ESERCITO 18 Febbraio Feb 2015 0900 18 febbraio 2015

Gli affari dell'Isis, tra traffico di armi e arsenale risicato

I miliziani neri minacciano Roma. Hanno fino a 8 mila uomini. Smistano droga, clandestini, armamenti. Ma i loro missili non possono colpire l'Italia dalla Libia.

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Miliziani dell'Isis.

Le bandiere nere del Califfato sventolano su Derna e minacciano di morte e conquista le terre dei crociati, la Roma degli infedeli.
La comunità internazionale, colpevole di aver lasciato al caos la Libia post-Gheddafi, si interroga ora sulla risposta da dare ai jihadisti. L'Italia è in prima linea.
INCOGNITE SUL NEMICO. Ma al di là dell'isteria, per usare un'espressione del premier Matteo Renzi, suscitata dal massacro dei 21 copti egiziani sapientemente propagandato in alta definizione dai miliziani neri, qual è la reale capacità offensiva dell'Isis in Libia?
Su quanti uomini può contare il Califfo che sogna di regnare a pochi chilometri di distanza dalle coste italiane? Quali e quante armi ha?
Quesiti chiave per valutare qualsiasi ipotesi di intervento, o di non intervento, a Tripoli.

Dai 2 mila agli 8 mila combattenti per il Califfo in Libia

Jihadisti dell'Isis.

Sui numeri delle milizie jihadiste affiliate all'Isis non si cono certezze.
«L'unica che abbiamo è che circa 300 libici veterani della guerra in Siria sono tornati dal fronte, da Aleppo, per andare a combattere a Derna», spiega Gianandrea Gaiani, esperto di strategie militari e direttore di Analisi Difesa. «Si tratta di combattenti navigati che hanno il compito di reclutare e addestrare nuovi militanti».
A questo nucleo si sono aggiunti nei mesi altri gruppi di jihadisti sparsi per il Paese e a oggi le stime delle agenzie di intelligence individuano tra mille e 2 mila il numero dei combattenti che sarebbero a disposizione dello Stato islamico in Libia.
C'È PURE ANSAR AL SHARIA. «Poi ci sono Ansar al Sharia e altri gruppi jihadisti che potrebbero unirsi sotto il brand del Califfato e costituire in totale un esercito di 7-8 mila uomini», dice Gaiani, «ma si tratta di cifre difficili da verificare e di spin, propaganda».
Quello che è certo «è che il brand Stato islamico - perché è un brand, non una famiglia - potrebbe attrarre molti gruppi ex qaedisti del Nord Africa».
E le armi? Questo, secondo la maggior parte degli osservatori, è l'aspetto più critico del pantano libico.

L'hub nordafricano del traffico di armi

Tripoli è particolarmente esposta alle infiltrazioni di jihadisti stranieri.

Dopo la caduta del regime, nel 2011, l'arsenale del colonnello non è stato messo in sicurezza, se non in minima parte, e le milizie tribali che si contendono il controllo del territorio hanno a disposizione fucili automatici, munizioni, armi di piccolo calibro, ma anche armamenti più pesanti. Che potrebbero finire nelle mani dell'Is.
VENDUTE 20 MILIONI DI ARMI. Per le Nazioni unite, che pure avevano posto l'embargo sugli armamenti, la Libia è «diventata la fonte primaria del traffico illegale di armi» verso gli altri Paesi del Nord Africa e anche del Medio Oriente, come ha certificato a marzo del 2014 Eugene Gasana, ex presidente del Consiglio di sicurezza, in seguito alla indagine svolta dal comitato sulle sanzioni alla Libia delle Nazioni unite.
L'Onu stima in oltre 20 milioni il numero di armi esportate illecitamente dal Paese dalla caduta di Gheddafi verso l'Egitto, la Siria, Gaza.
PISTA CALDA TRIPOLI-IL CAIRO. Il confine più caldo è quello che separa Tripoli da Il Cairo. Da Bengasi, le armi viaggiano verso Est passando per il porto di Marsa Matrouh, per Siwa o attraverso il golfo di Salloum.
È su una di queste rotte che, per esempio, nell'ottobre del 2012 il governo egiziano dichiarò di aver sequestrato decine di razzi a propulsione e razzi Grad.

Ma la minaccia degli Scud verso l'l'Italia non ha fondamento

Le immagini delle bandiere nere dell'Isis in Cirenaica pubblicate da un sito jihadista.

Di qui a sostenere, come alcuni analisti hanno fatto nelle ultime ore, che l'Italia sia esposta a un attacco missilistico da parte dell'Isis in Libia, ce ne vuole, sebbene la propaganda del Califfato sostenga di essere in possesso di missili Frog 7 e Scud B.
Senza contare il precedente del 1986, quando Gheddafi tentò di colpire il suolo italiano con i suoi missili, ma gli Scud finirono in mare.
ARSENALE SMANTELLATO. «Gli Scud di Gheddafi sono stati smantellati prima della caduta del regime e distrutti, per quel che restava, con i raid del 2011», spiega Gaiani.
«Ma se anche ce ne fossero ancora in Libia, sarebbe molto difficile che questi possano superare la sorveglianza di droni e satelliti, le nostre difese aeree, verrebbero intercettati e neutralizzati».
IN AFFARI CON HAMAS. Discorso diverso per i razzi a lunga gittata, quelli, per intenderci, che usa Hamas contro Israele.
«L'Isis potrebbe dotarsene, magari proprio scambiandoli con Hamas, ma hanno comunque una portata di 170 chilometri. L'Italia è a più di 400. E le coste del Nord della Tunisia non sono sotto il controllo dell'Isis».
Quello di cui Roma deve al momento davvero preoccuparsi, oltre a possibili attacchi “alla francese” da parte di cellule o singoli individui presenti sul territorio nazionale, è il traffico di clandestini, che insieme con il commercio d'armi e di droga costituisce la principale fonte di guadagno per i jihadisti libici.
SBARCHI A RISCHIO CAOS. Ed è quello su cui stanno lavorando in queste ore i nostri servizi di intelligence, per evitare che una ondata di sbarchi coatti venga organizzata dai trafficanti libici per creare caos sulle nostre coste e dai miliziani dell'Isis per infiltrare jihadisti sul territorio italiano.
ITALIA CONSIDERATA DEBOLE. «Continuiamo a far entrare in Italia chi paga il pizzo alle mafie arabe, è un favore che facciamo all'Isis», ragiona il direttore di Analisi Difesa.
«Anche il non aver risposto alla minaccia armata alla nostra motovedetta che salvava vite in mare è stato un grosso errore. Quell'attacco è rimasto impunito, e un Paese che non riesce a esercitare l'elementare principio di deterrenza viene considerato un Paese debole, facile da attaccare».

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