OMICIDIO 17 Febbraio Feb 2015 1405 17 febbraio 2015

Ilaria Alpi, i misteri irrisolti sulla morte della giornalista

Il super teste ritratta e riapre il caso. Autopsia, colpo di fucile, documenti, perizie, capri espiatori, auto e depistaggi: i dubbi sul giallo in Somalia del 1994 (foto).

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Le rivelazioni di Ahmed Ali Rage (noto come Jelle), super testimone al processo per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, complicano ancora il giallo sulla morte dei due reporter in Somalia, e di cui tra un mese cade il 21esimo anniversario (guarda la gallery).
Rage, raggiunto da un inviato della trasmissione Chi l’ha visto, ha raccontato che dagli italiani gli fu chiesto, in cambio di denaro, di accusare un somalo del duplice omicidio.
Rage indicò Omar Hashi Hassan, che oggi sta scontando la pena nel carcere di Padova dopo la condanna a 26 anni.
UN'INDAGINE CHE SCOTTAVA. Ilaria Alpi e il suo cameraman Miran Hrovatin furono assassinati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia, mentre la giornalista stava indagando su donazioni di denaro di organizzazioni umanitarie italiane destinate ai Paesi in via di sviluppo per la costruzione di infrastrutture.
Passo dopo passo, con la sua inchiesta era arrivata a scoprire un traffico di rifiuti tossici italiani nascosti nel corno d’Africa in cambio di armi e soldi assicurati ai poteri locali.
CASO ARCHIVIATO NEL 2007. Indagini durate 21 anni non hanno portato alla verità. E diversi nodi del caso sono ancora irrisolti.
Il 10 luglio del 2007 la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del caso: nelle motivazioni il pm Franco Ionta ha definito impossibile l’identificazione degli eventuali mandanti e degli altri responsabili dell’omicidio al di fuori di Hassan.
ATTI DESECRETATI DALLA BOLDRINI. A fine 2013 la presidente della Camera Laura Boldrini ha avviato la desecretazione degli atti delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi-Hrovatin, disponibili da maggio 2014.
Con il contributo dell'Associazione Ilaria Alpi, abbiamo ripercorso i principali nodi irrisolti del caso.

1. Autopsia non disposta subito e bagagli violati

Già all’indomani dei funerali di Stato a Roma, il 23 marzo, furono evidenti alcune controversie sulla gestione del caso.
L’autorità giudiziaria intervenne solo al momento della sepoltura perché sollecitata dai funzionari del cimitero Flaminio.
SOLO UN ESAME MEDICO ESTERNO. Il pm di turno non dispose l’autopsia sul corpo di Ilaria Alpi, ma solo un esame medico esterno, mentre a Trieste venne effettuata l’autopsia sul corpo di Mira Hrovatin.
Secondo la prima perizia i due erano morti per dei colpi di fucile sparati da lontano.
Tra gli effetti personali che accompagnavano i corpi nel volo da Mogadiscio sparirono due taccuini di Alpi, con gli appunti delle ultime settimane, e alcune delle videocassette girate da Hrovatin.
I loro bagagli arrivarono a Ciampino con i sigilli violati.

2. Il colpo di fucile sparato da lontano, anzi a bruciapelo

A maggio del 1996 il pm Giuseppe Pititto dispose la riesumazione della salma di Ilaria Alpi e l’autopsia.
L’esito dell’esame diceva che il colpo di fucile fu sparato da lontano, ma i periti della famiglia Alpi erano di altro avviso.
PER I PERITI FU UN'ESECUZIONE. Il magistrato quindi nominò dei consulenti tecnici, i quali con una superperizia stabilirono che il colpo fu sparato a bruciapelo.
Secondo i periti fu dunque una vera esecuzione.

3. La documentazione sui rifiuti tossici mai utilizzata

Non è mai stato chiarito perché la documentazione in mano al pm Luciano Tarditi non fu mai utilizzata nelle indagini sul duplice omicidio.
Tarditi, dalla procura di Asti, assieme a un gruppo di investigatori specializzati indagava da anni sul traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi e sui possibili collegamenti con gli interessi italiani in Somalia.
C'ERANO I NOMI DEI FACCENDIERI. I documenti a sua disposizione contenevano fatti e nomi, comprese le generalità di alcuni faccendieri e gli intrecci con i mercanti d’armi.

4. L'inchiesta tolta all'improvviso al pm Pititto

Senza aver mai voluto spiegarne i motivi, nel luglio 1997 il procuratore capo di Roma Salvatore Vecchione tolse l’inchiesta al pm Giuseppe Pititto, che l’aveva seguita fino a quel momento, avocandola a sé e al pm Franco Jonta.
PROPRIO QUANDO ARRIVARONO DUE TESTI. La decisione arrivò proprio due giorni prima dell’arrivo a Roma dei due testimoni oculari del duplice omicidio, l’autista e la guardia del corpo di Alpi.
Era stato proprio il pm Pititto a volere fortemente l’interrogatorio dei due testimoni chiave.

5. La nuova strana perizia dei tecnici del G8 di Genova 2001

A sorpresa, nel 1998 il nuovo titolare dell’inchiesta pm Ionta chiese una terza perizia, il cui esito ribaltò gli esiti precedenti: secondo i periti si trattò di un «colpo accidentale sparato da lontano».
GLI STESSI DELLA TESI DEL CALCINACCIO. Gli autori della perizia, Torri e Benedetti, erano gli stessi consulenti tecnici che tre anni dopo, nel caso dell’omicidio di Carlo Giuliani a Genova il 20 luglio 2001, sostennero la tesi del calcinaccio che deviò in aria un proiettile vagante.

6. La controversa testimonianza del 'fuggitivo' Rage

L’arresto dopo il processo d’Appello del somalo Hashi Omar Hassan, che era stato assolto in primo grado, si è basato sulla sola testimonianza di Rage, autista di Alpi e super testimone e che ora ha ritrattato quella sua testimonianza chiave.
Rage non si è mai presentato davanti ai giudici e dopo l’interrogatorio in cui accusò Hassan fuggì dall’Italia.
ERGASTOLO POI ANNULLATO. Nel 2000 la corte d’Appello chiese l’ergastolo per Hassan («era uno dei sette componenti del commando che attese Ilaria e Miran per due ore»), ma poi la corte di Cassazione non ritenne fondata l’aggravante della premeditazione e ordinò un nuovo processo.
Nel 2002 la condanna definitiva di Hassan a 26 anni, da parte della corte d’Assise d’Appello di Roma.
«È UN CAPRO ESPIATORIO». «Non abbiamo mai creduto alla sua colpevolezza», ha detto Luciana Riccardi Alpi, madre di Ilaria, «quel ragazzo è un capro espiatorio».

7. La Toyota dei due reporter falsa prova regina

Nel 2004 si insediò la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin.
Dopo due anni di lavori e di polemiche dei deputati di opposizione sulla conduzione delle ricerche da parte dell’avvocato Carlo Taormina, la commissione concluse sostenendo che il movente del delitto fu un tentativo di rapimento finito male.
«A MOGADISCIO ERA IN VACANZA». Lo stesso Taormina (il quale tra l’altro arrivò a dire che Ilaria Alpi «a Mogadiscio era in vacanza, non stava lavorando») si vantò di essere riuscito a portare in Italia la Toyota su cui viaggiavano Alpi e Hrovatin, più volte indicata come prova regina dell’inchiesta.
Si scoprì poi che l’auto spedita in Italia non era quella usata quel giorno dai due reporter.

8. I documenti dei Servizi segreti su silenzi e depistaggi

Nel 2012 un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha mostrato dei documenti inediti che il Sios della Marina militare (un distaccamento dei Servizi segreti) inviò in Somalia il 14 marzo del 1994, il giorno dell’arrivo di Alpi e Hrovatin a Bosaso, città portuale nel Nord del Paese.
«PRESENZE ANOMALE A BOSASO». Dopo una lunga e articolata ricostruzione, soffermandosi su un messaggio in codice che ammoniva gli agenti parlando di «presenze anomale a Bosaso», forse riferito ai due reporter, i giornalisti Andrea Palladino e Luciano Scalettari hanno concluso: «L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino a oggi, traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per 18 anni, grazie a silenzi e depistaggi».

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