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LA MODA CHE CAMBIA 18 Gennaio Gen 2015 1657 18 gennaio 2015

WhatsApp, no all'invito di gruppo per fare prima

I social mostrano i loro limiti. Non solo di privacy. Ma anche di educazione.

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La doppia spunta blu di Whatsapp.

Dleng. È un secondo, ed eccoci tutti, anche perfetti sconosciuti fra di noi, inseriti in un 'gruppo' WhatsApp che reca con sé l’invito a una presentazione. Non una chiacchiera fra amici: una formalissima presentazione con tanto di invito fotografato. Nel giro di un minuto, seguono 30 numeri di telefono che «lasciano il gruppo». Qualcuno vi aggiunge un commento incazzatissimo. Comprensibilmente. I social, tanto utili per monitorare e per stanare i terroristi, purtroppo e di solito ex post, stanno infatti mostrando già i loro limiti, che non sono solo di privacy, come già si dibatte da tempo, ma anche di mera educazione, di semplice considerazione per chi viene coinvolto suo malgrado, e che forse vorrebbe esserlo a un livello più personale ed elettivo rispetto a un «vi mando un invito di gruppo perché faccio prima», che è la straziante risposta agli incazzatissimi commenti di cui sopra.
IMPROVVISA SPERSONALIZZAZIONE. Non pretendo un bigliettino vergato e consegnato a mano (benché certi marchi del lusso continuino a investire nella vecchia usanza, garantendosi la preservazione dell’aura di marchio del lusso, appunto, oltre all’idolatria anche fra chi usa i social), ma mi lusingherebbe valere per te almeno il tempo di un messaggio personalizzato, un’azione che sappiamo tutti poter essere eseguita anche via mail, grazie a un semplice programma: vi sono studi di pubbliche relazioni che hanno creato la propria fama attorno a messaggi apparentemente circostanziatissimi, personalissimi, e che invece sono generati da un computer. Il mittente li riceve e, non sentendosi frustrato come un personaggio orwelliano dall’improvvisa spersonalizzazione, diventa subito lietamente disposto ad accogliere la «comunicazione in oggetto». Insomma, ci vuole poco, ma qualcosa ci vuole.
IL PROBLEMA DELLA PRIVACY. Seconda questione: il limite della privacy. La materia della tutela dei dati personali è ancora incandescente a livello istituzionale e dibattuta già da anni in ogni sede, nazionale e internazionale, ma non vi sono dubbi che i social debbano avere un limite di uso, e che questa non possa essere imposta dall’alto. E’ troppo sfuggente, troppo variegata, in una parola troppa. Regolamentarla sarebbe pressoché impossibile. C’è il buon senso, però. Quel misto di educazione (di nuovo), di rispetto e di senso civico che dovrebbe impedirmi di mettere in mano a decine, potenzialmente migliaia di sconosciuti il numero di telefono di un’altra persona senza averglielo chiesto prima, almeno. Anche se sappiamo già di aver consegnato da anni a Zuckerberg e Bezos i nostri dati personali, (nel mio caso dalla data di nascita fino ai gusti nelle letture, altrimenti non si spiegherebbe come mai Amazon mi consigli sempre studi di moda e saggi sul cinema invece di album di ornitologia), potremmo non avere voglia di consegnare il nostro numero di cellulare a perfetti sconosciuti, gente degnissima per carità che non ci chiamerà nel cuore della notte ma pur sempre sconosciuti, attraverso un invito di gruppo su WhatsApp.
SERVE UN LIMITE. Potremmo perfino non essere interessati, anche nei venti secondi necessari per azionare il comando «lasciare il gruppo», a leggere i commenti eccitatissimi di altri sconosciuti, o perfino di amici veri che conosciamo per l’assoluta paraculaggine: i social pullulano infatti di hater scatenati ma anche di entusiasti apparenti; tanto, che ci vuole per postare un emoticon. Vorremmo, io come credo milioni di altri, conservare un minimo di spazio personale, psicologicamente anche se non tecnicamente inviolato. E, soprattutto, non essere distratti nelle nostre attività quotidiane vere da richieste di attenzione continue e variamente urlate. Un’amica, a capo della comunicazione di una delle più grandi aziende dei media, insomma una donna potenzialmente connessa ventiquattr’ore su ventiquattro a ragione veduta, non per darsi una parvenza di occupazione come le tante che intasano i social con il saluto al sole e le foto dei piatti che cucineranno al marito, ha messo un limite anche ai suoi collaboratori: per le urgenze vere ci sono gli sms; per tutto il resto c’è la mail che posso guardare con comodo. Instagram quando ho tempo da perdere. WhatsApp? Famiglia, amici cari e tutto il resto. E in quel tutto può stare davvero tutto. Sono fatti suoi.

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