essere più autorizzati nell’Unione europea».

Correlati

Potresti esserti perso