TERRORISMO 16 Febbraio Feb 2015 0740 16 febbraio 2015

Libia, raid dell'Egitto contro l'Isis

Colpiti obiettivi degli jihadisti. L'attacco voluto da al Sisi in risposta all'uccisione dei 21 copti. Foto.

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L'Egitto risponde all'Isis in Libia con i raid dell'aviazione. E chiede alla comunità internazionale di assumersi le «proprie responsabilità» e di prendere «misure contro le postazioni» dei miliziani neri nel Paese: il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha già proposto una missione Onu, mentre la Francia ha fatto appello per un vertice delle Nazioni unite.
RAID DE IL CAIRO. Dopo l'uccisione dei 21 copti, all'alba di lunedì 16 febbraio Il Cairo ha dato il via libera ai caccia per bombardare obiettivi dei jihadisti: gli aerei, come ha comunicato la radio egiziana citando un comunicato dell'esercito, «hanno colpito con successo» i bersagli e sono poi tornati indenni alle loro basi (foto).
COLPITI OBIETTIVI ISIS. Da quanto ha detto il comandante dell'Aviazione libica Saqer al Joroushi, i jet egiziani hanno compiuto otto raid a Derna - la città dell'Est del Paese dove l'Isis ha creato il Califfato - Bengasi e Sirte, centrando - «con la più grande precisione» - «accampamenti, postazioni di addestramento e armi, oltre ai depositi di munizioni» dei miliziani neri.
Nei bombardamenti, sono stati 40-50 i terroristi dell'Isis uccisi solo a Derna, dove uno degli obiettivi dei caccia è stato il quartier generale della società Jebel che gli jihadisti usano come base (per l'escalation di violenza nell'area, l'Italia ha già provveduto al rimpatrio di un centinaio di connazionali).


DECISIONE DI AL SISI. La scelta di attaccare l'Isis in Libia era stata anticipata domenica 15 febbraio dal presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi - definito «terrorista» da Fajr Libya, la coalizione di milizie filo-islamiche al potere a Tripoli che ha denunciato «qualsiasi ingerenza e violazione della sovranità del Paese da parte di chiunque e con qualsiasi pretesto» - che aveva avvertito come l'Egitto volesse «riservarsi il diritto di reagire» nel modo e nei tempi che avrebbe ritenuto più opportuni alla decapitazione dei suoi 21 concittadini poi mostrata in un video dei jihadisti.
DIRITTO DI VENDETTA. «Confermiamo che la vendetta per il sangue degli egiziani» è «un diritto assoluto e sarà applicato», è stato scritto nel comunicato delle forze armate egiziane che hanno rivendicato la possibilità di «difendere la propria sicurezza e stabilità» contro «atti criminali di elementi e formazioni terroriste all'interno e all'esterno del Paese».
Addirittura, l'Egitto, come annunciato da al Joroushi, ha in programma altri raid «in coordinamento» con la Libia: «I due Paesi stanno combattendo un'unica guerra», ha spiegato il comandante dell'Aviazione libica.

AIUTI DALL'EGITTO. Al fianco de Il Cairo si è, infatti, subito schierato il generale Khalifa Haftar, esponente di spicco dell'esercito regolare libico.
«I libici aiutano l'esercito egiziano a vendicarsi di queste forze terroriste perché consideriamo Il Cairo come una città libica e appoggiamo in pieno l'intervento militare egiziano per colpire Daesh (lo Stato islamico) e le altre formazioni terroristiche», ha detto il militare in un colloquio telefonico alla tivù egiziana Dream, precisando che «un intervento militare terrestre dell'Egitto in Libia non è preferibile». Tuttavia, Haftar, a capo della «Operazione dignità», ha aperto a eventuali «attacchi di una coalizione internazionale contro il terrorismo».
SOSTEGNO DALLA TUNISIA. A preoccupare il generale libico - possibile capo di Stato maggiore e ministro della Difesa del Paese secondo alcune indiscrezioni - è poi il sostegno all'Isis in arrivo dai jihadisti tunisini che avrebbero sconfinato negli ultimi giorni per unirsi ai miliziani in Libia.
Nell'area di Medenine, da cui è facile poter raggiungere la frontiera, sul cui versante libico, si sono registrati da settimane incidenti tra le varie milizie armate che se ne contendono il controllo.

RIMPATRIO DALLA LIBIA. Intanto in Egitto, a margine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale in cui è stato deciso il raid in Libia, al Sisi ha spiegato che «tutti dovrebbero sapere che gli egiziani hanno uno scudo che protegge la sicurezza della loro patria e una spada che amputa terrorismo ed estremismo».
Il presidente egiziano ha anche confermato il divieto per gli egiziani di viaggiare nel Paese, impegnandosi a facilitare il rimpatrio di tutti i connazionali ancora lì presenti.
CHIESTO L'IMPEGNO ONU. Inoltre al Sisi, in linea con la posizione Usa, ha incaricato il ministro degli Esteri, Sameh Shoukri, di andare a New York per avviare contatti con i membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu affinché «la comunità internazionale si ponga di fronte alle sue responsabilità e avvii le procedure necessarie per dichiarare ciò che sta accadendo in Libia come una minaccia alla pace e alla sicurezza».
TELEFONATA CON HOLLANDE. Al Sisi ha poi avuto un colloquio telefonico con il presidente francese François Hollande e l'inquilino dell'Eliseo ha sottolineato «l'importanza che il Consiglio di sicurezza si riunisca e che la comunità internazionale decida nuove misure per far fronte» all'estensione delle operazioni dello Stato islamico in Libia.
MUFTÌ CONTRO L'ISIS. A condannare la decapitazione dei 21 cristiani copti, oltre a papa Francesco - «Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani, ha detto Jorge Mario Bergoglio - è stato anche il gran Muftì d'Egitto la più alta autorità islamica del Paese.
«Gli assassini meritano la maledizione di Allah», ha detto il Muftì chiedendo alle nazioni Arabe e alla comunità internazionale di contrastare seriamente questi criminali.

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