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DISTURBI 1 Febbraio Feb 2015 1200 01 febbraio 2015

Gaza, il dramma dei bimbi colpiti da stress post bombe

Insonnia, pianti, ansia e panico. La guerra nella Striscia ha stravolto la mente dei più piccoli. Gli psicologi: «È devastante. Mancano strumenti e medicine».

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Psicologi che curano i bimbi di Gaza traumatizzati dalle bombe.

Yahya Ayesh non dorme mai, è sempre da solo e quando è in compagnia fa del male alle persone che gli sono accanto.
Pugni, morsi, calci, qualunque cosa pur di sfogare la rabbia che ha dentro.
Yahya Ayesh ha solo sei anni, vive nella Striscia di Gaza e già da tempo soffre di un grave disturbo da stress post traumatico che lo fa vivere in una condizione di panico perenne.
LE FERITE NON GUARISCONO. Il tempo non ha guarito le ferite, anzi, ha peggiorato le sue condizioni e alla fine è stato necessario l’aiuto di uno specialista per provare a risolvere la situazione. O quanto meno ad alleviare i traumi provocati durante i bombardamenti dell’ultima operazione militare israeliana “Margine protettivo”, iniziata l’8 luglio 2014 e conclusa il 26 agosto.
Ormai sono passati cinque mesi da quando si sono chiuse ufficialmente le ostilità, ma l’orrore di oltre 30 giorni di guerra - con quasi 300 bombardamenti sulla Striscia e circa 169 razzi sparati contro Israele - ha lasciato profonde tracce.
NON VOGLIONO TORNARE A SCUOLA. Un trauma difficile da superare. Si cerca di tornare alla normalità, ma nonostante la vita quotidiana sia ripresa, qualcosa si è incrinato. E Yahya non è più voluto andare a scuola.
«Il bambino ha visto morire il padre sotto le bombe», spiega Mahmmoud A. A. Ibaid, psicologo infantile che da mesi lavora nelle scuole di Gaza, in collaborazione con il ministero dell’Educazione.
«Erano insieme quando è stato colpito e lui è rimasto ferito nel crollo della sua casa. In uno dei raid israeliani anche la nonna è morta e da allora non è più stato lo stesso».
SERVONO MEDICINALI SPECIFICI. Assieme a Mahmmoud il bambino disegna, impara a gestire l’aggressività, prova a concentrarsi su qualcosa di bello, ma è difficile occuparsi di casi così complessi senza l’ausilio di strutture organizzate.
«La situazione per gli operatori è davvero complicata. Non abbiamo gli strumenti adatti per lavorare e da un lato portiamo avanti delle terapie psicologiche con tutto l’impegno, dall’altro c’è necessità di medicinali specifici, soprattutto per curare i casi più gravi».

Il 20% della popolazione soffre di stress e depressione cronica

In 50 giorni di conflitto quasi 300 bombardamenti sulla Striscia.

Yahyia è solo uno delle centinaia di bambini che soffrono dello stesso tipo di disturbo, senza contare gli adulti che hanno risentito non poco degli ultimi incessanti bombardamenti.
Nonostante l’abitudine a una vita in tensione, durante l’intervento israeliano la popolazione Gazawi è stata sottoposta a continui e ripetuti choc.
AUMENTO DEI CASI. «La reazione», ha spiegato Mahmmoud, «è stata devastante, tanto che abbiamo riscontrato un aumento vertiginoso dei casi di stress e di depressione cronica».
Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), almeno 360 mila persone, pari al 20% della popolazione, soffre di queste patologie, ma i numeri sono lievitati negli ultimi mesi, così come riscontrato anche dal Gaza Community Mental Health Center.
CURATE 50 PERSONE AL GIORNO. «Ora non esistono dati esatti», racconta ancora Mahmmoud A. Ibaid, «perché non abbiamo possibilità di raccogliere i numeri e fare delle statistiche, ma quel che è certo è che negli ambulatori visitiamo anche 50 persone al giorno».
I sintomi sono sempre gli stessi: insonnia, incubi ricorrenti, ansia, tachicardia, attacchi di panico, aggressività generalizzata e crisi di pianto, ma c’è chi ha avuto delle crisi psicotiche.
SILENZI E BALBUZIE. «In questi casi è ancora più difficile intervenire», ha detto Maher, un volontario del centro di salute mentale, «perché non ci sono sempre a disposizione medicinali idonei e invece abbiamo molti pazienti che avrebbero bisogno di cure psichiatriche specifiche. Ci sono donne che hanno smesso di parlare e molti ragazzini hanno cominciato a balbettare. È davvero una situazione critica che va risolta in fretta, adeguando le strumentazioni e aggiornando anche la rete di collaborazione con le scuole».

Traumi profondi: ci vogliono anni per ritrovare l'equilibrio

Gli psicologi che operano a Gaza lamentano la mancanza di strumenti e risorse.

Mahmmoud passa le sue giornate tra i banchi, sia con i bambini più piccoli sia con i ragazzi grandi e li aiuta a ricostruire quella serenità perduta.
A volte basta affrontare il lutto, altre volte i giovani pazienti hanno traumi talmente profondi che ci vogliono anni per ritrovare l’equilibrio.
SCARSO SUPPORTO. «Purtroppo», ha spiegato lo psicologo, «riscontro sempre più spesso casi complessi per i quali ci sarebbe bisogno di un supporto maggiore, ma qui siamo pochi e non riusciamo a far fronte a tutte le richieste».
Negli ultimi mesi sono stati creati sei gruppi di intervento su tutto il territorio della Striscia, ma il lavoro dei medici si concentra soprattutto a Bet Hanon, a Nord-Est della Striscia, e a Shejaya, le aree più colpite dai bombardamenti.
Lì è stato raso al suolo tutto e le condizioni di vita sono durissime, soprattutto con il gelo, perché non c’è acqua, non c’è elettricità, non c’è gas.
TERAPIE CHE TAMPONANO. Proprio in quelle zone gli operatori che lavorano sul territorio organizzano attività ricreative, creano gruppi di discussione per coinvolgere i pazienti in terapie collettive che non sempre sono risolutive, ma possono aiutare nel frattempo.
Ayesh Samoar, direttore generale dell’ospedale psichiatrico, ha detto che ci sono molte cose da fare, «ma noi non ci arrendiamo e facciamo tutto il possibile per aiutare la popolazione».
Secondo medici i casi di stress e depressione aumenteranno ancora, non solo per l’orrore della guerra, ma anche per le difficoltà quotidiane, soprattutto in alcune aree. E la mancanza di prospettive non aiuta.

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